«Algoritmo e coscienza. L’intelligenza artificiale ne avrà mai una? È una domanda che l’uomo si pone da molto tempo: un interrogativo affascinante che tuttavia ha risvolti pratici al momento nulli, piuttosto filosofici e di pensiero». Risponde così Filippo Chiarello, docente di Design e AI presso l’Università di Pisa, scuola di Ingegneria, intervistato al ritorno da una delle tante conferenze tenute in giro per il mondo su un argomento oggi cruciale anche per l’economia e per la concorrenza sui mercati. A questo tema è stato dedicato un intero G7 in ottobre, a Roma. Su questo sito trovate anche un ampio servizio sull’intelligenza artificiale, completo di guida antitruffe.
Professore, liquida con una battuta il dibattito in corso tra intelligenza artificiale forte (Agi, Artificial general intelligence), in grado di provare emozioni, sentimenti e svolgere compiti cognitivi a livelli umani, e IA debole? La mia opinione si aggiungerebbe alle altre e conterebbe poco. Quello che noto è che il tornare a porsi questa domanda sia a livello scientifico che su media è molto interessante, perché ci porta a riflettere su temi vecchi come il mondo che avevamo accantonato: cosa vuol dire conoscenza? cosa intendiamo per emozione? cambiano o no questi concetti al cambiare della tecnologia? L’avvento dell’IA sta inducendo gli stessi tecnici ad affrontare tematiche che prima non erano sul tavolo. Più concreto è riflettere sull’aiuto che i sistemi di IA possono dare a chi fatica a provare emozioni perché ha un deficit fisico o problematiche di tipo cognitivo.
Allo stato attuale stiamo però producendo “cibo” talvolta avariato per addestrare l’IA. Lo fa notare Luciano Floridi nel suo ultimo libro “Filosofia dell’informazione”. È il tema della qualità dei dati, che è fondamentale in questo momento storico. Le organizzazioni che si occupano della creazione di “data set” usano competenze informatiche che portano a misurare la qualità con metriche che non tengono minimamente conto dell’impatto sociale e dei bias (il bias AI, chiamato anche bias machine learning o bias dell’algoritmo, si riferisce ai risultati distorti dovuti a pregiudizi umani, NdR). Questo perché non esiste una regolamentazione neanche a livello scientifico. Se domani, per esempio, volessi avviare una start-up di AI, il focus non sarebbe sul dove ho preso i dati per addestrare il sistema, ma sulla massimizzazione di metriche tecnologiche di performance.
Da qui a creare dei fake il passo è breve. Per risolvere questo problema che è ben noto e che conduce alla non “reliability” (attendibilità, NdR) dei sistemi, ci vorrebbe un approccio diverso, che stabilisse delle misure di qualità dell’output non solo tecniche. Cosa che esiste già per altre tecnologie. Pensiamo agli smartphone, ad esempio, che hanno norme sulla quantità di radiazioni che ci informano sul rischio di malattie. Nell’IA siamo lontanissimi da tutto ciò: non è chiaro nemmeno al progettista che cosa vuol fare un sistema, il che rende la regolamentazione, che già è lenta, quasi un’utopia. Molti impatti negativi, va aggiunto, esisteranno sempre per via dei dati che contengono bias di tanti tipi, ma è anche vero che le aziende di maggior successo, come OpenAI, ricorrono a procedure per limitare i danni. ChatGPT non farà mai passare cose blasfeme o violente: viene addestrato ad avere una ecologia anche tramite metodi censurabili come lo sfruttamento di persone in Africa, che per due dollari l’ora etichettano miliardi di informazioni ripulendo il linguaggio dal male.
Qual è secondo lei l’accoglienza che gli italiani riservano all’IA? La polarizzazione piace a tutti noi esseri umani perché è divertente, ci identifica, ci fa sentire parte di un gruppo. Oggi, essere contro o estremamente contro l’intelligenza artificiale, o usarla invece con grande enfasi ed entusiasmo, sono entrambi atteggiamenti che vedo diffusi sia tra colleghi sia tra chi lavora nelle aziende o parlando in giro con le persone. Questo è un problema in tutti e due i casi: anche la mancata utilizzazione, infatti, lo è, perché si possono fare tante cose con questi strumenti e più persone li utilizzeranno, più si spera che avremo la capacità di comprenderli e di avere una visione critica di questa tecnologia di massa.
Grazie all’IA avremo un mondo più vero o più falso nei prossimi anni? Non so risponderle, ma spero che ci interrogheremo di più su cosa significa vero e cosa falso alla luce della grande rivoluzione che sta avvenendo.
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