Attualità

Spiagge e concessioni, che pasticcio!

Spiaggia con ombrelloni

Mattina presto dopo il temporale. Una coppia di tedeschi fa footing nei Giardini a mare, il retrospiaggia di Milano Marittima: un parco dove, però, di fango non ce n’è. Ci sono tamerici e rosmarini lungo il sentiero piastrellato. Da un lato i grandi hotel, dall’altro i bagni che né il vento, né le alluvioni hanno piegato. Tutto, in Riviera, splende alla perfezione, che piova o ci sia il sole. Le targhe ricordano che è merito dei pionieri del turismo locale e del loro valore (imprenditoriale), altrove attribuito a eroi della patria, martiri e scrittori.

C’è una famiglia di Cervia che spinge la carrozzina, un fisioterapista che accompagna un ragazzo disabile su una speciale sedia da mare, chiamata Job, che entra direttamente in acqua (un servizio gratuito, battezzato “Un bagnino per amico”); e via verso gli ombrelloni che riaprono. Voglia di un caffè? Al Papeete, «il più importante stabilimento balneare d’Europa», così dicono qua, anche senza bisogno che la politica ci mettesse il cappello, la tazzina in bassa stagione costa un euro: meno che in città. 

Prezzi popolari. Accessibilità garantita a tutti. Regole condivise e trasparenti. Un sorriso sempre. È il modello turistico romagnolo, certo non l’unico della penisola che da Nord a Sud presenta una miriade di situazioni diverse (dall’esclusività di Capri e Portofino, ai lidi di Venezia a 5 stelle, al Meridione da valorizzare), ma forse il più riuscito in Europa e nel mondo. Che si rialza sempre dopo una calamità e trema solo davanti a una cosa. O meglio, a un nome: Bolkenstein.

Direttiva bollente. Si chiama così la direttiva europea del 2006 che chiede agli Stati membri una diversa modalità di assegnazione delle concessioni demaniali per attività private, come stabilimenti balneari e ristoranti. Sono 10 mila in Italia (di cui 7.173 bagni censiti da Unioncamere), e occupano circa la metà dei 7.458 km di costa: i più redditizi. Il resto sono spiagge libere. La Bolkenstein mette il veto ai rinnovi automatici per i titolari delle licenze, metodo con cui, da sempre, lo Stato italiano gestisce l’affidamento, tenendo, tra l’altro, bassissimi i canoni (da un minimo di 3.377 euro l’anno nel 2023, con casi limite emersi di 500 euro!), e rinviando qualsiasi riforma, divenuta negli anni terreno fertile per la battaglia politica ed elettorale. Insomma, una patata bollente che nessuno vorrebbe gestire per la sua complessità, ma che tanti sono pronti a sfruttare a proprio vantaggio. 

Unitamente alla legge 118 sulla concorrenza, varata dal governo Draghi e in vigore dal 2022 (ma mancano i decreti attuativi), la direttiva persegue l’idea che vadano sbloccate situazioni di sostanziale “appropriazione” (con riassegnazioni automatiche o senza reali alternative di mercato) costruite su beni dello Stato, nella speranza di ottenere prezzi più convenienti e servizi migliori per il cittadino: ci sono stabilimenti, qui, che portano il nome della famiglia che se li passa da generazioni e abusi edilizi, lungo lo Stivale, trascinatisi nel tempo. Si rischia però, in nome della liberalizzazione, di far saltare comparti turistici molto ben oliati come quello adriatico, che affonda le radici nel Dopoguerra, formato da una rete di piccole imprese familiari associate spesso in cooperative. Tra Comacchio e Cattolica se ne contano 14 aderenti a Legacoop, di cui 5 tra piccoli lavoratori e 9 tra stabilimenti balneari che si aiutano l’un l’altro. 

Fa paura che la direttiva prescriva, là dove ci sia “scarsità di risorse naturali”, evidenze pubbliche (in capo ai Comuni), per capire chi è interessato a concorrere a bandi con procedure selettive. Il che significa gare, non aste economiche, che ogni Stato è tenuto a organizzare istituendo commissioni e apposite normative che premino alla fine i migliori progetti complessivi di valenza turistica: un mix tra piani di ristrutturazione dei bagni e benefici per la collettività. Tutto un po’ fumoso, e ci si aspettano veri e propri stravolgimenti. 

