Attualità

Vite salve: incidenti stradali, morti ridotte del 50%

Incidenti_strada.jpgFinalmente l’Italia centra l’obiettivo, fissato dall’Unione Europea nel 2001, che prevedeva la riduzione della mortalità causata da incidenti stradali del 50% entro il 2010. Lo fa con tre anni di ritardo, ma lo fa. Infatti, stando ai dati presentati il 4 novembre scorso da Aci e Istat il numero dei morti nel 2013 si è fermato a quota 3.385, mentre i feriti sono stati 257.421. L’asticella del dimezzamento era fissata a 3.548 unità. Ci siamo perciò. Meglio tardi che mai.

Il dato statistico parla chiaro: diminuiscono gli incidenti, ma soprattutto il numero delle vittime che nel 2013 ha permesso di salvare 368 vite umane, quasi il 10% in meno rispetto al 2012 con risultati a cui non eravamo abituati soprattutto per alcune categorie di utenti vulnerabili come ciclisti (-14,0%) e motociclisti (-14,5%).

Ma non c’è tempo per festeggiare. Anzi bisogna tenere alta la guardia per proseguire l’azione di miglioramento e sensibilizzazione promossa dalla Commissione Europea che ha proclamato tre anni fa un nuovo decennio (2011-2020) di iniziative volte a dimezzare ulteriormente il numero di decessi da incidenti stradali in Europa dove, nonostante i grandi passi fatti, si muore ancora troppo. Anche per colpa nostra visto che siamo il Paese che fa registrare in assoluto il maggior numero di vittime. Meglio di noi fanno Francia, Germania e Spagna per non parlare di Svezia e Regno Unito che con una popolazione analoga alla nostra conta circa la metà dei nostri morti.

In ogni caso qualche risultato possiamo vantarlo: dal 2001 al 2013 c’è stata una riduzione del numero dei morti del 52,3% che in valori assoluti fa 3.711 vite salvate. Un dato positivo al quale hanno contribuito molti fattori: dalle tante modifiche apportate al Codice della Strada, all’intensificazione dei controlli, dalle campagne di sensibilizzazione, alla crisi economica e conseguente riduzione della mobilità degli italiani, fino a una rinnovata sensibilità della politica nazionale e locale ai temi della sicurezza e della mobilità sostenibile che ormai sono a pieno titolo considerate due facce della stessa medaglia, che ha come posta in gioco la vivibilità complessiva delle nostre città.

Ma torniamo alle ragioni. Sicuramente l’avvento della patente a punti a partire dalla sua entrata in vigore nel luglio 2003 ha impresso una frenata importante al numero di incidenti per poi lentamente scemare nel tempo. Come spesso accade in Italia all’inizio, grazie all’effetto annuncio, la gente si mette in riga temendo multe, ma dopo un po’ di tempo in mancanza di controlli scema l’effetto dissuasivo.

Altro tema è appunto quello dei controlli, sia quelli in presenza delle forze dell’ordine che quelli effettuati con i rilevatori di velocità: entrambi hanno contribuito in maniera decisiva alla riduzione degli incidenti. Basti pensare al controllo della velocità in autostrada (tutor) introdotto nel 2004 che ha ridotto in modo considerevole l’incidentalità in questa categoria di strada su cui pesa il tragico incidente di un bus turistico che ha causato nel luglio 2013 ben 40 morti.

Sicuramente a far sì che molti feriti non si trasformassero in morti, hanno inciso i tanti e nuovi sistemi di protezione passiva proposti dalle case automobilistiche che, sempre più, utilizzano l’argomento sicurezza come leva di marketing, proponendo sempre nuovi e efficaci dispositivi.
Infine, è stato fondamentale lavorare su specifici segmenti di incidentalità come ad esempio quello noto come le “stragi del sabato sera”.

Pochi se ne sono accorti ma di fatto sono uscite dal novero delle emergenze stradali. “Nel 2001 i morti del fine settimana erano 917: nel 2012 ne abbiamo contati 363 con un saldo positivo impressionante”, dice soddisfatto Giordano Biserni di Asaps l’associazione sostenitori e amici della polizia stradale.
Una buona pratica da cui forse bisognerebbe trarre insegnamento visto che è stato per anni una sorta di laboratorio di azioni coordinate fatte anche di importanti campagne di coinvolgimento e di comunicazione – come quella di Ania “Guido con Prudenza”, che va avanti dal 2004 e che è servita ad introdurre e diffondere anche in Italia la figura del guidatore designato, ovvero colui che, nelle serate in discoteca con gli amici, si impegna a non bere per riportare a casa gli amici in sicurezza.
Campagne di comunicazione potenziate però con massicci controlli del tasso alcolemico.

