In cinquant’anni i libri di testo hanno subito stravolgimenti. Chi si ritrova ad aprirne uno, dei figli o dei nipoti, oggi rimane a bocca aperta: schemi, tabelle, infografiche, pagine costruite come un sito web, interattività, mappe concettuali per aiutare gli studenti con disabilità certificate, in forte aumento negli ultimi anni (+23% nel quinquennio dal 2019 al 2024), o con esigenze particolari essendo “neo arrivati in Italia” (Nai). E poi molto colore, testi frammentati, focus sulle competenze. Belli, ma irriconoscibili! Strumenti didattici – pensa a questo punto chi è cresciuto a pane e sussidiari – per studenti di una società moderna e inclusiva, nell’era digitale. Sbagliato!
Il paradosso sta proprio qui: il salto tecnologico, parlando di libri di scuola, non si è mai compiuto del tutto, tant’è che sono cambiatissimi sì, ma restano i più pesanti del vecchio continente. «La foliazione dei volumi in Italia non ha paragoni a livello europeo, con una dimensione media più che doppia rispetto al Paese che viene subito dopo in classifica: la Polonia». A scriverlo è l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato), che ha concluso lo scorso gennaio la sua indagine conoscitiva sull’editoria scolastica, poi inviata al ministero dell’Istruzione e del merito e alle istituzioni competenti. È la prima fotografia completa del settore, con tutte le sue criticità. Cosa dice?
Agli insegnanti, che li scelgono e li adottano, i libro di testo piacciono fisici, compatti: volumi unici, spesso e volentieri, che tengono insieme teoria ed esercizi, abbinati a contenuti didattici digitali offerti senza incremento di costo, con e-book interattivi che risultano, però, pochissimo utilizzati: il 95,7% delle classi continua infatti ad adottare un ecosistema misto (cartaceo + digitale), ma solo il 16% delle licenze digitali viene effettivamente attivato su tablet o computer; la media è di appena 11 accessi annui nelle scuole secondarie e 4 alle primarie.
Il testo rilegato, insomma, resiste alla grande nella sua versione “combo”. Alla vigilia dell’anno scolastico 2026/27, esce da dominatore dal doppio confronto sia con il solo e-book (3%), sia con il semplice volume cartaceo, che se dieci anni fa era al 70,2%, oggi ha un residuale 1,3%. «Il libro misto – conferma Giorgio Riva, presidente del gruppo educativo e vicepresidente dell’Aie, l’Associazione italiana degli editori – resta prevalente anche quest’anno e ciò non deve stupirci perché è la modalità più efficace di supporto alla didattica».
È soprattutto il “tutto-in-uno” a imporsi in un mercato che fa gola interessando quasi 8 milioni di studenti e un milione di insegnanti. «GIi editori tendono a inserire molti contenuti in un unico volume per soddisfare le domande molto diverse degli insegnanti», spiega Riva: «Tutto quello che è richiesto dai programmi ministeriali – è il pensiero dei docenti –, in questo modo lo avremo a disposizione in classe: i ragazzi non ne dimenticheranno parti a casa. Sono più distratti dei loro genitori, è l’epoca, questa, dei cellulari e dei deficit di attenzione».
La rivoluzione incompiuta dei libri di testo
Il problema dell’educazione “a tutto volume” – assieme ad altri che vedremo – si trascina così da generazioni, una zavorra di cui non ci si riesce a liberare, mentre la società cambia e le abitudini pure. Allo zaino, per esempio, si è sostituito il trolley, un beneficio per la schiena, ma il totale dei chili non diminuisce. La rivoluzione digitale, avviata nel 2013 sognando un formato esclusivamente digitale, non ha portato gli attesi frutti. Anzi, si è rivelata «un flop», così lo definisce l’Authority, nell’ambito dell’editoria scolastica, dove il libro stampato è il fulcro dell’apprendimento. Un ossimoro se pensiamo alla diffusione del registro elettronico e alla semplificazione burocratica nella scuola, ma una fortuna se guardiamo a i recenti studi delle neuroscienze.
«A prescindere dall’età – li riassume Riva – le ricerche ci dicono che la lettura su carta di un testo complesso rispetto a quella su schermo consente una maggiore comprensione. Il che non significa che il digitale non sia utile, ma va affiancato al cartaceo». Anche perché i libri italiani sono ponderosi, non abbastanza modulari. In altri Paesi d’Europa si usa “spacchettarli” (avendo un’impaginazione più fluida, sono più facilmente smembrabili) o integrarli con dispense o tramite piattaforme online. E non sempre si acquistano. In Germania per esempio i libri si riusano e si lasciano spesso in classe, dopo averli presi in prestito. In Scandinavia sono forniti dalla scuola e lasciati sui banchi.
Cosa ne dicono gli editori? «Andiamo nella direzione di una riduzione della foliazione già da quest’anno», annuncia Riva, auspicando che «il digitale, già molto sviluppato, venga più utilizzato». L’aumento che è stato stimato tra il 2020/21 e il 2024/25 è del 253,7%, con il totale che è arrivato a 5.042 milioni di contenuti digitali didattici contro 22.386 titoli cartacei. Ma perché restano inutilizzati?
