Attualità

La globalizzazione è fallita

Copertina del libro La globalizzazione è finita di Rana Foroohar accanto a un'illustrazione di persone su un mappamondo a tema globalizzazione.

La globalizzazione, almeno quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha fallito. Il libero flusso di capitali e posti di lavoro verso paesi con manodopera a basso costo ha reso più conveniente la maggior parte delle cose che si comprano nei grandi magazzini, tipo Walmart; tuttavia, i prezzi più bassi non hanno compensato la perdita di posti di lavoro e di reddito, soprattutto perché sono aumentati i prezzi di tutto ciò che ci rende una classe media: alloggi, istruzione e assistenza sanitaria. La delocalizzazione in diversi paesi avrebbe dovuto rendere le manifatture maggiormente produttive e le attività commerciali più efficienti, invece molte di queste presunte “efficienze” sono crollate di fronte a ogni sorta di stress globale, che si trattasse di pandemie, guerre, tsunami, problemi portuali o altri eventi imprevisti. E le catene di approvvigionamento complesse sono state effettivamente tali, provocando però una lunga serie di disastri produttivi, dagli aerei che si schiantavano perché mal costruiti agli interruttori di avviamento delle automobili che non funzionavano. Nel frattempo il libero scambio stesso, il quale avrebbe dovuto favorire la pace tra le nazioni, è diventato un sistema da sfruttare per i paesi mercantilisti e le autocrazie statali, con la conseguente creazione di profonde spaccature politiche, sia interne che a livello internazionale.

È tempo di azzerare tutto. Dobbiamo condividere la ricchezza in maniera più ampia. Dobbiamo comprendere che il benessere economico non riguarda solo la crescita a livello internazionale o nazionale, ma piuttosto la gente reale, gli esseri umani che vivono in comunità specifiche. Le persone contano. I luoghi contano. Tutti i luoghi.

Perciò, che fare adesso? Alla luce della situazione attuale, qual è la prospettiva giusta per una prosperità condivisa? Come possiamo recuperare la ricchezza e le comunità locali? Come possiamo fare in modo che la globalizzazione dell’economia non si spinga ancora una volta troppo oltre rispetto alle politiche nazionali? E come possiamo riorganizzare le cose senza che ne risultino un protezionismo analogo a quello degli anni Trenta, una falsa nostalgia per un’epoca industriale ormai passata oppure una distopia high-tech, in cui i robot ci toglieranno i posti di lavoro e Amazon sbaraglierà tutta la concorrenza?

Ecco le domande a cui mi propongo di dare una risposta in questo libro, che vuole raccontare la storia di come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo, non solo attraverso gli ultimi quarant’anni, ma nell’arco dell’ultimo secolo. Verrà chiarito il motivo per cui le scelte che abbiamo fatto – alcune in buona fede, altre no – ci hanno condotti all’insostenibilità. E si mostrerà pure come gran parte del cambiamento di cui abbiamo bisogno stia già avvenendo. In forza di una serie di mutamenti – da quelli demografici a quelli geopolitici e tecnologici – il mondo si sta già riassestando. La regionalizzazione e la localizzazione rappresentano il futuro. Sempre di più i paesi, le città e le singole comunità stanno diventando artefici del proprio avvenire. Le catene di approvvigionamento vanno accorciandosi. Dopo decenni, il divario tra capitale e lavoro si sta finalmente riducendo. Un’ondata di innovazioni tecnologiche sta rendendo possibile il trasferimento di posti di lavoro e di ricchezza in un numero nettamente maggiore di località, addirittura a casa propria. Una nuova generazione di lavoratori ed elettori (millennial) sta spingendo i politici e i leader aziendali a riportare le regole dell’economia globale al servizio del benessere collettivo.

Le loro voci sono diventate talmente fragorose che persino gli economisti iniziano a prestarvi ascolto. Quando la filosofia predominante non è più sostenibile, essa tramonta cedendo il passo a un’altra più funzionale rispetto ai tempi. Stiamo abbandonando l’era dell’“uomo razionale” per entrare in una nuova: quella di un’economia maggiormente incentrata sull’uomo e sui luoghi. L’attenzione verterà sul locale piuttosto che sul globale, su Main Street piuttosto che su Wall Street, sugli stakeholder piuttosto che sugli azionisti e sul micro anziché sul macro. Alcuni parlano di questi cambiamenti come di qualcosa di negativo, che ridurrà la crescita o genererà conflitti e che limiterà la nostra capacità di lavorare insieme, in quanto pianeta, ai grandi temi. Secondo costoro, in mezzo allo spettro che va dall’iperglobalizzazione senza vincoli degli anni Novanta al nazionalismo, al protezionismo e persino al fascismo degli anni Trenta, non vi è nient’altro.

