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Ricchezza italiana: 801 prodotti dop e igp che valgono 13 miliardi

Prodotti_tipici_italiani.jpgSe qualcuno pensa che in Italia i prodotti DOP e IGP siano un fenomeno di nicchia destinato a pochi cultori del buon cibo, ma di scarsa rilevanza economica si sbaglia di grosso. Parliamo invece di un settore, di un sistema di consorzi e aziende che nel suo insieme rappresenta un motore di sviluppo per il territorio e che da anni registra una costante crescita in termini di vendite e fatturato, sia sul mercato interno che, soprattutto, verso l’estero.
Secondo gli ultimi dati del Rapporto Ismea Qualivita parliamo di oltre 13 miliardi di euro di cui circa la metà (7 miliardi) deriva da vendite in paesi stranieri (di cui più del 30% in paesi extra Ue).

Del resto, nonostante i lunghi anni di crisi economica, il made in Italy e il buon cibo di qualità sono andati decisamente in controtendenza, anche per merito dell’effetto di amplificazione dell’Expo che ha portato milioni di visitatori a scoprire e incontrare queste tematiche.

“Parlare di DOP e IGP vuol dire parlare di un valore straordinario per interi territori di tante regioni italiane – spiega Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita che da 15 anni monitora proprio questo universo – La dimensione produttiva si integra con la dimensione ambientale, con la cura del territorio in cui opera. E questi diventano due aspetti che si sostengono e si integrano a vicenda. Perché la capacità di produrre e vendere aceto balsamico, anziché prosciutto o un formaggio di qualità, è un elemento che può ad esempio diventare anche leva turistica“.

Tutto si tiene dunque. Dobbiamo esserne consapevoli e fare sistema. Ma intanto è forse utile ribadire come l’Italia abbia una ricchezza unica di questi prodotti. Sono 801 le Indicazioni Geografiche  italiane (gli ultimi arrivati sono i Cantuccini toscani IGP e l’Asparago di Cantello IGP).

Dietro di noi vengono Francia (con 658), Spagna (318), Grecia (con 250) e Portogallo (con 173). Se guardiamo più in dettaglio il dato italiano le regioni più presenti sono il Veneto con 90 prodotti, la Toscana con 89, il Piemonte con 81, la Lombardia con 77 e l’Emilia Romagna con 72. Dunque molto nord e ancora poco sud.

Sempre stando alle cifre le indicazioni geografiche riconosciute (e ottenere il riconoscimento richiede un importante e impegnativo lavoro di documentazione e per seguire l’istruttoria) sono 569 DOP (Denominazione d’origine protetta) e 230 IGP (Indicazione geografica protetta) e 2 STG (Specialità tradizionale garantita). A prevalere quantitativamente sono le indicazioni legate a vini (523) mentre quelle sul cibo sono 278. Gli addetti, ovvero i lavoratori coinvolti, sono circa 300 mila e a sostenere il sistema sono ben 219 consorzi incaricati di garantire il rispetto delle procedure, di favorire la relazione tra produttori (che sono spesso aziende di piccole dimensioni) e di sviluppare forme di promozione.

Per capire l’entità del fenomeno è molto utile vedere l’impatto che queste produzioni hanno sull’economia locale. 

Fra le prime posizioni della classifica di Qualivita stanno soprattutto le realtà legate alla food valley della pianura Padana: si parte dalla provincia di Parma con 963 milioni di euro, seguita da quella di Bolzano 458 milioni, Modena con 408 milioni, Trento 398 milioni, Udine 395 milioni, Reggio nell’Emilia con 372 milioni e via scendendo. Leggendo in controluce il dato per province è facile abbinarle ai prodotti più importanti del mondo DOP e IGP italiano che vanno dal Grana Padano DOP al Parmigiano Reggiano DOP, dall’Aceto Balsamico di Modena IGP al Prosciutto (primi quelli di Parma DOP e San Daniele DOP), dal Pecorino romano DOP alla Mozzarella di Bufala campana DOP, dal Gorgonzola DOP alle Mele (dell’Alto Adige IGP e della val di Non DOP).  Poi ci sono ovviamente decine di tipi di vino.

“Questi prodotti – spiega Mauro Rosati – possono e devono stare al centro dei modelli economici locali. I risultati raggiunti in alcune realtà sono davvero importanti. Il caso della crescita registrata negli ultimi anni dall‘Aceto Balsamico di Modena IGP, che oggi ha un valore della produzione di 292 milioni di euro deve insegnare. Spero che gli ultimi arrivati come ad esempio i Cantuccini Toscani IGP possano rilanciare l’intera industria dolciaria di questa regione. Ma è importante che l’attenzione non sia solo su quanti prodotti riusciamo a far riconoscere dall’Europa. Dobbiamo concentrarci su come li valorizziamo e su come facciamo crescere quelli oggi più indietro. C’è un clima favorevole, in Italia e all’estero, l’attenzione dell’opinione pubblica non manca perché tanto si parla di cibo in Tv e sul Web. Ma noi dobbiamo essere bravi a costruire strategie per non andare in ordine sparso. Il governo sta facendo uno sforzo importante per coordinare politiche e l’intero settore agro-alimentare ha l’obiettivo di arrivare a 50 miliardi di export nel 2020. Il trend è positivo, nel 2015 siamo arrivati a 36 miliardi. Il mondo delle indicazioni geografiche può e deve essere un pezzo fondamentale di questa crescita. Secondo le nostre stime l’export di questa fascia di prodotti è cresciuta di oltre l’8 %”. Noi dobbiamo dunque fare la nostra parte ma c’è poi il capitolo delle difficoltà legate alla tutela di questi prodotti da imitazioni e falsificazioni sui mercati mondali e degli accordi commerciali tra paesi.

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