Attualità

Perchè le carceri scoppiano

C’è speranza oltre le sbarre? Sì, deve esserci, o almeno dovrebbe. Lo dice la Costituzione. Eppure sono in molti a credere che negando questa speranza, rendendo più dura e lunga la detenzione, il nostro Paese diventi più sicuro. Solo nel corso del 2023 sono state introdotte 15 nuove fattispecie di reati o per molti di quelli già esistenti sono state accresciute le pene. Una vera e propria frenesia punitiva e disciplinare, dice Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Un populismo che chiede di chiudere le celle e buttare la chiave.

Eppure, in trent’anni in Italia gli omicidi volontari sono passati da oltre 750 a meno di 300, e si è verificato un calo importante anche di tutti gli altri reati, come furti e rapine. Gli unici crimini che registrano un aumento significativo sono di tipo informatico. Tuttavia, assistiamo a un incremento della popolazione detenuta e a un ricorso abnorme alla reclusione. E meno viene offerta ai detenuti la possibilità di percorsi di riabilitazione attraverso lo studio e il lavoro, anche esternamente alle mura della prigione, più aumentano le recidive.

Di questa idea è convinto – dati alla mano – Luigi Manconi, politico e sociologo, presidente dell’associazione “A Buon Diritto”, tra i più attenti alla questione carceraria. Nei suoi interventi ha spesso richiamato l’attenzione sul fatto che la condizione delle cosiddette “patrie galere” debba riguardare tutti e che l’inquietudine sociale che chiede più carcere sia frutto di campagne di propaganda, mobilitazione di opinione pubblica, creazione di allarmi sociali. «Dal momento che le misure alternative – spiega Manconi – danno risultati estremamente positivi dal punto di vista della remissione della recidiva, questa dovrebbe essere la tendenza principale. Infatti, chi sconta la pena in cella torna a delinquere nel 70% dei casi, ma con le misure alternative questa percentuale crolla fino al 21%. Il male del carcere si addensa tutto nella cella chiusa! E quando dico chiusa non lo dico solo in forma metaforica, cioè alludendo al fatto di un carcere che non offre alternative, ma penso proprio al fatto che molte migliaia di detenuti, in Italia, trascorrono 22 ore dell’intera giornata con le celle chiuse, sbarrate».

Il carcere come vendetta «Questa concezione della vendetta contro chi delinque è molto diffusa e risponde forse a un bisogno di rassicurazione ma, in realtà, sollecita istinti repressivi che non aiutano il perseguimento di quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale, cioè la riduzione al minimo possibile della recidiva e, come effetto indotto, una maggiore sicurezza per la società». Queste ultime sono parole di Carlo Barbieri, cooperatore, scrittore e giornalista, nel libro “Al di là delle sbarre, al di qua del muro” (Golem Edizioni), che indaga sulla realtà dei penitenziari italiani con un fine preciso: far riflettere sulla stretta relazione che c’è tra le condizioni di vita in carcere, le opportunità di un percorso di riabilitazione e di inclusione e il contributo ad una maggiore sicurezza sociale. 

«Il sistema penitenziario italiano – spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – si avvicina a passi da gigante a livelli di sovraffollamento che configurerebbero un trattamento inumano e degradante generalizzato delle persone detenute. Bisogna prendere provvedimenti e prenderli ora perché, con gli attuali ritmi di crescita, a fine 2024 saremo in una condizione drammatica. Gli incrementi sono così rapidi che il tasso di affollamento medio, calcolato sui posti ufficiali e non su quelli realmente disponibili, è del 118,1%». Alcune regioni sono ancora più in difficoltà: la Puglia (143,1%) e la Lombardia (147,3%). Tra gli istituti più affollati quelli di Brescia (218,1%), Grosseto (200%), Lodi (200%), Foggia (189%).

Donne dietro le sbarre E la condizione delle carcerate? Le donne, sul totale della popolazione carceraria, sono il 4,3%.  Una percentuale assai bassa che non è una contingenza, ma un dato strutturale e che si ripete più o meno uguale nel corso degli anni. Secondo il ministero della Giustizia, ad aprile 2023 insieme a 20 madri detenute erano presenti 22 bambini con meno di 3 anni. Ci sono 4 carceri interamente femminili – a Roma, Venezia, Pozzuoli e Trani – sul totale di 190 carceri per adulti. Questi 4 istituti ospitano un quarto delle donne detenute. I rimanenti tre quarti si trovano nelle 44 sezioni femminili all’interno di carceri a prevalenza maschile.

