I nostri carrelli della spesa parlano di noi, ci raccontano la società meglio di un saggio di economia. E gridano di tutta la difficoltà del vivere oggi, in tempi in cui, secondo i dati Istat, il 20% della popolazione non ha risorse sufficienti per vivere eppure lo spreco domestico arriva a 1,7 milioni di tonnellate di cibo buttato ogni anno, e il 36,1% degli italiani è in sovrappeso. «Sono lo specchio di un Paese che mangia male, spreca e si ammala», dice Andrea Segrè, economista all’Università di Bologna. Segrè studia da anni la lotta allo spreco alimentare e sua è l’intuizione del Last minute market, l’impresa sociale che per prima, a fine anni ’90, ha attivato un meccanismo per raccogliere le eccedenze dei supermercati e portarle nelle mense sociali. Un meccanismo adottato anche da Coop con progetti come “Buon fine” e “Mangiami subito”, che ogni anno salvano tonnellate di alimenti prossimi alla scadenza o con piccole imperfezioni.
Il carrello della spesa degli altri
Con la collega dell’Università di Trento Ilaria Pertot, esperta in politiche agrarie, l’accademico ha da poco pubblicato “La spesa nel carrello degli altri. L’Italia e l’impoverimento alimentare”, per Baldini+Castoldi editore: tredici storie di sopravvivenza alimentare ed esistenziale, un viaggio, appunto, per indagare oltre ai numeri e accanto alle ragioni dello spreco, le nuove povertà alimentari, ma anche l’impoverimento stesso che emerge dai carrelli, pure quelli di chi può permettersi di fare la spesa.
Ascensore sociale in discesa
Il primo dato, tra quelli che Segrè e Pertot sottolineano, ha a che fare con la povertà, e non solo quella di chi vive in condizioni di indigenza assoluta. I poveri sono sempre di più, anche se non riusciamo a vederli. «Nel ’99, quando abbiamo avviato l’attività di Last minute market, la fetta di utenti che appartenevano a quella che viene definita povertà relativa era bassa. In questi 25 anni non ha fatto che aumentare, senza mai far registrare un’inversione di marcia. È come se nessuno di quelli che erano entrati in quella situazione ne fosse uscito, mentre nuove persone continuavano a entrare. Questo ci insegna che ciascuno di noi, anche chi sembra stare bene, potrebbe finirci. Il diritto al cibo, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, non esiste più», dice Segrè.
Gli “insospettabili” sono quelli che incontriamo ogni giorno, fermi davanti agli scaffali di negozi e discount a scandagliare i cartellini o a cercare i prodotti che costano meno in assoluto, i cosiddetti “primo prezzo”. Alcuni di loro, con le loro esistenze, sono raccontati nel saggio di Segrè e Pertot: la madre single con partita Iva che dà fondo ai suoi risparmi per comprare a suo figlio frutta e verdura biologiche, e lascia per sé solo la pasta in bianco; i giovani immigrati di seconda generazione che sprecano i pochi spiccioli rimasti in tasca in patatine e cibo spazzatura, anche un po’ per sentirsi uguali agli altri; il padre separato che non ci sta più con i conti; la pensionata che fa il giro all’ortofrutta e nel reparto salumeria a caccia di offerte speciali; il senzatetto annichilito dalla sua dipendenza dall’alcol; la funzionaria ludopatica. Sono alcuni dei ritratti che emergono dall’affresco e che gli autori hanno individuato dopo un anno di ricerche e di studi anche sul campo.
«Oggi il 21% delle pensioni è sotto i 500 euro, il 37% è tra i 500 e i 1.000 euro. Questo dato da solo basta a comprendere quanto alto sia il numero di persone in difficoltà. E accanto ai pensionati c’è chi vive di lavoro povero, soprattutto persone che hanno contratti a termine o part time, ricoprendo mansioni di basso profilo», dice Ilaria Pertot. In Italia l’indice di povertà assoluta nell’ultimo anno è passato dal 7,7 all’8,5% della popolazione e tocca ben 5,7 milioni di cittadini. Un dato che cresce nelle famiglie straniere dal 28,9% al 30,8% e sale addirittura del 21% nelle coppie con 3 o più figli, ma colpisce anche le famiglie di genitori soli con un figlio minore per il 13,3%. L’aumento dei prezzi ha generato nelle famiglie meno abbienti una riduzione del 2,5% nella spesa reale (dati Istat) e le persone più vulnerabili sono spesso costrette a consumare solo alimenti di base o molto a buon mercato, spesso malsani.