«C’è il pericolo di distruggere comunità che si sono costruite in tanto tempo, il rischio del tutti contro tutti», paventa Stefano Patrizi, responsabile balneari di Legacoop Romagna. Che teme vengano premiati i soggetti con più disponibilità di capitali e non quelli in grado di garantire continuità di lavoro per le famiglie e i dipendenti: «Pensiamo ai rischi di infiltrazioni mafiose o di grandi multinazionali, a tutto danno della nostra filiera locale». Grandi gruppi stranieri come Red Bull, ad esempio, che a giugno ha comprato 120 km quadrati del golfo di Trieste (costo 9 milioni di euro, di cui la metà in concessioni), a cui si aggiungono i potenti di casa nostra, da Armani a Bocelli a Briatore, acquirenti di lounge bar e chiringuitos in Versilia. Hanno capito che la spiaggia – sempre meno ombrelloni e sempre più ristorazione, moda, industria dell’intrattenimento e della notte – è una gallina dalle uova d’oro. 

L’arrembaggio finanziario? Ma veniamo al punto. Ed è che l’Italia non ha ancora applicato la Bolkenstein ai balneari: proroga dopo proroga, siamo arrivati al 31 dicembre 2024. Entro quella data devono essere espletate le gare per il rinnovo delle concessioni. E che la procedura sia “imparziale e trasparente”, si è raccomandata la Corte di giustizia dell’Ue. Ma anche gli attuali concessionari possono concorrere, partendo da posizioni di vantaggio… 

«Eh, no! – insorge Danilo Piraccini, consigliere della cooperativa Bagnini Cervia, 15 anni di esperienza in materia –. Le cose non stanno proprio così». Ed entra nel merito, smontando i due pilastri della Bolkenstein che promette concorrenza ma che, dice, nei fatti la inibisce. Primo: che tutti possano realmente partecipare. È un inganno. «Le nostre proiezioni ci dicono che per vincere una gara a Cervia servono almeno 1 milione mezzo di euro a progetto, più la liquidazione dell’indennizzo al titolare. Non sarà dunque una gara accessibile a tutti, e tantomeno ai giovani. Sarà un boccone goloso per i grandi gruppi organizzati e della finanza. E si aprirà una stagione di contenziosi, la più grande mai vista, perché l’Europa ha scelto di non intervenire sul valore delle aziende. La durata dell’affitto? Va parametrata all’investimento». Qualcuno fa notare, però, che 1 milione di euro non è lontano dal prezzo di un bell’appartamento nel centro di Cervia. Per rientrare dalla spesa, comunque sia, ci vorrà del tempo: «Almeno 25 anni, il che significa 4 gare in un secolo», ha calcolato Piraccini. «Consideri che nell’ultimo decennio il 20% delle imprese balneari di Cervia è stato già compravenduto, aiutato dal fatto che gli affitti non scadevano». 

La spiaggia fa notizia, ma la narrazione corrente non piace ai diretti interessati. «Non è vero che la legge porterà benefici all’utente». E giù la seconda picconata. «Il progetto per vincere dovrà essere remunerativo – continua Piraccini –, per cui il costo spiaggia aumenterà. E impatterà sul sistema alberghiero. A pagare il conto maggiore saranno i 3 stelle, i più economici, che dovranno trasferire la maggiore tariffazione sulle camere: dagli 8-9 euro al giorno di oggi, probabilmente andremo a 20-25 euro». 

Il g0verno, nel frattempo, ha avviato un tavolo tecnico ed è partita una nuova mappatura delle spiagge. Ma siamo indietro. I balneari lamentano ritardi e l’incertezza sul futuro. Pur nella frammentazione di un settore che, in Italia, raggruppa 8 principali sigle associative e sindacali, più le minori, più le cooperative e i consorzi, con sfumature diverse di approccio alla legge, gli imprenditori si schierano contro una visione «ideologica e ambientalista radicale» alla Mario Tozzi. 

