Attualità

L’ufficio? Quanti bei ricordi, ora che c’è lo smart working…

Donna che pensa all'ufficio

Si va sempre meno in ufficio, questo è sicuro. Anche perché si rischierebbe di trovarlo deserto, al freddo o trasferito altrove. Venuta meno la spinta emergenziale della pandemia, le aziende si trovano oggi a dover definire i nuovi modi di lavorare, e farlo da casa, in smart working, è ormai una formula consolidata, che ha cambiato le abitudini e le giornate di molti. Rendendoci più autonomi, ma anche più dipendenti dai dispositivi, tanto che 3 su 10 sono a rischio di overworking (superlavoro) e tecnostress, contro 1 su 4 che era il dato 2021.Stressati e anche un po’ più soli. «Più simili agli adolescenti che tanto critichiamo – osserva Lorenzo Maresca, country manager di Sedus, tra i principali produttori europei di arredi per ufficio che, come tanti, applica questo strumento contrattuale – in preda cioè alla “monkey mind”: saltiamo con la mente, come una scimmia fa da un ramo all’altro, da un’applicazione all’altra, da una videocall a un meeting online». Una faticaccia digitale! È stato calcolato che un lavoratore medio usa, oggi, 35 applicazioni e passa centinaia di volte da una all’altra, notte compresa.

Lascito pandemico. Che piaccia o no, tuttavia, lo smart working offre molti vantaggi ed è entrato stabilmente nella quotidianità di 3,58 milioni di italiani, poco più della metà rispetto al picco pandemico del 2022 (6,58 milioni), ma sempre tanti e in leggera crescita secondo una curva che, secondo il Politecnico di Milano, proseguirà anche nei prossimi anni. Dai poco più di 500 mila lavoratori che si arrangiavano da casa nell’era pre-Covid, siamo ai 3,65 milioni di quest’anno (+541%) con cuffie alle orecchie e webcam integrata nel pc. Le grandi imprese, soprattutto, ne fanno un ampio utilizzo (vedi diagramma). Non è una parentesi, dunque, destinata a chiudersi, ma uno dei pochi lasciti, probabilmente, della pandemia, anche se alcuni ritornano indietro, americani compresi, e i più giovani, secondo una recente indagine diffusa da Asus Business, temono un impatto negativo sulle possibilità di crescita professionale. L’Italia ha scelto dal 1° aprile di uscire definitivamente dalla fase emergenziale che semplificava il lavoro da remoto (vedi box). Sono circa 6 milioni coloro che, comunque, potrebbero attuare questa modalità lavorativa: il 22% degli occupati. Dati e considerazioni forniti dalla Ricerca 2023 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, che scatta anche una fotografia, tra punti di forza e di debolezza, dell’evoluzione del fenomeno.

Un difficile equilibrio. Sentiamo parlare dal lontano 2017, anno della legge 81, di articolazione flessibile (nei tempi e nei luoghi) del lavoro subordinato. Ma come viene praticato, oggi, lo smart working, che non va confuso con il telelavoro, perché può essere svolto ovunque, mentre il secondo vincola alle stesse regole e agli stessi orari d’ufficio? È quasi sempre ibrido, cioè unisce ore da remoto e ore in presenza, tranne alcuni casi di 100% da casa. Ibrido come un motore a doppia propulsione che va fatto rendere al meglio, in un difficile equilibrio tra esigenze organizzative – che richiedono momenti in comune e individuali – e benessere del lavoratore. Il rischio, infatti, è duplice: da una parte di ingabbiarci in un mondo digitale in cui si perde la relazione fisica con le altre persone come dice Dan Peterson, coach e leggenda della pallacanestro (i livelli di confronto/discussione/partecipazione sono sicuramente ridotti, fra le quattro pareti domestiche, e si diventa esecutori piuttosto che promotori di idee scambiate magari alla macchinetta del caffè). D’altro canto, non si possono ignorare i tanti vantaggi nelle dinamiche vita-lavoro, in termini di risparmio dei tempi e riduzione degli spostamenti, con benefici sensibili per l’ambiente e per il portafoglio, a tutto vantaggio della sostenibilità. Anche a causa di questa “impalpabilità” di fondo, non esiste e non può esistere un modello unico di lavoro agile, bensì variabile da azienda ad azienda. «Troppo spesso mi chiedono di inviare uno schema di regolamento o di accordo individuale – dice l’avvocato Aldo Bottini – e io rispondo di no, perché lo smart work deve nascere dall’ascolto delle specifiche aziendali, che a volte sono diverse persino da ufficio a ufficio, da dipartimento a dipartimento. Attenzione, dunque, a non vincolarsi troppo, non eccedendo nei dettagli negli accordi sindacali, rinnegando così lo spirito della legge».