Io non sono d’accordo. Penso che una maggiore attenzione al locale sia in realtà essenziale per preservare il meglio della globalizzazione, ossia la sensazione che il mondo non sia un gioco a somma zero e che le nazioni possano lavorare insieme per risolvere i problemi dell’umanità e rendere il nostro pianeta un posto migliore. Questo genere di cooperazione richiede però fiducia nel sistema stesso, la convinzione che esso non sia stato truccato in modo da funzionare soprattutto per una minoranza di cittadini del mondo. Attualmente, sono troppe le persone che non possiedono questa fiducia. Cambiare la situazione significherà ristabilire le sorti del capitale e del lavoro, dei cittadini e delle imprese, dei mercati e dello Stato.

Dani Rodrik, professore di Harvard nonché uno dei rari economisti che negli ultimi anni si sono resi disponibili a mettere in discussione l’avvedutezza della propria professione, ha affermato che «la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono incompatibili tra loro: possiamo combinare due qualsiasi delle tre cose, ma non possiamo mai averle tutte e tre contemporaneamente e per intero». È chiaro che, in questo momento, dobbiamo fare un passo indietro rispetto alla globalizzazione selvaggia e lavorare per ricreare prosperità.

Stiamo entrando in una nuova era di localizzazione. Ciò non significa che tutto quel che è globale svanirà. Al contrario: via via che l’economia mondiale diventerà sempre più digitale, le idee e le informazioni continueranno a diffondersi oltre i confini, forse persino più velocemente. Anche i capitali saranno mobili, sebbene sia improbabile che saranno liberi come in passato. Uno degli aspetti più deleteri della globalizzazione degli ultimi cinquant’anni è stata la capacità del capitale globale di muoversi ben al di sopra dei lavoratori e dei cittadini. Come è giusto che sia, ci saranno maggiori limiti a ciò che le istituzioni finanziarie delle democrazie liberali potranno fare per sovvenzionare governi autocratici o nuocere al benessere economico dei cittadini nei loro paesi d’origine. Verranno inoltre ripensate le regole commerciali, come pure i diritti del lavoro e il modo in cui inserire i costi e i benefici della crescita economica all’interno dei dati che i politici utilizzano per plasmare il mondo in cui viviamo. Gli affari non riguarderanno più solamente gli azionisti, ma anche gli stakeholder. Il futuro non riguarderà un numero relativamente ristretto di individui molto fortunati che risiedono in poche località, ma la possibilità di riportare i frutti della crescita in seno alle comunità di tutto il mondo.

Tutte queste trasformazioni economiche epocali sono appena iniziate. Non si può tornare al passato, di certo non alle economie nazionali chiuse degli anni Cinquanta e Sessanta. Né dovremmo voler tornare indietro. Se la ricchezza e il potere non saranno più concentrati in poche mani e in pochi luoghi, il mondo sarà migliore, più stabile e più giusto. Nessuno si augurerebbe mai una pandemia o un conflitto armato, ma eventi come il coronavirus, o più di recente la guerra in Ucraina, hanno messo pienamente in evidenza questioni che per troppo tempo sono state taciute benché sotto gli occhi di tutti. Hanno mostrato i pericoli insiti nei nostri sistemi energetici, i rischi per l’ambiente, le lacune nelle catene di approvvigionamento, i limiti del nostro sistema sanitario e le sfide a un elemento essenziale quale la sicurezza alimentare. Eppure, fra tante vicende fosche ce ne sono anche di più radiose, storie di aziende, paesi e cittadini che risolvono problemi complessi. Tutto questo fa parte di un discorso più ampio sulle capacità di cui disponiamo per localizzare, anziché concentrare, la ricchezza e il potere.

Per tutta una serie di ragioni, da quelle tecnologiche a quelle geopolitiche, demografiche e ambientali, il quadro della prosperità diventerà ben più locale. Sarà una nuova era, che sorgerà con le proprie sfide e opportunità. Cerchiamo quindi di coglierle.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: proseprità, globalizzazione, economia locale, economia

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