Attualità

Violenza economica: così si sfruttano le emozioni

mano maschile che passa un bancomat ad una mano femminile per rappresentare la violenza economica

Nora è una donna sui 45 anni, titolare di un e legante negozio di accessori di moda a Torino. Single, piacente, benestante. Il nome è di fantasia ma la storia è vera: i suoi guai finanziari iniziano quando si innamora, ricambiata, del suo maestro di ballo. Un uomo brillante, che guadagna bene con la sua attività anche se non ha un lavoro da dipendente. Così, quando le chiede di aiutarlo a ottenere il finanziamento per comprare la macchina nuova, di cui lui pagherà le rate, Nora accetta tranquilla e firma il contratto con la finanziaria, garantendo per lui. È solo il primo di una serie di acquisti in cui è sempre Nora ad accollarsi ufficialmente i pagamenti, che diventano via via più numerosi e difficili da gestire. Lui contribuisce a singhiozzo e lei è sempre più in difficoltà, ma si vergogna di raccontare quello che sta accadendo a familiari e amici: il suo compagno sta approfittando di lei. Ne uscirà rivolgendosi a uno sportello antiviolenza, che segue le donne anche quando gli abusi non sono fisici.
«In casi come questo si fa leva su un legame emotivo per ottenere un beneficio economico – spiega la professoressa Emanuela Rinaldi, responsabile scientifica di Obiettivo EFFE, progetto multidisciplinare dell’Università di Milano-Bicocca dedicato all’empowerment femminile e all’educazione finanziaria -. Le donne ne sono colpite più spesso e in vari modi, più o meno evidenti: magari lavorano nella ditta di famiglia in nero o con un inquadramento diverso da quello reale. O si prestano, ignare, a fare da prestanome per gli impegni finanziari di padri, mariti e figli di cui si fidano. Sono episodi che possono verificarsi anche tra generazioni diverse, come per figli e nipoti che chiedono a genitori e nonni di garantire con la loro pensione o con la busta paga per acquisti impegnativi. Quando però le cose vanno storte, chi ha firmato ne paga in prima persona le conseguenze».

Manipolazione o violenza economica?

Dove finisce la manipolazione e inizia la violenza? L’Istat stima che il 35% delle donne italiane abbia subito almeno un episodio di violenza economica: cioè, secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) “Comportamenti volti  a controllare la capacità di un individuo di acquisire, utilizzare o accumulare denaro, credito, proprietà o altre risorse economiche, danneggiando la sua sicurezza economica e la sua capacità di raggiungere l’autosufficienza finanziaria”. Si manifesta principalmente in cinque modi: il controllo del reddito, il limitare l’accesso alle risorse finanziarie, il forzare la vittima all’indebitamento, il sabotaggio ad azioni che consentirebbero alla vittima di avere maggiore indipendenza economica, fino all’esclusione da decisioni finanziarie che riguardano anche la vita economica della vittima.
«Le forme di violenza più diffuse – chiarisce Rinaldi – sono impedire alla donna di lavorare e dunque di guadagnare autonomamente, oppure di accedere alle finanze familiari. Anche se il conto in banca è cointestato, spesso lo segue solo il marito, che di fatto gestisce ed elargisce il denaro ai membri della famiglia. Sono forme di controllo subdole, che diventano un problema grave quando l’armonia nella coppia si incrina o ci si separa».

Un conto corrente tutto per sè

Basti pensare che solo il 58% delle italiane ha un proprio conto corrente personale; la punta dell’iceberg di uno svantaggio più generale di accesso al denaro e alle competenze finanziarie: «È  un problema tipicamente italiano – afferma Rinaldi -: già a 15 anni le ragazze hanno meno competenze finanziarie dei ragazzi e in generale alle donne non piace occuparsi di soldi. È il frutto di un processo culturale articolato. L’educazione finanziaria da noi non è una materia considerata così importante come in altri paesi e c’è una demonizzazione del denaro che nasce dal nostro retaggio religioso. È importante, ne siamo in un certo senso dominati, ma non lo studiamo. Inoltre, in Italia le donne che lavorano sono relativamente poche e spesso dopo il secondo figlio stanno a casa; quindi, storicamente sono gli uomini a guadagnare e gestire le risorse familiari.
Infine, le ragazze non hanno molti modelli femminili positivi di donne di successo che lavorano nella finanza, anche nella cultura di massa. I ricchi, chi guadagna denaro, nei fumetti o nei film sono spesso uomini: Paperon de’ Paperoni, Batman, Iron Man… Le donne, se sono ricche, è soprattutto perché nascono principesse. Oppure sono cattive, come la Crudelia Demon del cartone animato Disney e quella del film con Glenn Close». Chissà se la Crudelia interpretata da Emma Stone sarà un modello più attraente per le ragazze di oggi, nella strada verso l’indipendenza finanziaria.

 

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: educazione finanziaria, violenza economica

Condividi su

Lascia un commento

Dicci la tua! Scrivi nello spazio qui sotto cosa pensi dell’articolo, la tua opinione è importante per noi.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Ho letto la policy privacy e accetto il trattamento dei miei dati personali

Iscriviti alla
newsletter

di Consumatori

Ricevi ogni mese via mail la rivista digitale e le notizie più interessanti

;