Attualità

La cultura ci rende ricchi

Teatro.jpgSe diciamo all’estero la parola Italia, cosa viene in mente alla gran parte delle persone? La cultura. Forse declinata come musica lirica, o come architettura rinascimentale, o forse romana. O anche verranno in mente le bellezze paesaggistiche, o forse le eccellenze gastronomiche, o perché no, le belle piazze italiane. Raffaello, Michelangelo, Leonardo. Gli Uffizi, Pompei e i Musei Vaticani. Il nostro patrimonio artistico, in effetti, è enorme, smisurato. Un record a livello planetario: l’Italia possiede 5 mila tra musei, monumenti e aree archeologiche, 12 mila biblioteche, 8.250 archivi storici, 49 siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Eppure i fondi destinati alla valorizzazione delle nostre risorse culturali, diminuiscono di anno in anno. Con la cultura non si mangia, disse l’allora ministro Tremonti, e visto che c’è la crisi, giù coi tagli: il bilancio del ministero dei beni e delle attività culturali è passato dai 2,7 miliardi di euro del 2001 (lo 0,37% del bilancio totale dello Stato) a 1,5 miliardi previsti per il 2013 (lo 0,02% del bilancio dello Stato). I fondi italiani per il ministero dei beni culturali sono un terzo di quelli francesi, pur possedendo la Francia meno della metà del nostro patrimonio (per numero di musei, archivi, siti archeologici ecc). E ancora: tra il 2006 e il 2010, la spesa per la cultura dei Comuni è scesa dell’8%, quella delle Province del 13. In calo anche le erogazioni liberali (-5%) e le sponsorizzazioni. Che sono diminuite dell’8,2% nel 2012.
Ma perché non siamo capaci di valorizzare questo patrimonio che ci rende unici al mondo? “Siamo ancora ancorati a una visione antica, quella del capitalismo manifatturiero – spiega Michele Trimarchi, economista della cultura – per cui se una cosa non produce reddito non vale niente. Così siamo bloccati in un aut aut: o il nostro patrimonio culturale è fonte di spreco o si pretende che diventi fonte di reddito. Che è impossibile, se si vogliono creare posti di lavoro, meglio aprire un supermercato…”. Eppure l’industria culturale italiana, oggi, fattura 75 miliardi di euro, pari al 5,4% del valore aggiunto prodotto dalla nostra economia. Gli occupati sono 1,39 milioni di persone – il 5,6% del totale, più della meccanica – le imprese più di 400mila. “Questa è la prova che con la cultura si mangia e che l’industria culturale crea un indotto enorme, penso anche ai vari festival che in giro per l’Italia producono tanto successo – obietta Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3 – ma gli alberghi pieni non sono l’unico vantaggio da registrare… La cultura ha una resa, diciamo così, che soltanto nel lungo periodo possiamo misurare. La cultura crea certamente reddito, quando lo crea, ma  non può essere misurata solo in questo senso: la cultura è fattore di identità e coesione sociale, e proprio per questo, nel lungo periodo, contribuisce a rendere un paese più combattivo anche economicamente”. “C’è un preciso benessere materiale – conferma anche l’economista – che la cultura può produrre: la socializzazione tra le persone di una città, lo sviluppo del senso critico dei cittadini, la qualità della vita urbana. Un esempio? Si provi ad aprire un teatro: e si vedrà che l’area attorno a quel teatro migliora. Diventa anche più bella. Certo non produce miliardi. E non parliamo poi di beni ancora più delicati che la cultura produce, come l’inclusione sociale, ad esempio”. E Carla Collicella, sociologa e vice direttrice del Censis, a proposito della presunta antieconomicità della cultura aggiunge: “In ogni caso è uno spreco non rendere fruibile e non sviluppare la cultura di un paese. Se poi questo paese è l’Italia, lo è ancora di più. Da un punto di vista etico si contraddicono i principi di rispetto, uguaglianza, e giustizia. Dal punto di vista economico non si utilizzano le potenzialità che una buona politica culturale può produrre in termini di occupazione e di reddito”.
Cosa significa investire sulla cultura? Non significa ovviamente solo tenere aperti un museo o un teatro, o non mandare in rovina un sito archeologico (tutti eventi purtroppo più che possibili oggi nel nostro paese). “E non si tratta neppure di cadere nell’equivoco che la cultura vada sostenuta solo per quello che possiamo ricavare dal turismo internazionale, che è un’idea antica da società tardo-agricola. Nel senso che non possiamo dimenticare che i centri storici italiani si sono svuotati anche per la congestione prodotta dal turismo internazionale. Se l’approccio alla cultura è questo non capiremo mai qual è il reale beneficio che la cultura può produrre alla società”. Invece il panorama sembra proprio questo, e sembra anche, dai numeri, che nei luoghi d’arte italiani girino soprattutto turisti: il record dei visitatori, in Italia, ce l’ha infatti il Colosseo: nel 2012 l’hanno visitato 5,2 milioni di persone. L’incasso della biglietteria è stato di 37,4 milioni di euro. Segue Pompei, con 2,3 milioni di visitatori e che hanno portato 19,2 milioni. Terzo posto per gli Uffizi: 1,8 milioni di visitatori, e 8,7 milioni di euro. Certo, ci sarà qualche italiano, tra questi milioni di visitatori. Ma più che altro ci sono studenti e pensionati, visto che, dati alla mano, in Italia paga il biglietto la metà di coloro che passano per le biglietterie dei musei italiani. Non che un museo possa rifarsi delle proprie spese con i biglietti che incassa, anche perché se fosse così, che fine farebbero i musei più piccoli, quelli che non hanno il nome e l’appeal internazionale degli Uffizi, ad esempio? “Anche per questo – prosegue Trimarchi – bisognerebbe cambiare le regole sui finanziamenti. Se dessimo semplicemente più fondi alla cultura con le regole attuali, sarebbe come dare la terapia sbagliata a un malato terminale. Non c’è dubbio: lo Stato spende poco. Ma soprattutto non sa spendere. E a proposito dei piccoli musei, che sono l’innervamento fondamentale della nostra identità culturale, perché i privati non possono finanziarli direttamente? Sarebbe uno straordinario fatto simbolico, la creazione di un legame quasi proprietario tra cittadino  residente e istituzione culturale”. Ma siamo poi sicuri che gli italiani – popolazione tra le meno istruite d’Europa – contribuiscano alla vita del museo della propria città, come accade negli Stati Uniti? Sarebbe una scommessa da fare… Intanto però i consumi culturali calano. La spesa che i cittadini dedicano alla cultura è scesa dagli oltre 72 miliardi del 2011 ai 68,9 del 2012. Sono crollati del 23% i biglietti dei concerti classici, del 6% il numero di coloro che visitano mostre o musei, dell’8% quelli che vanno a teatro. E si rinuncia anche al cinema (-7%). “Eppure – conclude Trimarchi – qualche segno di inversione di tendenza c’è, bisognerebbe soltanto assecondarlo. Perché tanta gente segue i festival culturali? Perché nei book shop dei musei nessuno o quasi compra stupidi gadget ma pubblicazioni specialistiche e cataloghi? Bisogna cominciare a produrre con protocolli nuovi e non convenzionali, restituendo la cultura alle comunità, rendendo musei e teatri aziende autonome responsabili delle proprie scelte progettuali e ricucendoli anche fisicamente al tessuto urbano delle città, come è successo ad esempio con l’Auditorium di Roma, i cui frequentatori hanno a disposizione corse notturne dei bus fino a tarda notte…”.

Silvia Fabbri (novembre 2013)

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