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Export italiano da difendere da italian sounding e Ttip

TOlio_extravergine.jpgra falsificazioni vere e proprie e quello che viene chiamato “italian sounding” (letteralmente suonare italiano cioè avere un nome che sembra di un prodotto italiano che però tale non è), le stime più recenti parlano di un danno, in termini di mancate vendite, che per il nostro settore agroalimentare è pari a 60 miliardi di euro, cioè circa il doppio di quanto oggi è l’export di nostri prodotti alimentari verso il resto del mondo.

È chiaro che quando si parla del valore e delle potenzialità delle nostre produzioni Dop e Igp, della loro crescita, il problema di come tutelarle nella loro unicità e peculiarità è davvero un tema fondamentale, che passa da azioni giudiziarie in caso di falsi e truffe vere e proprie (ammesso che uno le scopra, specie all’estero), ma anche dalle legislazioni degli stati e da complessi accordi commerciali, come quello che è da mesi in discussione tra Europa e Stati Uniti, il temuto Ttip (Transatlantic treaty of international partnership). Un trattato che in sostanza dovrebbe creare una zona di libero scambio tra Usa e paesi Ue. E il tema della tutela delle denominazioni geografiche europee è proprio uno specifico capitolo dei 24 in cui si articola la trattativa.

Qual è il problema di fondo? Semplicemente il fatto che gli Usa non capiscono e non intendono tutelare marchi come il Dop e l’Igp, perché per loro valgono solo i marchi commerciali registrati, quelli che appartengono alle aziende private.

Il segretario Usa all’agricoltura, Tom Vilsack ha anzi esplicitamente ammesso qual è la preoccupazione americana e cioè che una difesa delle Igp europee possa danneggiare alcuni prodotti a “stelle e strisce” che vengono commercializzati da anni (tipo il “Parmesan” o l”Asiago cheese del Wisconsin”). Insomma ecco l'”italian sounding”: ovvero il consumatore crede di comprare qualcosa di italiano (c’è sempre la bandiera tricolore sulle confezioni) che in realtà, non solo non è italiano, ma ben poco assomiglia come sapore e qualità al prodotto originale.

“Negli Usa esiste il Consortium for common food names – spiega il direttore della Fondazione Qualivita, Mauro Rosati – con cui abbiamo anche avuto degli incontri. Si tratta di produttori, in molti casi italiani di seconda o terza generazione che hanno avviato negli Usa fiorenti aziende che evocano prodotti italiani. Si tratta di una lobby potente e determinata a tutelare i propri interessi”. Ed è chiaro che, in base alla normativa europea che prevede che un formaggio possa essere venduto come Parmigiano Reggiano o come l’aceto balsamico di Modena solo se ha il marchio o altrimenti debba essere ritirato dagli scaffali, lo scontro con gli “imitatori” Usa è frontale.

La trattativa sarà impegnativa e può darsi si protrarrà ancora a lungo. C’è chi dice che entro il 2016 si chiuderà, chi invece pensa sarà il presidente che succederà a Obama a poter firmare l’accordo con l’Europa. Vedremo. Ma l’attenzione dei nostri produttori, sostenuta dal governo italiano, è massima. “Uno dei problemi è che anche in sede Ue la tutela di Dop e Igp è una priorità per noi, per la Francia, un po’ per la Spagna. Ma siamo 28 paesi e agli altri non importa più di tanto“.

Un fronte che però potrebbe aprire spiragli, visto che negli Usa la sensibilità nella tutela dei consumatori è molto alta, è legato proprio al garantire una informazione trasparente a chi acquista: “Il punto – spiega ancora Rosati – è che chi compra il Parmesan non è vero che conosca la differenza con il Parmigiano Reggiano. E negli Usa ingannare i consumatori non è ammesso. Vedremo se questo aprirà la strada a una soluzione soddisfacente”.

Perché da un lato è chiaro che l’accesso a un grande mercato come gli Usa rappresenta una potenzialità straordinaria. Ma occorre farlo con le adeguate garanzie e tutele. Il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina ha garantito il massimo impegno del governo, ribadendo che nella trattativa sul Ttip “continueremo a spingere per la tutela a protezione del brand geografico. Su questo non accetteremo accordi al ribasso”.

Una strada potrebbe essere quella già ben rodata con altri paesi (Cina, Canada ad esempio) di definire una lista di indicazioni Dop e Igp reciprocamente riconosciute e dunque tutelate da imitazioni e falsi. Resta comunque il problema di poter poi verificare concretamente che le norme vengano rispettate. E questo richiede un ulteriore lavoro di controllo (e costi) per i nostri produttori e per i consorzi di tutela. Per questo è fondamentale che ci sia un buon accordo politico a monte.

marzo 2016

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