Altro protagonista infatti è stato proprio il temuto etilometro con il quale nel 2006 si facevano 200.000 controlli all’anno che oggi sono diventati quasi due milioni.
Anche la crisi economica e la conseguente riduzione della mobilità complessiva ha trascinato in basso il contatore degli incidenti stradali soprattutto in quanto legati agli spostamenti casa lavoro. I dati Inail 2013 relativi agli incidenti stradali avvenuti in orario di lavoro e nel tragitto casa lavoro sono infatti diminuiti del 13% rispetto al 2012, ma rimangono comunque, con 368 vittime, oltre la metà del complessivo numero di incidenti sul lavoro.

Da questo punto di vista rappresenta sicuramente un’eccellenza il Gruppo Federtrasporti che in 10 anni grazie al programma “Strada Facendo” ha visto ridurre gli incidenti tra i suoi lavoratori del 50%. “Un programma che ha prodotto un risparmio per il Gruppo di 1,2 milioni di euro derivanti dal contenimento del costo delle polizze assicurative e dai mancati danneggiamenti delle merci trasportate, senza contare i benefici in termini di produttività, qualità e stile di vita dei conducenti e la crescita di affidabilità complessiva dell’impresa verso i propri clienti” dice con un certo orgoglio Paolo Moggi responsabile Sistemi qualità e sicurezza di Federtrasporti.

E per il futuro? Anche la politica sembra avere idee più chiare. “I problemi più grossi in tema di sicurezza stradale in Italia sono legati alle aree urbane e all’utenza vulnerabile” dice Paolo Gandolfi relatore in Parlamento della legge delega per la revisione del Codice della Strada passata nel mese di ottobre al vaglio della Camera e adesso in attesa di essere discussa in Senato.

La discussione in atto in Parlamento contiene oltre al tanto mediatizzato provvedimento relativo all’omicidio stradale soprattutto un’idea del Codice della strada che riporta l’attenzione “dalle strade alle persone”. Un Codice della strada “capace di creare per le aree urbane delle regole specifiche che non partano più dall’idea di gerarchia delle strade e separazione dei flussi, ma dalla gerarchia del grado di vulnerabilità delle persone. Che pensa non tanto alla segregazione dei traffici, ma alla convivenza tra i vari utenti della strada e alla sicurezza di quelli più deboli a cominciare dai bambini e dagli anziani, visto che anche in quest’ultima rilevazione sono le fasce d’età che fanno registrare i maggiori incrementi di decessi” continua Gandolfi. Insomma un Codice capace di aiutare la costruzione di città che vadano bene “dagli 8 agli 80 anni” per usare una fortunata espressione di Gil Penalosa.

Ecco che bambini e anziani, pedoni e ciclisti diventano il vero obiettivo su cui lavorare da qui al 2020. Si tratta infatti di quell’utenza non motorizzata che andrebbe incentivata non solo per ragioni ambientali ma soprattutto di sicurezza stradale. Edoardo Galatola responsabile sicurezza della Federazione Italiana Amici della bicicletta (Fiab) lo sostiene da anni: “il miglior provvedimento per la sicurezza degli utenti deboli si ha con l’incremento della mobilità non motorizzata: sono i pedoni e i ciclisti i protagonisti della ventata di mobilità sostenibile che spira nelle città”. Da loro può arrivare infatti una risposta importante anche in tema di sicurezza stradale perché come sostiene Fiab da tempo “più siamo e meno male ci facciamo”, ovvero più siamo, più siamo visibili e più il traffico veicolare impara a convivere con noi e a rispettarci.

Le città del futuro hanno bisogno del pedone, del ciclista, del bambino e dell’anziano: sono loro i protagonisti della sicurezza stradale di domani. Altro che utenza debole: piuttosto “utenza attiva” perché capace di “creare sicurezza” e di ribadire all’opinione pubblica – come solo chi è inerme sa fare –  il principio etico di incolumità del cittadino.

dicembre 2014

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