Davide, dell’angolo di Pamela, dice: «Lei si allena fino a tre volte al giorno prima dei match. Molti altri, invece, mollano quando si accorgono dei sacrifici necessari per arrivare ad alti livelli. La realtà non è Instagram!». La realtà è alla Bolognina Boxe. Lo slogan, “Gente che lotta e dentro e fuori dal ring!”, chiarisce che siamo in una palestra popolare per sport da combattimento: 50 euro mensili possono bastare, 30 per i minorenni che se hanno problemi a pagare, ne discutono tranquillamente col titolare. Una palestra “che fa dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antisessismo e soprattutto dell’accessibilità allo sport i propri valori fondanti”, dichiarano.
Gli iscritti sono 480, di 28 nazionalità diverse: si respira aria d’integrazione e di recupero sociale (ragazzi e ragazze di prima e seconda generazione, minori non accompagnati, ecc.), e c’è anche parecchia umidità in questo quartiere periferico della città noto alle cronache politiche per la “svolta della Bolognina”. Fuori piove e una trentina di agonisti, più tre professionisti, tirano pugni la sera, ma anche la mattina e all’ora di pranzo, riempiendo la palestra di sudore. Dai 13 anni in su si può combattere legalmente, dai 10 comincia l’avviamento al pugilato dei “talentini”: la boxe è uno sport che dà disciplina e mette ordine nella vita a qualunque età, dentro e fuori dal ring. Pamela lo ha incontrato tardi, però, a 24 anni, dopo averne provati altri. Davanti all’entrata della palestra c’è un grande striscione che spiega chi è e perché siamo venuti qui: “Pamela campionessa europea silver”.
Lei è Pamela Malvina Noutcho Sawa, 32 anni, campionessa italiana e da aprile anche europea dei pesi leggeri Ebu (European Boxing Union). Mentre prepara la sfida con la Hernandez, a ottobre, per la cintura Ebu gold, ci racconta la sua storia di riscatto, di una donna del Camerun partita dal basso che a 8 anni si è ricongiunta con la sua famiglia in Italia. Ottenuta due anni fa la cittadinanza italiana, oggi lavora come infermiera all’Ospedale Maggiore di Bologna. La incontriamo al termine dell’allenamento (ne fai 6 a settimana). Parla con una nota di timidezza che contrasta con il suo fisico da guerriera.
Ci puoi raccontare in breve la tua parabola umana e sportiva? Mio padre è venuto a Perugia per continuare i suoi studi, ma ha trovato un buon lavoro da operaio e li ha lasciati. Dopo 5 anni, nel 2000, siamo venuti io e i miei due fratelli. Preso il diploma superiore, nel 2011 mi sono iscritta a infermieristica a Bologna. La boxe l’ho scoperta molto tardi, per caso, facendo un tirocinio per la magistrale al centro per i senza fissa dimora sotto il ponte di San Donato, un quartiere di Bologna. Mi hanno chiesto di provare. Io lo consideravo uno sport violento, avevo tanti pregiudizi sulla boxe, che nel mio caso erano anche giustificati perché mio fratello si guardava i film di Rocky e metteva in pratica su di me i colpi… In precedenza avevo fatto atletica alle medie e un po’ di pallavolo alle superiori.
Poi si è accesa la passione e hai trovato quello che fa per te. Lo sport di quali valori dovrebbe essere portatore? Non so neanch’io perché è successo. Il pugilato mi piace perché c’è sempre qualcosa da scoprire, da fare meglio. Ci si allena per mesi, se non per anni, per imparare a portare un determinato colpo. Lo sport dovrebbe essere anzitutto messaggero di equità, secondo me, nel senso di rendere tutti uguali: non c’è ricco e non c’è povero, le diseguaglianze sociali si annullano. Poi dovrebbe dare sicurezza, il che non è affatto scontato: molto spesso anch’io in palestra sono assalita da paure e incertezze. La sicurezza sta nel fatto che so di fare qualcosa che mi piace e che sono sicura che se mi alleno non diventerò, magari, la più brava al mondo, ma migliorerò, e se quel colpo oggi non mi viene, mi verrà un domani. Questo vale per ogni sport ed è un insegnamento di vita.
Come terza cosa direi la salute. Lo sport è portatore di benessere psicofisico, e qui parlo da infermiera.
Hai mai avuto momenti di crisi o di ripensamento? E se sì, come li hai superati? Assolutamente sì. Nell’ultimo match, al PalaDozza di Bologna, affrontavo per la prima volta un’avversaria straniera e temevo che mi umiliasse in casa, deludendo le aspettative di tanti. Ma veri e propri ripensamenti mai. Come dicevo, per me la boxe è fare progressi giorno per giorno.
Un giovane su tre abbandona la pratica. Che consigli daresti a chi ha perso motivazione? Direi di non mollare mai. E di non ascoltare il cervello che, molto spesso, c’inganna, dicendo “dai, oggi non ce la fai”, “dai, non vedi che ti tremano le gambe? Vai con i tuoi amici che è meglio”. Quando senti quella vocina prendi il tuo borsone e va’ in palestra: non ascoltare il cervello, ascolta il cuore. E ricordati che se uno sport davvero ti piace, devi farlo.
Il coach: «I più giovani temono il contatto umano». Alessandro Danè, tecnico della Bolognina Boxe e allenatore di Pamela Malvina Noutcho Sawa, sottolinea un dato che appare paradossale in uno sport di contatto per eccellenza qual è il pugilato: «Abbiamo notato cambiamenti tra i ragazzini non dovuti solo al Covid, ma all’avvento dei cellulari. Ragazzi e ragazze che hanno difficoltà a stare in gruppo, a relazionarsi, persino a toccarsi: ci sono problemi enormi da questo punto di vista. Da un anno a questa parte stiamo facendo esercizi per scardinare a piccoli passi, senza traumi, la paura del contatto umano. Abbiamo diversi progetti anche per combattere l’abbandono sportivo. Un’altra problematica frequente è il calo dell’attenzione, tra i 6 e i 9 anni, durante i corsi di tecnica pugilistica, che ci ha spinti a scompattare gli esercizi in diversi blocchi. Oggi, rispetto agli anni Novanta o Duemila, arriva in palestra il ventenne che ha visto su Instagram l’allenamento di grandi campioni e che lo vuole replicare subito, saltando le fasi dell’apprendimento: è come voler andare all’Università senza aver seguito l’intero ciclo di studi. Cos’ha Pamela più degli altri? Una semplice cosa: la forza della determinazione, la “fame” di chi non ha le spalle coperte, e la disciplina, altrettanto importante per ottenere risultati».
