Attualità

Una campagna per difendere il pluralismo dell’informazione

Meno_giornali_Meno_liberi.jpgUna palla di giornali malamente accartocciati: è il simbolo della campagna di comunicazione “Meno Giornali = Meno Liberi” in corso da alcune settimane e lanciata da 9 associazioni e sindacati del settore (Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, Mediacoop, Federazione Italiana Liberi Editori, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Articolo 21, Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL, Associazione Nazionale Stampa Online, Unione Stampa Periodica Italiana) per salvaguardare il pluralismo dell’informazione e per una riforma urgente dell’editoria.

C’ è una petizione, pubblicata sul sito www.menogiornalimenoliberi.it (e su tutti i social, l’hashtag #menogiornalimenoliberi), che tutti sono invitati a sottoscrivere, con cui si chiede di mettere mano ai tagli immotivati del contributo diretto all’editoria e di avviare subito un Tavolo di confronto sull’indispensabile riforma dell’intero sistema dell’informazione (giornali, radio, tv, internet). Come spiega Roberto Calari,  presidente di Alleanza delle cooperative italiane comunicazione “sono oltre 200 le testate non profit che rischiano di chiudere sul territorio nazionale, lasciando sul campo 3.000 posti di lavoro tra giornalisti, grafici e poligrafici. Quotidiani locali, riviste di idee, periodici di comunità, settimanali cattolici, organi di informazione delle minoranze linguistiche, ma anche giornali nazionali di opinione.

È questo il mondo messo in crisi dal taglio dei contributi 2013 (dimezzati retroattivamente a bilanci già chiusi) e 2014. Sono 300 milioni di copie distribuite in meno ogni anno, 500mila pagine di informazione che verranno a mancare, con danni gravissimi per l’indotto (tipografie, trasporti, distributori, edicole) e le economie locali. I promotori calcolano che i costi per lo Stato saranno largamente superiori al valore del Fondo per il contributo diretto all’Editoria, individuabile, per il 2015, in circa 90 milioni di euro. I promotori ricordano invece che la Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di espressione e di informazione, mentre lo Stato italiano è agli ultimi posti in Europa per l’investimento pro capite a sostegno del pluralismo dell’informazione.  

“La nostra campagna – prosegue Calari – continuerà anche perché vogliamo agganciarla alla discussione sulla riforma complessiva dell’editoria, riforma che  dovrebbe prevedere un nuovo fondo per il pluralismo dell’informazione per andare verso una visione multipiattaforma e multimediale della risorsa informativa. Non si può tergiversare perché siamo in profondo ritardo e le sofferenze delle aziende sono insopportabili. Ricordo infine che  in molti Paesi dell’Unione Europea ci sono contributi diretti e indiretti dello Stato che offrono sostegno addirittura alla nascita di nuovi strumenti dell’informazione considerati come beni pubblici”.

 

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