Le sono bastati cinque giorni per raggiungere un milione di utenti. Basta questo dato per comprendere la pervasività della nuova tecnologia di massa che da due anni è tra noi. Parliamo di ChatGPT, la più famosa piattaforma d’intelligenza artificiale (IA) generativa, cioè che produce contenuti “di testa sua” sulla base del livello di addestramento. Lanciata nel novembre 2022 dalla OpenAI di Sam Altman, l’applicazione ha stabilito un record di velocità nell’affermarsi che rimarrà forse ineguagliato, polverizzando Netflix (il colosso mondiale dello streaming ha impiegato 3,5 anni per arrivare allo stesso pubblico), Facebook (10 mesi), Spotify (5 mesi), Instagram (2,5 mesi), superato di 150 volte!
Il rapido e straordinario sviluppo di ChatGPT-3 – ora affiancata dalla versione 4, più completa ma a pagamento – ha aperto la porta a una serie di opportunità sia per essere più competitivi sul lavoro, sia per ricevere aiuto nella vita di tutti i giorni in alcune operazioni che l’IA fa meglio e prima di noi, al netto dei limiti attuali e dei lati oscuri che presenta: aspetti legati alla riconoscibilità e alla mistificazione della realtà, al rapporto uomo-macchina, al rischio di venire ingannati (vedi guida antitruffe) senza nemmeno accorgersene, e non ultimo all’inquinamento energetico prodotto dai “data center”.
Intelligenza artificiale, qui per restare
Di IA si parla, a dire il vero, da quasi un secolo, dal tempo di Alan Turing. Ma ora sta invadendo tutti gli spazi, impatta su tutti i lavori, fa paura perché si sostituisce alle capacità umane e rischia di far saltare posti di lavoro e ledere diritti. Per dirla con il Nobel per la Fisica Geoffrey Hinton, di fresca nomina, «ha effetti rivoluzionari ma rischia di sfuggire al controllo». Seduce, tuttavia, parecchio: un italiano su tre dichiara di potere in futuro persino sviluppare un legame affettivo con un umanoide digitale o un sistema operativo, e il 37% è disponibile a impiantare un microchip per eseguire piccole azioni quotidiane come pagare digitalmente o altro (dati Rapporto Coop 2024).
L’era dell’IA, che lo si voglia o no, è cominciata, con tutte le questioni aperte sul suo rapporto con l’uomo e le sua coscienza (vedi intervista di Consumatori al professor Filippo Chiarello). Molto della superintelligenza si basa sul “machine learning” (apprendimento automatico), cioè sull’utilizzo di algoritmi che permettono al computer di imparare dai dati in suo possesso e di migliorare via via le proprie performance, senza essere programmato per una specifica attività. Affascinante e più controverso è il “deep learning” (apprendimento approfondito), che utilizza reti neurali profonde, stratificate, come quelle del cervello umano: un modello che ha partorito la stessa ChatGPT, la piattaforma capostipite, e DALL-E, che genera immagini artificiali, sempre di Open AI; e poi Bard (ora Gemini) di Google e Copilot di Microsoft. Utilizzati in modo improprio, i “deep learning” producono i deepfake, contenuti multimediali falsi, quasi indistinguibili dall’uomo, che disegnano un mondo parallelo e distorto. Ma questa è solo una delle facce dell’IA.
«La giusta domanda da porci è come possiamo usarla e non essere usati dall’IA – sostiene nei suoi corsi Marco Montemagno, imprenditore digitale e comunicatore – perché lei è qui per restare tra noi. Lungi dal pensare che sia una moda passeggera: è la più grande rivoluzione tecnologica a cui io abbia mai assistito». Gli enormi investimenti dei big player tecnologici lo certificano: non ce ne libereremo mai!
