Attualità

L’altro fronte della guerra: il cibo

migrante in centro di raccolta

“Gli ultimi due anni sono stati molto difficili da diversi punti di vista: shock come la pandemia o come le guerre hanno effetti importanti sugli equilibri delle diverse attività”. Anche su tutto ciò che ruota intorno al mondo dell’agricoltura e del cibo. Il perché lo spiega Maurizio Martina (nella foto), vicedirettore generale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura: «Il sistema alimentare mondiale è dato dall’interconnessione di attività di produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione e consumo di prodotti alimentari. Queste attività, poi, dipendono da altri mercati collaterali, come ad esempio quello dell’energia (per la trasformazione e il trasporto) e degli input agricoli (tra cui fertilizzanti e pesticidi). La pandemia ha causato enormi perdite e creato grandi difficoltà ai sistemi alimentari globali, e rimane a tutt’oggi una sfida per la comunità internazionale. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento si sono dimostrate critiche e la ripartenza è difficile. L’aumento dei prezzi dell’energia e delle commodities (materie prime, n.d.r.) hanno avuto effetti devastanti sulla sicurezza alimentare dei paesi più fragili, aumentando la malnutrizione e la fame».

Maurizio MartinaPoi si è aggiunta la guerra in Ucraina… L’impatto della guerra in Ucraina ha amplificato questi problemi. Russia e Ucraina sono grandi paesi agricoli con importanti produzioni di mais, grano e orzo, ma anche di fertilizzanti. Basti pensare che l’Ue ottiene metà del suo mais dall’Ucraina e un terzo dei suoi fertilizzanti dalla Russia: è evidente che la chiusura dei porti ucraini e il blocco delle esportazioni russe abbiano avuto un effetto diretto sull’afflusso di questi beni in Europa. Bruxelles il mese scorso ha messo insieme un pacchetto di misure a sostegno degli agricoltori dell’Ue, compresa la possibilità per gli Stati membri di accedere a fondi e sostegno finanziario per aiutare i produttori agricoli più colpiti dalle conseguenze del conflitto. Queste misure sono necessarie per affrontare problemi di accessibilità alimentare, per migliorare la sicurezza alimentare globale e sostenere produttori e consumatori europei a fronte dell’aumento dei prezzi al consumo e di produzione. 

Quanto incidono le materie prime agricole russe e ucraine sul mercato globale? La Russia è il principale esportatore di grano al mondo, l’Ucraina il quinto. Insieme, garantiscono il 19% della produzione mondiale di orzo, il 14% della produzione di grano e il 4% della produzione di mais, contribuendo a oltre un terzo delle esportazioni globali di cereali. I due paesi sono anche i principali fornitori di colza e coprono il 52% del mercato mondiale delle esportazioni di olio di semi di girasole. L’interruzione della catena di approvvigionamento nella filiera di produzione di cereali e semi oleosi ucraina e russa e le restrizioni alle esportazioni metteranno a rischio la sicurezza alimentare di molti Paesi.

Quali sono i Paesi più a rischio? Ci sono circa 50 Paesi che ricevono più del 30% del loro grano dalla Russia e dall’Ucraina. Per alcuni dell’Africa dell’Ovest la cifra può salire fino al 50%. Nell’area mediorientale vi sono Paesi come il Libano che l’anno scorso ha importato il 60% del proprio grano solo dall’Ucraina. E in questo Paese, anche a causa dell’esplosione nel porto di Beirut nel 2020 che ha distrutto i principali silos di stoccaggio, le scorte sono in esaurimento. In molti casi, parliamo di Paesi in via di sviluppo e a basso reddito dell’Africa settentrionale, dell’Asia e del Vicino Oriente. Nell’Africa subsahariana, si stima che la domanda di fertilizzanti sia diminuita fino al 30% nel 2021 a causa dell’aumento dei prezzi, il che significa potenzialmente una riduzione della produzione di ben 33 milioni di tonnellate di cibo.

Quali altre situazioni geopolitiche mondiali rischiano di affamare la popolazione? Ad oggi vi sono più di 15 “guerre dimenticate”, i cosiddetti conflitti protratti, che hanno spinto milioni di persone in uno stato di grave insicurezza alimentare e stanno ostacolando gli sforzi globali per eradicare fame e malnutrizione. Oltre allo Yemen, dove più della metà della popolazione – 14 milioni di persone – si trova in uno stato di crisi o emergenza, e alla Siria, dove 8,7 milioni di persone – il 37% della popolazione pre-conflitto – hanno bisogno urgente di assistenza alimentare, dobbiamo registrare situazioni come quelle in Repubblica Centrafricana e Sud Sudan, recentemente usciti da anni di guerra civile e attualmente con equilibri interni precari, con milioni di persone ancora alle prese con alti livelli d’insicurezza alimentare.

