Coop Alleanza 3.0

Formazione per imparare a guardare i generi in modo nuovo

due lavoratori di Coop Alleanza 3.0 che hanno partecipato alla formazione sulla violenza di genere

Tre ore «intense, utilissime, preziose». Silvia Pravato e Marco Rigon descrivono così la loro esperienza della formazione sulla violenza di genere promossa e realizzata dalla Fondazione Giulia Cecchettin. Un progetto pilota che, nell’ottobre scorso, ha coinvolto 141 lavoratrici e lavoratori di Coop Alleanza 3.0 in tre negozi del Padovano, territorio dove ha sede la Fondazione e dove Giulia Cecchettin viveva.
Al centro dell’esperienza, il dialogo e la riflessione. Gruppi misti, composti da colleghi di negozi e ruoli diversi, guidati da due psicologi della Fondazione, un uomo e una donna. «Eravamo capi e addetti, ma soprattutto, in quel momento, eravamo solo persone, chiamate ad ascoltare e riflettere», racconta Silvia. Il lavoro si è sviluppato attorno a parole e stati d’animo. «Abbiamo riflettuto insieme su concetti come dominanza o assuefazione, per leggere dinamiche che spesso diamo per scontate – spiega Marco – aiutandoci a riconoscere possibili squilibri o meccanismi di sopraffazione nelle relazioni di tutti i giorni».

Per Silvia, quello sguardo nuovo sugli stereotipi di genere è emerso anche in un contesto familiare. Durante una serata davanti alla televisione, il nipote di dieci anni commenta così la prestazione di un’atleta, donna, in coppia con un uomo: «Lei non sa fare niente». Alla richiesta di spiegazioni, la sua risposta spiazza: «Le donne non sanno fare niente». Da lì nasce una discussione, che coinvolge tutta la famiglia. «Prima del corso probabilmente avrei lasciato correre. Oggi sento che è importante fermarsi e riflettere, anche su frasi che possono sembrare banali».

Anche Marco riallaccia l’importanza di questa formazione a un episodio concreto, vissuto sul lavoro. Un episodio durante il quale una capo reparto era stata contestata con toni aggressivi da un collaboratore che rifiutava le sue direttive, solo perché provenivano da una donna. «Abbiamo segnalato e gestito subito la situazione», ricorda Marco. «Sono casi che purtroppo accadono e mostrano quanto siano necessari strumenti culturali e relazionali adeguati, perché devono essere gestiti subito. E la formazione aiuta proprio a leggere meglio i contesti e prevenire escalation». Nelle parole di Silvia emerge anche una riflessione più ampia sul valore sociale di iniziative di questo tipo. «Sono grata alla Cooperativa per questa opportunità. Allo stesso tempo, credo che questi temi dovrebbero essere affrontati in modo strutturale dalle istituzioni, senza dover dipendere da tragedie o dall’impegno dei familiari delle vittime».
Colpisce, nel suo racconto, l’ammirazione per la capacità del padre di Giulia Cecchettin di trasformare il dolore in impegno pubblico: «Non capivo come era riuscito a superare la rabbia e trasformare il dolore in qualcosa di positivo, il corso mi ha aiutato a comprendere meglio anche questo». Per Marco, il punto centrale resta la prevenzione culturale. «C’è un bisogno evidente di educazione all’affettività e al rispetto. È un lavoro che deve coinvolgere scuola, lavoro, società. I risultati forse non sono immediati, ma devono essere costruiti nel tempo. L’obiettivo non è solo evitare situazioni estreme – conclude –, ma favorire una cultura dell’equilibrio, della parità e della condivisione».

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

 

Tag: educazione affettiva, Fondazione Giulia Cecchettin, violenza di genere, formazione

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