Da una parte, il diritto d’autore si preoccupa di blindare i testi con il il Drm (il Digital Rights Management) per limitarne la copia, dall’altra rimangono lettera morta la condivisione o la riproduzione, cui si aggiunge la scarsa interoperabilità delle piattaforme. «Ma dal 2027/28 – replica il vicepresidente dell’Aie – accogliendo le indicazioni ministeriali e dell’Agcm sarà disponibile sul mercato la interoperabilità!». Una notizia che non è da poco. Detta in soldoni, se oggi lo studente che ha in adozione dieci libri di cinque editori diversi deve loggarsi in cinque ambienti differenti, dal 2027 si potrà identificare una sola volta e accedere a tutti i contenuti, pur nel rispetto del diritto d’autore sancito dalla legge. Un’altra strada suggerita dall’Antitrust è un maggiore utilizzo del QR Code, che si integra perfettamente con il cartaceo. Il codice a barre che usiamo anche al ristorante per leggere i menù si sta diffondendo a vista d’occhio e può favorire un uso aperto e gratuito dei contenuti aggiuntivi fruibili con lo smartphone. Se prendiamo l’ultimo quinquennio, gli accessi online con questa modalità sono quasi quintuplicati (+453%).
Libro di testo, ma quanto mi costi!
Anche l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare il passaggio a un sistema più aperto. L’Autorità scrive che «risorse educative open source e autoproduzioni scolastiche possono ridurre i costi a carico delle famiglie e stimolare l’innovazione, favorendo la personalizzazione dei percorsi educativi tramite nuovi strumenti di intelligenza artificiale».
Ma quanto devono scucire gli italiani, oggi, per educare i propri figli? «In Italia il costo dell’istruzione – sottolinea l’Antitrust – non è sostenuto (se non in parte) dallo Stato come in altri Paesi». In media l’esborso calcolato è di circa 580 euro per l’intero ciclo delle medie e di 1.250 euro per le superiori. Giorgio Riva non vuol sentir parlare, però, di caro libri, la definisce una semplificazione giornalistica non aderente alla realtà: «Gli aumenti nel 2026 saranno inferiori all’inflazione: del 2,3% per i testi delle secondarie di primo grado e dell’1,8% per quelli delle superiori, contro un’inflazione del 3% a giugno su base Istat». L’erosione del potere d’acquisto rende tuttavia più gravoso il fardello, con sistemi di sostegno disomogenei a livello regionale. È un’altra delle criticità messe in luce dall’Antitrust. Disomogenei ma anche poco puntuali, fa notare l’Aie: «Il fondo di 139 milioni di euro per le famiglie meno abbienti in molte regioni non arriva in tempo utile per acquistare i libri».
L’elenco dei punti critici prosegue con un mercato oligopolistico in mano a quattro-cinque gruppi industriali – su un totale di quasi 40 case editrici –, che coprono circa l’80% delle vendite totali e un mercato «anomalo» che ricorda quello dei farmaci. Chi sceglie il prodotto, cioè i docenti, non lo paga, e chi lo paga, cioè le famiglie o lo Stato per la scuola primaria, non lo sceglie. Così come non lo scelgono gli studenti, che sono gli utilizzatori finali. Tutto ciò «produce un disallineamento che riduce la possibilità di contenimento dei prezzi», nonostante gli aumenti in questi anni siano rimasti «in linea con l’inflazione».
La legge, inoltre, limita lo sconto sui libri scolastici al 15% del prezzo di copertina, un vincolo che secondo le associazioni di consumatori riduce la concorrenza e penalizza le famiglie a vantaggio delle librerie. Poi ci sono i tetti di spesa (fino a circa 346 euro per il primo anno dei licei), con un margine di sforamento per i docenti che è salito quest’anno dal 15 al 20%, legato al formato nell’intento di favorire il digitale. Tetti però, accusano le famiglie, poco rispettati. Diverso è il parere degli insegnanti, per i quali i massimali di spesa sarebbero troppo bassi, col rischio di dover tagliare sui libri di qualità o ripiegare solo su versioni digitali.
La carica delle nuove edizioni
Nell’anno scolastico ormai al via, un’altra novità importante è il debutto alla primaria e alle medie della riforma dei programmi voluta dal ministro Valditara (nel 2027/28 toccherà a licei e istituti tecnici), per cui da settembre i testi scolastici delle prime classi saranno aggiornati in base alle indicazioni nazionali. Tradotto: sono in arrivo molte nuove edizioni. Si accentuerà così uno dei maggiori problemi del settore che è l’alto tasso di ricambio, pari a quasi il 25% nell’arco dei tre anni e a oltre il 40% nei cinque anni, con testi che invecchiano presto spesso senza motivo. Il mercato dell’usato ne soffre: secondo le stime dell’Agcm, vale circa 150 milioni di euro l’anno, a fronte dei quasi 800 milioni del nuovo.
Nella primaria è più eclatante questa difficoltà a usare le vecchie edizioni («che pure restano in catalogo mediamente per sette anni – osserva Riva – a disposizione degli insegnanti»). La varianza supera l’80%, mentre nelle classi capo-ciclo delle medie arriva a oltre il 35% e si avvicina al 40% alle superiori. L’associazione degli editori annuncia che da gennaio aumenteranno i paletti per varare una nuova edizione. Sono i docenti, però, insieme al ministero, i principali decisori , sono loro a richiedere modifiche frequenti, in un’ottica di aggiornamento funzionale al migliore svolgimento delle attività didattiche. Le sostituzioni troppo ravvicinate – aggiungono gli editori – sono antieconomiche anche per chi produce libri, visti gli aumenti dell’energia e della carta e gli investimenti in nuove tecnologie. E da anni chiedono, anche per i libri di testo, la detrazione del 19% come per le spese mediche, sportive o per gli animali da compagnia. Forse che l’educazione dei propri figli ha meno valore?
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