Telefonini generativi
Vediamo, dunque, alcuni esempi di applicazioni del 2024, ribattezzato l’anno dell’intelligenza artificiale. Un giorno forse l’algoritmo ci farà parlare con gli animali ma le principali sfide al momento sono nel campo della sanità, dell’Internet delle cose, della finanza, dell’istruzione, della sicurezza informatica, dei veicoli e dei robot che si muovono da soli. Cosa sa fare la IA? Sa, per esempio, imitare l’uomo meglio di un Noschese o di un Guzzanti dei nostri giorni. L’Osservatorio del Politecnico di Milano riassume le sue abilità al momento: capacità di elaborare il linguaggio (discorsi, dialoghi, risposte a domande, informazioni estrapolate), di elaborare immagini (riconoscimento di volti e movimenti, recupero di immagini e video), di apprendere (machine learning, computazione), di ragionare, classificare, interagire socialmente e con l’ambiente (localizzando, mappando, navigando, pianificando movimenti e percorsi).
In concreto, le reti neurali sono già all’opera su pc, tablet, cellulari, smartwatch. Sempre più integrate, a fianco o in sostituzione dei vecchi assistenti virtuali come Siri, Assistente Google, Alexa. Se, ad esempio, al polso abbiamo un orologio con l’app Bee, quella ascolta ciò che diciamo, seleziona le priorità e fa alcune cose al posto nostro. Ci restituisce così del tempo. Gli stessi telefonini stanno diventando generativi, completando quella trasformazione di cui il riconoscimento facciale era solo l’inizio. C’è, infatti, una nuova generazione di smartphone con l’IA incorporata e tante nuove funzioni che li “umanizzano” al punto che con un Samsung o un Huawei si potrà parlare anche a schermo spento o quando sono in tasca. Apple ha presentato l’iPhone 16 progettato per la sua intelligenza artificiale con Siri potenziato in grado di comprendere le richieste degli utenti, anche se formulate male.
Dietro l’angolo ci sono le azioni vere e proprie che gli assistenti IA faranno per noi senza che il ricevente si accorga di dialogare con un chatbot, cioè con un software che simula un dialogo con l’umano: «Pronto? Dovrei prenotare la parrucchiera a nome di… C’è un idraulico disponibile nel weekend?». Dall’altra parte del telefono, magari, ci sarà già un altro chatbot a ricevere la chiamata.
Usi più comuni dell’IA
Cosa possiamo fare, intanto, nella vita di tutti i giorni? Tra gli utilizzi più comuni, la comprensione di qualcosa che non conosciamo, come un prodotto tecnologico. Lo fotografo, lo metto su ChatGpt e chiedo come si usa: molto più facile e rapido che arrivarci via Google o altri motori di ricerca basati su link, mentre qui il sistema di risposta è diretto e personalizzato. E multimodale. Posso cioè parlare con l’IA, chattare, scattare una foto e chiedere al genio della lampada la risposta giusta o la ricetta che, dati i pochi ingredienti rimasti in frigo, mi risolva la serata. Il segreto sta nel porre la domanda nel modo giusto, cioè chiaro, completo, dettagliato. Il segreto sta nel “prompt” (vedi scheda).
Altro impiego è interrogare l’IA sulla ricerca di notizie in un determinato giorno e su un dato argomento. Ad esempio usando Perplexity. La velocità e completezza della risposta sarà sorprendente e ci eviterà fatiche immani. Particolare importante è che Perplexity (gratuito, in più c’è la versione pro) dà informazioni complete di fonti e immagini, facilitando così il nostro fondamentale lavoro di controllo sulla veridicità di quanto ottenuto. Anche Gemini (gratuito) e Copilot di Microsoft (con versione a pagamento) riportano le fonti. Una delle attività chiave è la creazione di contenuti, come una newsletter, un post, un articolo di giornale. Noi le diciamo cosa fare, formuliamo una lista di richieste e premiamo invio. La superintelligenza organizza gli appunti, propone una struttura e comincia a scrivere. Spesso meglio di noi. Spesso, non sempre. Facendo anche errori e prendendo “allucinazioni” – così chiamate in gergo –, per cui occorre sorvegliare sempre la correttezza delle informazioni, tramite verifiche incrociate e funzioni di fact checking. Superato l’esame, resta comunque un sapore un po’ di finto, perché siamo di fronte a una macchina non senziente che combina e riformula i dati (anche stilistici) che ha immagazzinato e fatica a esplorare territori non chiaramente definiti.