Non sono solo le guerre a mettere a repentaglio le produzioni agricole mondiali… Oggi sappiamo che i conflitti, insieme alle recessioni economiche e agli shock climatici, continuano a essere le principali forze trainanti della fame, e dell’insicurezza alimentare nel mondo. E in questi casi, sono sempre i Paesi più fragili a pagare il prezzo più alto. Dal 2011 quasi la metà dei Paesi in cui si è registrato un aumento del numero di affamati in seguito a crisi o stagnazione economica era nel continente africano.

Che ruolo gioca il cambiamento climatico? Gli effetti della crisi climatica impattano direttamente sulle vite e sui mezzi di sussistenza di milioni di persone, soprattutto piccoli agricoltori e allevatori. Abbiamo rilevato che esiste una sovrapposizione molto evidente nella mappa della fame mondiale con quella dei grandi cambiamenti climatici. Per questa ragione la Fao lancerà a giugno un piano specifico, suddiviso per ogni grande area geografica del pianeta, per definire nuovi modelli agricoli compatibili con le questioni climatiche che stiamo vivendo. Siamo convinti che il cambiamento del modello agricolo può costituire una valida risposta alle trasformazioni climatiche, dato che i sistemi agroalimentari possono rivestire un ruolo fondamentale alleviando pressioni sul suolo, sulle risorse idriche e sull’atmosfera, e contribuire positivamente al conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Quanto inquina trasportare, ad esempio, il grano dal Canada all’Italia? Oggigiorno per molti la filiera corta, il cosiddetto chilometro zero, è diventato un criterio fondamentale nelle scelte della spesa quotidiana. Senz’altro la filiera corta ha molti aspetti positivi: dal minor impatto ambientale, poiché riduce al minimo gli imballaggi dei prodotti e l’emissione di C02 dovuta ai lunghi trasporti, fino alla garanzia di prodotti stagionali e non processati per allungarne la deperibilità. Ma anche questo modello, se applicato ovunque, ha i suoi limiti e rischi, fra cui quello di non avere cibo a sufficienza per tutti. Io, come altri, penso che occorra spostare il punto sul concetto di filiera giusta e sostenibile. Giusta nel prezzo (dalla produzione al consumo), rispetto alla qualità. E sostenibile in termini ambientali, economici e sociali.

Qual è l’alternativa? Un sistema autarchico? Credo che siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione, ma che pensare che ogni Paese possa far per sé  sia un errore ed un’opzione impossibile, oltre che dannosa, specialmente per Paesi come l’Italia. Stiamo vivendo un nuovo assetto globale, che in molti teorizzano come una nuova “riglobalizzazione selettiva” nel costruire un equilibrio nuovo, suddiviso per grandi aree geografiche, finalizzato a rendere più efficienti gli scambi – e l’utilizzo delle fonti – in funzione delle diverse caratteristiche locali. Il tema è costituire un nuovo equilibrio mantenendo due direzioni: uno sguardo aperto al mondo – ad esempio sarebbe un grave errore pensare che l’agroalimentare italiano non possa ancora essere valorizzato in altri Paesi – e, contemporaneamente, un grande lavoro per rafforzare la nostra autonomia in termini di approvvigionamenti di prodotti basilari per la nostra alimentazione. A mio avviso il salto di qualità si fa nello spazio europeo, dove è in corso un’importante discussione su una autonomia strategica agricola alimentare. Dobbiamo essere capaci di elaborare una strategia che permetta più autonomia nello spazio europeo, ma non rinunci al commercio globale, con regole forti ed eque.

Quanto possono incidere le scelte dei consumatori sulle politiche di produzione e di commercializzazione dei prodotti agricoli? Sono convinto che il cambiamento dei comportamenti delle persone su alcuni nodi essenziali del nostro vivere comune sia centrale. Con le nostre scelte di consumo, possiamo premiare produttori, marchi e aziende attive sui temi ambientali e che producono in modo responsabile. Questo rinnovato attivismo della società civile, dei consumatori e dei cittadini ha effetti positivi concreti: sta spingendo il settore privato a includere la sostenibilità nelle proprie modalità di business, e sta incoraggiando le istituzioni pubbliche a creare politiche abilitanti e quadri giuridici necessari a tale cambiamento.

Tag: fame, guerra, russia, ucraina

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