Attualità

Intervista a Don Ciotti: «Se ripenso ai nostri primi 30 anni»

Ritratto in bianco e nero di Don Ciotti, un uomo anziano con i capelli chiari, che indossa una camicia scura, su uno sfondo verde acqua.

Don Ciotti, come potrebbe ripercorrere questi 30 anni dal punto di vista dell’associazione? Quali tappe fondamentali ci sono state? Quali successi e quali speranze infrante per lei che ne è stato l’anima e il fondatore?

Intanto precisiamo sempre che Libera non è un’associazione singola, ma una rete di associazioni. Una realtà plurale, nata proprio per convogliare l’impegno di tanti in un percorso comune e renderlo così più forte, più incisivo. Non parlerei di speranze infrante, perché la speranza è la materia più resistente che abbiamo! Ci sono però tante speranze ancora da realizzare. Tante situazioni che non siamo riusciti a cambiare, e altre che si sviluppano in modo opposto a come vorremmo, portando nuove ingiustizie, nuove forme di impunità.

Ma è importante sottolineare le tappe positive! Penso alla legge 109/96 per il riutilizzo sociale dei beni confiscati, alla nascita della prima cooperativa nel corleonese a inizio anni duemila, alla Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti che organizziamo dal 1996, e dal 2017 è stata ufficialmente riconosciuta dallo Stato. Penso alla nascita dei presidi, nel 2005, spazi di protagonismo dei territori, o alla legge sullo scambio politico-mafioso approvata nel 2013, dopo una nostra campagna civica internazionale.

Negli ultimi anni c’è stata la grande sfida di portare a nuova vita un bene confiscato nel centro di Roma, che oggi è una casa per la rete di Libera e un centro di documentazione aperto a tutti, per studiare la storia della lotta alle mafie ma anche immergersi nelle storie delle persone che l’hanno alimentata, grazie alle tecnologie multimediali. E sempre in tempi recenti è nato il protocollo interministeriale Liberi di Scegliere, che ci ha consentito di offrire un’opportunità di vita alternativa a tante donne e minori in fuga dalle famiglie mafiose di origine. Senza scordare le tante altre iniziative che hanno coinvolto e coinvolgono il mondo della scuola, dell’arte, del giornalismo e dello sport.

Le mafie oggi sono sistemiche, integrate nel tessuto economico. Addirittura Il quarto gruppo industriale d’Italia! Si sarebbe dovuto agire diversamente per non arrivare a questo punto?

Certo che sì. E questo è un discorso molto ampio, che non riguarda soltanto l’Italia ma l’intero modello socio-economico capitalista. Un modello che in questi anni ha visto crescere sempre di più le disuguaglianze, mentre diminuivano le regole a tutela di lavoratori e consumatori. Un modello che anziché sviluppare anticorpi contro la penetrazione mafiosa, dalle mafie a iniziato a prendere esempio, in una corsa spregiudicata al profitto sulla pelle delle persone e dell’ambiente. Noi l’abbiamo sempre detto: bene colpire le mafie a livello giudiziario, grazie al lavoro di magistratura e forze di polizia. Ma se non intanto non bonifichiamo la società, la politica e l’economia anche a livello culturale, imponendo nuovi modelli più rispettosi della vita umana, non ci libereremo mai del crimine organizzato. O meglio: quel crimine smetterà di sembrarci un problema, perché sovrapponibile a un contesto a sua volta criminale. Una “normalizzazione” che purtroppo già vediamo in atto.

Il futuro di Libera

Come sarà il futuro di Libera e dei movimenti anti-mafia, di fronte al calo di partecipazione dei cittadini che o nonBandiera gialla di Libera hanno tempo da dedicare, o tendono a ritirarsi dal sociale?

Questo è un dato che vorrei smentire. È vero che la democrazia oggi soffre di un calo significativo della partecipazione, a cominciare dal momento cruciale del voto. Ma noi vediamo la faccia opposta della medaglia. Tanti giovani che hanno fame di responsabilità e impegno. Ragazzi e ragazze consapevoli dei gravi rischi che corre il loro futuro – a livello ambientale, di tenuta delle democrazie, di possibili conflitti globali – e che per questo hanno voglia, anzi proprio bisogno di mettersi in gioco, per evitare che le previsioni peggiori si avverino. Dobbiamo prendere esempio da loro, e non lasciare che questo entusiasmo col tempo si spenga. Metterli in condizione di far sentire le loro voci e le loro proposte, anziché etichettarli sbrigativamente come “teppisti”, “fragili”, “svogliati”. In gioco non c’è tanto il destino di Libera o di altre associazioni, ma proprio dell’intera società.

Don Ciotti e il rapporto con Coop

Il rapporto con Coop è sempre stato molto stretto.  Che significato ha avuto e continua ad avere, per voi?

È un rapporto che definirei di affetto, oltre che di stretta collaborazione. Un affetto che deriva dall’essersi riconosciuti subito affini: con le stesse letture del contesto, gli stessi principi di trasparenza, giustizia e condivisione, la stessa fedeltà al “noi” come unico soggetto possibile del cambiamento. Camminiamo affiancati, e il sostegno di Coop ci offre anche delle garanzie di solidità economica: garanzie che però non potremmo accettare se non ci fosse questa identità di visione, e questa fiducia nelle persone che la compongono, dai vertici ai singoli soci.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: libera, antimafia, mafia, don Luigi Ciotti

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