«La prima risposta è solo un inizio di conversazione che sta a noi proseguire per avere versioni sempre più avanzate e affinate, fino al testo definitivo», suggerisce Montemagno. Saper scrivere sarà utile, anzi di più perché saremo inondati da testi a bassissimo tasso di originalità. «La componente umana resta fondamentale – concorda Paolo Guaitani, esperto di comunicazione di lungo corso, dell’agenzia The Vortex –: è infatti uno strumento che velocizza il lavoro ma può risultare spesso retorico, e che utilizza parole desuete; va bagnato in Arno. Possiamo comunque chiedergli di creare immagini di libero utilizzo da zero (lo fa DALL-E, ndr), non di modificare quelle di persone reali. Possiamo buttare dentro la sua “black box” documenti in inglese, fare domande in italiano e lei ci risponderà nella nostra lingua, facendoci risparmiare tempo e denaro. È molto utile se stiamo lavorando per esempio su capitolati, dossier, leggi che l’IA mette a confronto in un battibaleno, facilitandoci la vita». Ma attenzione alla privacy e a non immettere contenuti riservati: «Per precauzione non caricate materiali sensibili nella parte pubblica, ma solo in quella privata delle versioni a pagamento», consiglia Guaitani.
Intelligenza artificiale, gli attrezzi
Strumenti di lavoro, “tool” in inglese, ne escono ogni giorno e nessuno (al momento) è perfetto. Alcuni gratuiti, molti a basso prezzo. Sulla directory theresanaiforthat.com si trovano gli ultimi aggiornamenti di questa cassetta degli attrezzi per scrivere, lavorare video e audio, fare marketing mirato e poi vendere un’idea o un prodotto. I dati inghiottiti (input) generano risposte (output) sempre nuove e un po’ diverse, anche davanti allo stesso “prompt”, frutto di quanto l’intelligenza sta imparando nel frattempo. Montemagno e altri esperti suggeriscono di partire dalla piattaforma madre, ChatGPT-4, che consente la personalizzazione rispetto a ognuno di noi attraverso i GPTs (sottolivelli). Possiamo caricare documenti e immagini (se notiamo un’auto, ad esempio, un ristorante o qualunque cosa desti la nostra curiosità); chiederle idee e consigli di vita, come si fa con un amico o con uno psicologo; pianificare un viaggio; suggerire un piatto per la persona amata; creare le slide di una presentazione; riassumere un articolo in punti chiave; ma anche mostrare i pro e i contro di un problema e risolverlo. Le risposte apriranno la nostra mente, sempreché non siano inventate di sana pianta dai neuroni digitali, che vanno tenuti costantemente sotto controllo.
Come si interroga l’intelligenza artificiale
Il prompt è il testo che scriviamo per richiedere all’IA generativa di eseguire un’attività specifica. È un punto di partenza cruciale per ottenere i risultati che vogliamo. Il prompt dev’essere chiaro e dettagliato: ad esempio anziché scrivere “crea un articolo su X”, è più efficace specificare “scrivi un articolo di 500 parole su X, trattando i punti A, B e C”. Questo approccio riduce i fraintendimenti e ottimizza la comunicazione. Un prompt fatto bene indica il tema e fornisce il contesto, nonché definisce gli obiettivi che possono essere informativi, persuasivi o di intrattenimento. E se non si ha voglia o tempo per digitare, è disponibile per tutti, gratuitamente, la funzione vocale sulla app di ChatGPT.
Intelligenza artificiale, le app per chi crea contenuti
CreatorML. È uno dei cosiddetti “tool” predittivi. Può servire a uno youtuber per scegliere la copertina e il titolo senza doverli prima testare sul web.
Adobe Podcast. Pulisce il suono nelle registrazioni, basta cliccare un bottone.
OpusClip. Estrae clip della lunghezza desiderata da ore e ore di girato, decidendo le parti più interessanti.
Canva. È tra i più usati nel mondo della comunicazione. Ora, grazie alla suite di strumenti Magic Studio, genera sfondi, modifica immagini e altro ancora.
NotebookLM. Questa app di Google, utile per la didattica, riepiloga un documento e ne ricava un podcast (per ora solo in inglese).
4books. Traduce i migliori libri in pillole, podcast e news che si possono poi pubblicare su un blog.
Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.