Rimetterlo a fuoco. Le aziende si stanno interrogando su come si lavorerà nei prossimi 5-10 anni, per potersi muovere nella direzione giusta. C’è da formare manager, da ripensare spazi di lavoro – dal co-working agli uffici temporanei –, da stabilire dov’è più convenente trovarsi. Perché ci sono luoghi adatti a scopi diversi, l’ufficio non è sempre il top: può esserlo un bar, un hotel, una biblioteca, un circolo sportivo o un’area all’aperto in cui organizzare un meeting. Il 44% di chi lavora da remoto già lo fa da fuori casa. E comunque servono spazi sociali e verdi, tra una videoconferenza e l’altra, per fare detox, anche per chi sta in ufficio: come dicono i neuroscienziati, viviamo infatti in un ecosistema digitale ma siamo comunque persone fisiche, “analogiche”. Un po’ di pausa, per poi di nuovo connettersi col mondo. «In fondo siamo “remote workers” anche quando in una riunione d’ufficio ci colleghiamo in rete», fa notare l’ingegner Paolo Fortuna, che lavora per un player di comunicazione in cloud: «Se il processo fosse fluido, potremmo stare ovunque e risolvere allo stesso modo un dato problema».

La questione, dicono gli addetti ai lavori, sta nel rimettere a fuoco uno strumento che o matura o si snatura. E affinché maturi, serve uscire dalla “logica emergenziale” e dal malinteso – avvalorato in questi anni dalla forma agevolata “per categorie fragili e genitori di under 14” – che sia fondamentalmente un benefit per la conciliazione dei tempi di vita e lavoro, e non invece anche, e soprattutto, uno strumento di innovazione organizzativa applicabile ad alcune mansioni. Per abbracciare la nuova frontiera, occorrerebbe spostare la valutazione dal tempo al risultato: lavorare meglio, insomma, per obiettivi, e con orari flessibili è ciò che rende davvero gli smart worker la categoria di lavoratori più soddisfatta – così dicono le ricerche –, nonostante in tal modo si corra il rischio di valutare il lavoro esclusivamente secondo il parametro del merito, trascurando l’impegno e la capacità di relazionarsi con gli altri. Nelle tavole rotonde del Politecnico è stato stimato attorno al 20% l’incremento di produttività allorché si adotta un modello di smart working “maturo“. Il quale richiede abilità specifiche, tra cui lavorare in asincrono, e strumentazioni tecnologiche idonee, ma soprattutto un cambio di mentalità.

Il benessere è per chi ci crede. Un altro dato interessante fornito dalla ricerca viene riassunto così dal professor Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio milanese: «I modelli organizzativi che agiscono su tutte le leve, comprese l’autonomia e la responsabilizzazione delle persone, hanno un impatto positivo anche sul benessere e sull’engagement (il legame profondo con la propria azienda, ndr), mentre, al contrario, chi fa solo lavoro da casa ha un livello di benessere e di motivazione più basso, addirittura inferiore anche a quello dei lavoratori in sede». In altre parole, il solo lavoro da remoto non basta a garantire alle persone benessere (soprattutto psicologico, ma anche fisico e relazionale) nonché attaccamento all’azienda. Serve qualcosa di più, e cioè farlo proprio! Solo uno smart worker maturo non avrà, un giorno, la tentazione di fare una visita al suo vecchio ufficio, rischiando di fare la fine di Diogene, il filosofo greco, che cercava l’uomo con il lanternino.

In accordo con le aziende. A dicembre 2023 è saltato lo slittamento dei termini per lo smart working semplificato nel settore pubblico. Dal 1° aprile stop anche nel privato. La sostanza è che, oggi, non si ha diritto al lavoro agile anche se si è lavoratori fragili o genitori di bambini sotto i 14 anni. La possibilità per i dipendenti della Pubblica amministrazione così come per i lavoratori delle aziende di lavorare da casa dipende solo da accordi individuali scritti e su base volontaria. Il protocollo del ministero del Lavoro del 7 dicembre 2021 afferma, tra le altre cose, che la giornata lavorativa in questi casi si caratterizza per assenza di preciso orario di lavoro e autonomia nello svolgimento della prestazione nell’ambito degli obiettivi prefissati. La prestazione stessa può essere articolata in fasce orarie, individuandone anche una di disconnessione.

Tag: lavoro, smart working

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