Attualità

Pride, oltre le parole

disegno raffigurante il pride

Giugno è il mese del Pride ed è l’emblema di una rivoluzione che, di città in città, non ha nessuna intenzione di fermarsi. Come sottolinea Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, lo scorso anno il Pride ha raggiunto 50 piazze italiane. Un risultato mai ottenuto prima!

Ma perché il Pride è così importante? E perché si festeggia? «Perché è un momento di liberazione, di ritrovo e di comunità – spiega Simone Alliva, giornalista e scrittore – che unisce per rivendicare il diritto all’esistenza. E in questo ci ritroviamo tutte e tutti. È diventato un evento in cui tante richieste di diritti si incontrano: dalla cittadinanza, all’accoglienza, al lavoro». Nata come manifestazione dell’orgoglio gay, è un evento pubblico aperto a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, per celebrare l’accettazione sociale e l’auto-accettazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender, asessuali, non-binarie e queer, e dei relativi diritti civili. Per questo è importante esserci.

Ma, più avanza il cambiamento della società, più emergono parole d’odio. Che tagliano come coltelli, che feriscono nel profondo, fino al cuore delle persone. Poi ci sono parole che sembrano innocue ma che sono altrettanto pericolose. Parole che esistono per dividerci: noi di qua e loro di là. Sono parole dette a volte con noncuranza, ma arrivano dritte all’obiettivo: la discriminazione.

Ecco perché identificare e disinnescare i linguaggi discriminanti è uno degli obiettivi dichiarati dell’evento organizzato da Coop in occasione del Pride, che toccherà due città, Milano e Bologna, in date diverse nel mese di giugno. Il ruolo di Coop? Dare un supporto concreto alla comunità LGBTQIA+, acronimo che comprende persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer/questioning, intersessuali, asessuali e + per tutti gli altri orientamenti e identità di genere che le lettere precedenti non riescono a descrivere. Coop desidera essere un collante sociale capace di unire le diverse identità presenti sul territorio. “Oltre le parole. Celebrare la diversità e l’inclusione attraverso il linguaggio” è infatti il titolo scelto per questo doppio evento, che si colloca all’interno della campagna Close the gap di Coop per promuovere la parità di genere. «Mai come in questo momento storico – si legge nella presentazione dell’evento – abbiamo appreso l’enorme impatto che le parole hanno nella costruzione del tessuto culturale di un paese: dalle fake news al cyberbullismo, sappiamo molto bene che il linguaggio incide nello sviluppo della società quanto e forse ancora di più delle azioni che scegliamo di compiere».

Tra le persone esperte chiamate a discutere di questi temi, sia a Bologna che a Milano, c’è infatti una specialista di linguaggi inclusivi e accessibili, Alice Orrù, copywriter e autrice del libro Scrivi e lascia vivere. «La scrittura inclusiva – spiega – non riguarda solo le narrazioni sulle questioni di genere, la scelta grammaticale di evitare la forma al maschile quando si parla di una pluralità di persone, o l’uso dei femminili professionali come magistrata, ministra, medica. La scrittura inclusiva dovrebbe essere consapevole delle tante parole potenzialmente offensive, non rispettose dei vissuti delle persone, parole che si intersecano con linguaggi abilisti ovvero con una narrazione distorta o poco rispettosa della disabilità, ma anche razzisti e classisti. Dobbiamo essere consapevoli che molte parole che fanno parte del nostro modo di esprimerci hanno un effetto negativo e non sono più accettabili, vista l’evoluzione della società».

Per questo, uno degli elementi più importanti del doppio evento sarà un’opera che permetterà ai visitatori di toccare con mano l’ingiustizia insita in un certo linguaggio. Verranno infatti allestiti una serie di pannelli capaci di restituire una fotografia della diffusione dell’omotransfobia in Italia, attraverso dati e reportage. Seguirà poi una selezione di commenti e insulti discriminatori tratti dal web. Questi ultimi saranno oggetto di una performance live: Daniele Tozzi, street artist, coprirà le parole d’odio con un calligramma dal messaggio positivo.

Qual è la ragione dell’odio degli haters, di quelli che offendono sui social, ma che incontriamo anche nella vita reale, a scuola e sul lavoro, sui mezzi pubblici, di notte, nei locali? Ci risponde Simone Alliva, l’altro protagonista del doppio evento e autore del libro “Caccia all’omo”: «Intanto chiariamo che l’omotransfobia non è un’emergenza, ma una costante nella nostra storia culturale e sociale. Le radici dell’omofobia sono varie e intrecciate tra loro, dal patriarcato alla paura che scatta quando non riconosciamo l’altro. La visibilità del mondo LGBTQIA+ è aumentata grazie ai Pride, alle unioni civili, ai media, al ruolo che occupano finalmente le persone Lgbt nelle istituzioni. Ma questa visibilità fa paura. Fa emergere una ricerca di normalità che spaventa, perché in molti non sono pronti a riconoscere questi diritti».