Le due facce dello spreco
Il paradosso, spiega bene Segrè, è che a fronte delle dispense sempre più vuote, un terzo degli alimenti che si producono nel mondo non arriva nemmeno sulle tavole, ma viene buttato prima. E lo spreco continua a casa, non solo nelle cucine dei benestanti: a gettare nella spazzatura cibo è anche chi non si potrebbe permettere di farlo. «Chi ha pochi soldi mangia male non solo perché è costretto a mettere in tavola spesso cibi processati, meno cari di quelli freschi. Il più delle volte si trova per esigenza a comprare prodotti più vicini alla scadenza perché meno cari, ma che deperiscono prima», dice Segrè.
Ma l’impoverimento del nostro secolo ha anche un’altra faccia della medaglia, quella di consumatori con un discreto potere di acquisto. «Se non è vero, come ha detto un ministro un po’ di tempo fa, che i poveri mangiano meglio dei ricchi, neppure i ricchi mangiano tanto bene», continua il professore. Chi sono? La famiglia benestante e in sovrappeso, dove la quantità senza freni è sinonimo di tranquillità e benessere, l’adolescente che tenta di placare il suo disagio con le abbuffate, lo studente fuori corso che si ubriaca con il vino scadente per risparmiare sull’aperitivo, il nuovo ricco che fa dello spreco uno status symbol.
Esistenze diverse, ma accomunate da un denominatore – la solitudine – presente tra chi ha poco e chi ha tanto, ma vive un impoverimento di altro tipo. I personaggi del saggio, storie vere scelte dopo avere studiato più di 8 mila casi, sono soprattutto soli, senza possibilità di chiedere aiuto. Come sottolinea Ilaria Pertot: «Il non avere una rete di supporto è un elemento che accomuna tutti coloro che sono in difficoltà, perché chi ha problemi resta solo, diventa trasparente. La povertà nel carrello degli altri, di qualunque tipo essa sia, fa paura a tutti. Anche se i protagonisti del libro sono spesso responsabili della propria situazione, quando cadi difficilmente trovi qualcuno che ti dia una mano a uscirne».
Ripartire dalle cause
Come fare? Intanto intervenendo alla radice sulle emergenze, con una strategia politica che non sia solo di aiuto: il libro chiama all’azione proponendo interventi concreti e strutturali di lungo termine, attraverso un sistema di politiche alimentari urbane integrate all’educazione alimentare in tutti i cicli di istruzione.
La sintesi la fa il cardinale Matteo Maria Zuppi (nella foto a sinistra), che ha scritto la prefazione del saggio: «Con il benessere non abbiamo saziato la fame vera e non abbiamo diviso nemmeno l’abbondanza, ma semmai nutrito le disuguaglianze. I poveri sono poveri, ma devi entrare nella loro povertà per capirne le cause, e da qui individuare una strada. Vanno indagate le cause, come è stato fatto nel libro e come la politica dovrebbe fare. Tutte queste solitudini rivelano l’indebolimento di una società che va ritessuta». Intanto, anche i grandi del mondo iniziano a mettere in agenda il tema di una povertà che riguarda oggi anche le società “evolute” e non più solo i Paesi in via di sviluppo. All’ultimo G20 del Brasile, per la prima volta è stata lanciata un’Alleanza globale contro la fame e la povertà. «Abbiamo avviato un dibattito senza precedenti sulla tassazione dei super ricchi», sono state le parole del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Sul tavolo, l’ipotesi di una tassazione sulle ineguaglianze che pesi sui super ricchi per finanziare politiche di aiuto a chi è nell’indigenza. Comunque, un inizio.
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