Alcune sono di media grandezza, con cento e oltre detenute. Altre vedono la presenza di tre, quattro, cinque donne. «Se da un lato l’istituzione di più sezioni femminili sparse per le diverse regioni – dicono da Antigone – dovrebbe essere funzionale a che le detenute scontino la pena in prossimità dei propri affetti, dall’altro lato il fatto che alcune sezioni siano di dimensioni molto ridotte limita la possibilità per le detenute di fruire di spazi sufficienti nonché di attività a loro dedicate».

Allarme suicidi Il sovraffollamento, le cattive condizioni igieniche, la scarsità di figure come personale sanitario, psicologi, psichiatri ed educatori, e talvolta purtroppo i maltrattamenti, sono le cause del boom di suicidi in carcere: uno ogni due giorni. Nelle carceri italiane nei primi due mesi e mezzo del 2024 si sono tolte la vita 24 persone, un numero record se si considera che erano state 67 in tutto il 2023.  Questo tasso di suicidi non ha eguali rispetto al passato, tanto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto incontrare il capo dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Giovanni Russo. Il quale, in un intervento alla Camera, ha ammesso che ci sono pochi psicologi, pochissimi psichiatri, risorse limitate, e che non è all’orizzonte un’inversione di tendenza. Che la causa dell’elevatissimo numero di suicidi è una «sofferenza che viene acuita dalla permanenza negli istituti di pena». Quei detenuti che si sono tolti la vita, in sostanza, erano già malati: tossicodipendenti, pazienti psichiatrici, persone che avevano più volte tentato il suicidio, fuori e dietro le sbarre. Avevano commesso reati, sì, anche orrendi. «Ma in questa maniera – dicono da Antigone – di reati se ne compiono due: li commette chi va in galera e chi, lo Stato, non è in grado di proteggerli e rieducarli».

Repressione o reinserimento? Persino i cappellani delle carceri hanno fatto sentire la loro voce contro il crescente sovraffollamento, l’insufficienza o l’assenza di attività risocializzanti, la chiusura delle celle per più di 20 ore al giorno. «Oltre ai suicidi – conferma Manconi – sono anche aumentati i casi di autolesionismo. Inoltre, dati recenti ci dicono che il 40% della popolazione detenuta assume psicofarmaci, il che manifesta lo stato di tensione psicologica di queste persone ma anche il fatto che attraverso una somministrazione così massiccia si voglia attuare una sorta di strategia del controllo». Una strategia sottesa anche all’introduzione del reato di resistenza passiva in carcere, come ad esempio rifiutare il cibo: «È l’articolo di un decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri. Qualificare come reato la resistenza passiva è una scelta sciaguratamente repressiva perché penalizza un comportamento di coscienza che può costituire per il detenuto un passo avanti rispetto all’aggressività cieca, alla rabbia».

Mentre noi serriamo le celle, i paesi europei più avanzati stanno riducendo l’uso del carcere (solo il 24% dei condannati va in prigione in Francia e in Inghilterra, in Italia ci va l’82%). E nel nostro paese chi ruba in un supermercato si trova detenuto accanto a chi ha commesso crimini efferati. Così strutturato, il carcere non rispetta appunto la Costituzione che all’articolo 27 afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, né rispetta la legge 354 del 1975 che parla di “trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale”. «Invece – continua Manconi – i percorsi di lavoro sono ridottissimi. Su 100 detenuti sono 11 quelli che svolgono attività lavorativa e la gran parte di questa attività è finalizzata alla vita in carcere, cioè fanno gli spazzini, gli scopini, quelli che raccolgono gli ordini per le spese da farsi all’esterno, che lavorano alla mensa… l’attività produttiva è quindi ancora più ridotta e il più delle volte viene retribuita con cifre ridicolmente basse». Dunque, rari sono i percorsi virtuosi di studio all’interno del carcere, sporadiche le esperienze di lavoro o di formazione professionale (di quelle realizzate grazie anche a Coop parliamo in un box nelle pagine precedenti), anche se sarebbero proprio queste esperienze a non mettere l’ex detenuto davanti a un’unica possibilità: quella di tornare a delinquere.

«L’interesse del cittadino non detenuto e più in generale l’interesse a una condizione di sicurezza collettiva – spiega ancora Manconi – dipende da come esce chi ha commesso un reato ed è stato condannato. La realtà di oggi è che chi ha scontato una pena, nella stragrande maggioranza dei casi, reitera il reato. Detto in termini molto semplici, esce dal carcere più criminale di come era quando è entrato. Abbiamo un bisogno urgentissimo, per la sicurezza nostra e dei nostri figli, che chi esce dal carcere sia capace di emanciparsi dal crimine. Invece accade l’esatto contrario: chi sconta la sua pena in una cella è destinato a precipitare sempre di più nella spirale dell’illegalità e del male».

Tag: carceri, recidiva, detenzione, pena

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