Attualità

Sempre più diseguali. Ricchezza e povertà negli anni della crisi

Diseguaglianze.jpgLa crisi impazza e le diseguaglianze aumentano. Il racconto di una vicenda economica e sociale che si trascina ormai da sette anni, ci dice che i pochi ricchi sono sempre più ricchi mentre i poveri, che crescono costantemente di numero (tra 2005 e 2012 in Italia sono raddoppiati), sono sempre più poveri. Ma più aumentano le diseguaglianze più è difficile uscire dalla crisi. In questo paradosso sta uno dei nodi che le società occidentali si trovano di fronte.
Il discorso non riguarda solo l’Italia e l’Europa, ma anche paesi che la strada dell’uscita dalla crisi sembrano averla imboccata con più decisione come gli Stati Uniti.
Non a caso, una figura che si sta mostrando molto attenta a questi temi come papa Francesco, nel suo messaggio in occasione della Giornata mondiale della Pace ha detto che “non possiamo non riconoscere una grave crescita della povertà relativa, cioè di diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale”, da qui la necessità di “politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito”.
Alla stessa conclusione del papa sono arrivati anche i 700 leader mondiali intervistati per realizzare il Rapporto 2014 sui rischi globali, curato dal World economic forum (cioè uno dei templi supremi del capitalismo mondiale). La loro conclusione è che “il divario tra i redditi dei cittadini più ricchi e quelli più poveri è il fattore di rischio che ha più probabilità di causare gravi danni a livello globale nel prossimo decennio”. 

JP Morgan e i salari

Ridurre le diseguaglianze dunque, che stanno invece crescendo da qualche decennio per una serie di scelte e di dinamiche, tra cui spicca la progressiva finanziarizzazione delle nostre società a scapito dell’economia reale. A certificare questo gap crescente è un “celebre” documento inviato nel 2011 (dunque già al quarto anni di crisi) ai propri investitori dalla JP Morgan, una delle più grandi banche al mondo, nel quale si poteva leggere che “i profitti hanno raggiunto livelli che non si vedevano da decenni (…). Sono le riduzioni dei salari e delle prestazioni sociali che spiegano la maggior parte dell’incremento netto degli utili”. Una tendenza che dura da tempo, spiegano gli uomini di JP Morgan, perché “la retribuzione dei lavoratori americani si colloca al punto più basso da 50 anni a questa parte”. Anche qui, detto dai guru del capitalismo finanziario, il messaggio è quanto di più chiaro si potesse avere.
Tradotta in cifre, questa analisi certo non sospetta di parteggiare per i più deboli, significa che se nel 1980 l’1% dei contribuenti più ricchi rappresentava il 9% del Pil, nel 2006 lo stesso 1% arrivava al 23% del Pil. Nella parte sotto della piramide sociale, il 40% più povero della popolazione ha visto scendere la propria quota dal 18% al 14% del Pil. Trend storici dunque, consolidati negli anni. 

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La ricchezza nel mondo

Se dal misurare il solo reddito passiamo alla ricchezza (che comprende i patrimoni immobiliari e finanziari), la diseguaglianza si conferma elevatissima. Una delle bibbie in questo campo è il documento annuale del centro studi del Credit Suisse, da cui emerge come lo 0,7% della popolazione mondiale sopra i 18 anni (parliamo di 32 milioni di persone) detiene il 41% della ricchezza totale (90 trilioni di dollari), mentre il 68,7% della popolazione (3,2 miliardi di persone) detiene il 3% della ricchezza. Rispetto alla stessa indagine del Credit Suisse del 2010, la diseguaglianza globale è aumentata perché allora la ricchezza dei più ricchi valeva 1.077 volte quella dei più poveri, mentre nel 2013 si sale a 1.315 volte.
Se dal dato mondiale vogliamo passare vicino a casa nostra, allora scopriamo che in Germania il 10% della popolazione detiene il 60% della ricchezza del paese. In Italia invece quello stesso 10% detiene il 50% della ricchezza, mentre, rovesciando la piramide, il 50% più povero detiene appena il 10% della ricchezza.
Un altro trend storico ormai consolidato è quello della diminuzione della quota dei salari sulla ricchezza complessiva, a seguito dell’aumento di peso di voci legate ai profitti e alle rendite finanziarie. Secondo i dati Ocse, riferiti ai 15 paesi più sviluppati, dal 1976 al 2006 la quota dei salari sul Pil è scesa di circa 10 punti, mentre in Italia il calo è stato addirittura del 15% (e i salari in Italia, secondo i dati Istat, sono fermi dal 2011 ad oggi). Cosa significa? Che gli stipendi rappresentano un pezzo sempre meno consistente della ricchezza di un paese, mentre aumenta il peso delle rendite finanziarie, degli investimenti azionari o altro.
Di dati se ne potrebbero sfornare tanti altri, ma il quadro ci pare già piuttosto chiaro e netto. Vale però la pena aggiungere una considerazione più recente, dedicata all’Italia in questi anni di crisi. 