Scrive il noto divulgatore scientifico su Twitter: «Hanno lucrato per decenni sul bene demaniale, rendendo difficile l’accesso e spesso usando cemento e costruendo strutture non temporanee». La replica è che negare l’accesso alla battigia come a Ostia è fuorilegge, che le spiagge libere non aumenteranno, come si dice, grazie alla Bolkenstein: anzi, magari faremo centinaia di metri per raggiungere un lido perché all’albergo non converrà la convenzione in essere con lo stabilimento che ha di fronte. E poi c’è lo scandalo dei canoni di affitto. Difficili, quelli, da difendere. 

Canoni da ridere. E gli imprenditori del turismo infatti alzano le mani di fronte alle cifre esigue sborsate per le licenze che, però, sono stabilite dal governo e riguardano tutto il demanio, controbattono, dalle caserme ai palazzi. C‘è poi il tema della fedeltà fiscale, condiviso con altre categorie del privato, che nel settore non è elevata. Lo Stato incamera meno di quel poco che chiede: nell’ultimo anno, su 55 milioni i gestori ne hanno versati solo 43,4, con un tasso di morosità del 20,3%. I giri d’affari a volte sono milionari. A Forte dei Marmi, la forbice è tra i 5,4 milioni di valore di un bagno e i 12 mila euro annui versati all’erario. Più o meno la stessa quota pagata dal Twiga di Flavio Briatore che ha fatturato nel 2022 10 milioni di euro. «Ma non siamo tutti Briatore», si rivoltano gli interessati. A Milano Marittima, uno stabilimento di media dimensione paga 8 mila euro, che però raddoppiano con le spese per il servizio di salvamento. Sarebbe a dire? 

Il caporedattore di Mondo Balneare, Alex Giuzio, spiega che ci sono spese accessorie ma obbligatorie nei contratti con lo Stato, che la Spagna, ad esempio, non ha. Nel modello italiano lo Stato affida le spiagge ai privati che in cambio se ne prendono cura e sono obbligati a garantire servizi pubblici essenziali come il salvamento dei bagnanti, esteso alle spiagge libere. Le dune invernali, inoltre, contro le mareggiate, proteggono non solo i lidi ma l’entroterra minacciato dagli effetti della crisi climatica. E c’è la pulizia delle spiagge: si pensi alle quantità di legname raccolto con relativi costi di trasporto e smaltimento. Tutti oneri che sfuggono ai conteggi. 

Ma non saranno gli utenti, chiediamo, a pagare alla fine il costo di questa lunga vertenza, come dicono Altroconsumo e altre associazioni di consumatori, preoccupate dal caro-ombrellone? «A una riforma vera dei canoni – ribadisce Piraccini – nessuno di noi si oppone, ma la Bolkenstein, quella no: è pronta a scatenarsi la tempesta perfetta».
Fuori, intanto, è tornato ad ardere un sole giaguaro: campi di beach volley infuocati e bicchieri di spritz sotto le tende arabe. Di una nuova tempesta, al momento, nessuna avvisaglia.

Qui Liguria. Assalto di turisti, ma l’occupazione sarebbe a rischio. Spiagge molto più piccole che sull’Adriatico, 5 mila euro annui di media incamerati dallo Stato, un turismo che proviene non solo da Piemonte e Lombardia ma dal mondo: già a inizio giugno, l’80% delle camere delle riviere liguri era sold out per luglio. Alle Cinque Terre, assaltate l’anno scorso da 3 milioni di turisti, si ragiona di introdurre una sorta di numero chiuso mentre in posti come Paraggi – vicina a Portofino, spiaggia vip definita la più cara della Liguria e tra le più care d’Italia – secondo il Secolo XIX una coppia di lettini va dai 150 ai 500 euro al giorno in alta stagione e una cabina per l’estate costa dai 12 ai 30 mila euro.
Anche qui la Bolkenstein preoccupa, spiega Gianmarco Oneglio, presidente regionale di Fiba Confesercenti: «La sabbia è dello Stato – riassume – ma l’impresa è dell’imprenditore. Dalle nostre parti, sono soprattutto nuclei familiari di 3-4 persone con dipendenti stagionali che difficilmente troverebbero spazi in altri settori». Secondo Oneglio, pure in Liguria le tariffe in spiaggia sarebbero destinate ad aumentare invece di diminuire per effetto della riforma chiesta dall’Ue: «Per recuperare i costi delle concessioni e degli investimenti, il gestore sarà obbligato ad avere maggiori margini in entrata». 

Tag: mare, stabilimenti balneari, canoni demaniali

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