Anche il ruolo di Arcigay sarà determinante: «Raccoglieremo e metteremo in mostra gli insulti omotransfobici nella consapevolezza – spiega Vincenzo Malinconico, responsabile del progetto per Arcigay – che il linguaggio, oggi, è molto più importante rispetto a qualche decennio fa, proprio per la capacità di amplificazione dei social. Ogni parola deve essere soppesata: l’inclusione parte da qui. Il nostro ruolo è cercare di spiegare quanto fanno male gli insulti, e quanto disagio possono creare nella comunità LGBTQIA+ . In questo periodo storico è la comunità trans a essere la più bersagliata. Per i social, per i giornali, in genere per la maggior parte delle persone, chi è trans non può che essere una sex worker, e non c’è nulla di male in questo, ma è sintomo di come la narrazione sia univoca e limiti la molteplicità delle esperienze». «Attraverso il linguaggio – ribadisce Simone Alliva – viene continuamente operata una narrazione che disumanizza il mondo LGBTQIA+. Per una certa parte della politica, i gay sono quelli che si comprano i bambini. E le donne trans sono per forza sex worker. Si tratta di narrazioni che vengono portate avanti anche con un certo successo, come ad esempio quella sul gender». 

Parole che diventano pietre: un’indagine realizzata dall’Università di Padova sul territorio dell’Emilia-Romagna ha chiesto alla comunità LGBTQIA+ se si sia mai sentita discriminata: una persona su cinque ha dichiarato di aver subito aggressioni fisiche motivate dall’orientamento sessuale o identità di genere, una su due di aver ricevuto minacce o insulti, e otto su dieci sono state calunniate o derise (fonte: Regione Emilia-Romagna).

La lingua batte e fa male, insomma, e la ragione viene dal profondo: «La società si evolve e, dunque,  – aggiunge Alice Orrù – nascono nuove parole per descrivere questi cambiamenti. Molti dei termini che usavano anche i nostri genitori sono insufficienti o obsoleti, e questo è ancora più vero quando si parla della comunità LGBTQIA+. Le offese vanno di pari passo con i tabù che crollano: in sostanza, ora, c’è molta più libertà di prima, nel parlare, nell’usare un lessico nuovo che descriva meglio le esperienze delle persone a tutti i livelli – anche quello emotivo, romantico e/o sessuale – ma questo può generare un contrasto tra chi sente la necessità di cambiare e chi invece resiste a questo cambiamento, sia dal punto di vista sociale sia ideologico, perché la lingua è un elemento identitario, la lingua è politica. Usare certe parole piuttosto che altre significa validare delle esperienze e dei diritti o negare questa validazione».

Dovendo tracciare la mappa della vergogna omotransfobica, «non c’è differenza tra nord e sud – spiega Simone Alliva –, ma le discriminazioni peggiori vengono perpetrate nei piccoli centri, dove esistono ancora, ad esempio, le cosiddette terapie di conversione». Si tratta di pratiche che puntano a “correggere” l’orientamento sessuale. Partono dalla convinzione errata che l’omosessualità sia una malattia e coinvolgono il 10% dei ragazzi e delle ragazze della comunità LGBTQIA+. 

La violenza motivata dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima, reale o presunta, è molto diffusa, anche se è difficile calcolarne la misura esatta. Secondo un report del sito omofobia.org, che si riferisce al periodo che va dall’aprile 2022 al marzo 2023, sono stati denunciati 115 episodi di omotransfobia, che hanno colpito 165 vittime distribuite in 62 località; 50 (pari al 30% del totale) hanno subito aggressioni singole; 32 sono state oggetto di aggressioni in gruppo o in coppia (19% del totale). Si sono registrati 2 omicidi, 4 suicidi (sicuramente la cifra è per difetto, sottolinea omofobia.org), un tentato suicidio e 76 atti non aggressivi ma comunque di rilevanza penale (che arrivano al 46%), come episodi di bullismo, derisioni, calunnie. 

Considerato che non tutti gli abusi e le aggressioni vengono denunciati per le stesse motivazioni sistemiche che li hanno generati, questi dati sono incompleti ma ci possono aiutare a prendere coscienza della pervasività del fenomeno e, di conseguenza, ad agire in prima persona per cambiarlo.

Tag: close the gap, LGBTQIA+, diritti, pride

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