Italia, diseguaglianze in aumento

Secondo uno studio della Banca d’Italia, curato da Paolo Acciari e Sandro Mocetti, la diseguaglianza nel nostro paese (misurata secondo uno strumento tecnico come l’indice Gini) è cresciuta di 1 punto tra il 2007 e il 2011 (dopo un periodo di diminuzione nei primi anni del secolo). Anche qui una conferma che la distanza tra i pochi ricchi e gli ultimi aumenta proprio negli anni della crisi. Aumenta di più nelle regioni del sud e nelle aree meno industrializzate ma con una forte presenza di servizi informatici e computer. Lo stesso studio della Banca d’Italia conferma poi che la quota di reddito detenuta dal 10% più ricco della popolazione, non cala ma “è sostanzialmente in linea con quanto osservato prima della crisi”. 
Sempre il rapporto sulla ricchezza mondiale del Credit Suisse ci svela poi che i milionari in Italia, tra 2011 e 2012, sono cresciuti di ben 127 mila unità, specie grazie alle attività finanziarie e agli investimenti in Borsa. Qui, allontanandoci dall’Italia e tornando alla situazione Usa, è bene tener presente una indicazione molto chiara che emerge in un contesto, come quello americano, che sta comunque riemergendo dalla crisi e sta tornando a produrre occupazione. E cioè che, secondo le ricerche di due economisti dell’Università di Berkeley come Emmanuel Saez e Thomas Piketty, l’attuale modello economico ha fatto sì che a beneficiare della ripresa sono solo i più ricchi. Infatti “il 93% dei guadagni derivanti dalla inversione di tendenza in atto nell’economia Usa, sono finiti in mano dell’1% più ricco”. Detto in altre cifre,  in questi anni più recenti, i redditi dell’1% più ricco sono saliti dell’11,2%, quelli del rimanente 99% sono calati dello 0,4%.
I dati Usa sono abbastanza impressionanti e ci riportano a casa nostra, in una realtà dove l’uscita dalla crisi non è per niente certa. Le previsioni più o meno ottimistiche sul 2014 sono ancora avvolte da nebbie consistenti, legate all’instabilità del quadro politico, al rispetto dei vincoli europei e allo stato dei conti pubblici.

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Tempo di redistribuire

Una cosa però emerge con chiarezza. E cioè che riproporre un modello che non riesce a ridurre le diseguaglianze sociali significa anche allontanare l’uscita dalla crisi stessa e rallentare la crescita. Il peso di ingredienti come finanza, rendite patrimoniali e guadagni azionari che, come abbiamo visto, vale tanti punti percentuali nella torta della ricchezza, riguarda una fetta ridottissima di persone. 
I consumi di lavoratori e ceto medio hanno invece bisogno di sostegni al reddito, di posti di lavoro e di veder crescere il potere d’acquisto. Lo stesso vale anche per tanti artigiani e imprenditori, più o meno piccoli, la cui attività è fondata sull’economia reale, sulla produzione di merci e non sulla rendita o la speculazione. 
Da questi fatti occorre ripartire, subito. Come scrive Federico Rampini nel suo libro “Banchieri”, “quando Henry Ford, all’inizio del ’900 decise di raddoppiare i salari dei suoi operai perché potessero comprare le auto che lui produceva, fece una operazione non di tipo socialista, ma semplicemente lungimirante perché allargò il mercato di sbocco dei propri prodotti”. Ovviamente l’Italia di oggi non è l’America di un secolo fa, il quadro è ben differente. Ma il tema di una ripresa dei consumi, di ridare fiducia e prospettiva alle famiglie è la chiave da cui ripartire. Il segno più delle borse e della finanza vale poco se ne beneficia solo l’1% della popolazione. Oggi parlare di povertà o di impoverimento significa parlare di fasce sempre più ampie, di un ceto medio prosciugato da  anni di crisi. E la riduzione delle diseguaglianze non è un discorso astratto, è parlare di come costruire un futuro. Possibilmente migliore.

Dario Guidi (gennaio-febbraio 2014)

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