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Il pedagogista Novara: «Educhiamoli tenendo la giusta distanza»

Disegno di una giovane mamma bionda che abbraccia un figlio adolescente dai capelli rossi

Il pedagogista Daniele Novara, counselor e formatore, nonché fondatore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (Cpp), ha al suo attivo numerosi long seller come “Urlare non serve a nulla”, il suo maggior successo. L’ultimo libro, “Mollami” (Rizzoli, 2025), sei ristampe in quattro mesi e 20 mila copie già vendute, è dedicato proprio ai genitori di figli adolescenti. Lo abbiamo intervistato sulla giusta distanza da tenere avendone uno in casa. Vivere con chi è un nel pieno della metamorfosi che lo trasformerà in adulto non è mai stato facile. Oggi, forse, il compito è ancora più complesso per genitori disorientati, privi delle necessarie informazioni educative, chiamati a dare continuamente risposte che non hanno in primis dalla scuola. Che si trovano frastornati al pari dei loro figli, i quali nella stanza accanto alzano muri, si rinchiudono nella trap o non trovano l’ascolto che vorrebbero. Quali consigli dare ai genitori?

Novara, come riconoscere un adolescente normalmente in crisi da uno che ha passato il segno?Pedagogista Daniele Novara con capelli grigi e radi, in abito blu e cravatta rossa, sorridente
È molto molto difficile riconoscere il discrimine tra normale perturbazione adolescenziale e stato patologico. Lo stesso tagliarsi, che apparentemente sembra una situazione patogena, è talmente diffuso, oggi, da rappresentare una modalità generazionale, per stabilire una distanza dagli adulti. Non compromettendo l’esistenza, appartiene secondo me ancora a un’area di tolleranza adolescenziale. Un altro esempio è il ritiro sociale: c’è quello patologico, che segnala una compromissione psichiatrica, ma da pedagogista posso dire che la stragrande maggioranza è legata invece a una cattiva gestione dei figli da parte dei genitori che, specialmente in adolescenza, mantengono un profilo di maternage, spingendo i figli ad alzare l’asticella, a chiudersi in cameretta e non andare più a scuola per reazione.

Dunque non esiste una regola generale, dobbiamo rassegnarci.
Magari ci fosse. L’isolamento adolescenziale è comunque uno dei peggiori campanelli d’allarme, più della frequenza di cattive compagnie e ancor più della trasgressione delle regole. È infatti del tutto contronatura rifiutare la dimensione del gruppo e della socialità o della scuola come impegno.

Lei afferma che i dispositivi digitali sono all’origine di metà dei disturbi dell’apprendimento. Quali limiti dare ai ragazzi e, soprattutto, come farli rispettare dopo una certa età?
È il grande equivoco in cui incappano i genitori. Hanno lasciato che il bambino frequentasse ogni sorta di programma digitale e poi pretendono che a 15 anni lui torni indietro. I device colpiscono le aree del piacere e, siccome l’adolescente ha un cervello compensativo sul piano del piacere, si aggancia a quel che trova. Una delle ultime mode è lasciarlo libero di guardare YouTube sulle smart tv. Sbagliato! La cosa più importante sarebbe piuttosto non consentire la frequentazione digitale fino più o meno ai 10 anni, per non ingenerare cattive abitudini. Durante l’adolescenza diventa poi molto difficile tornare indietro.

I dati però dicono che gli italiani accumulano un ritardo di alfabetizzazione digitale. Ci sono dunque fasi da rispettare?
I giovani italiani, però, sono richiestissimi all’estero! Bisogna fare molta attenzione con questa retorica del “siamo in ritardo”. Mi sembra un claim creato dalle aziende della Silicon Valley. Ritardo su che cosa? Nessuno nega che la tecnologia sia una risorsa, ma io e altri stiamo contestando un certo psicologismo secondo il quale la vita reale si confonde con quella digitale. Noi diciamo che la vita reale è una cosa, quella digitale un’altra: non c’è permeabilità, non c’è osmosi se non a danno dei ragazzi. Teniamoci dunque stretto il ritardo digitale che mi sembra un dato positivo. Gli stessi guru californiani hanno seguito scuole montessoriane basate sulla sensorialità fisica e motoria, prima di diventare imprenditori digitali.

Nel suo libro lei propone tre pilastri educativi ai genitori: un gioco di squadra spostato sul paterno, comunicare bene con le nuove tecniche e tenere una giusta distanza educativa. Quale sarebbe?
Alcuni psicologi invitano a stare vicini ai figli come se fossero amici; il termine “educazione” non lo usano più. Si arriva a pretendere da un adolescente che dica la verità. Ma stiamo scherzando? La giusta distanza è la misura stessa dell’educazione che non è possibile con un approccio simbiotico, bensì mantenendo distinto il ruolo educativo. Il prezzo da pagare altrimenti sono quelli che io chiamo i “papà peluche”, che lasciano tutto lo spazio immaginabile alle supermamme le quali vogliono continuare ad accudire i figli a qualsiasi età. La vicinanza è il terreno della mamma, il terreno del padre è la gestione dell’allontanamento del figlio. 

Ci sono delle qualità che riconosce ai genitori di oggi?
Che hanno fatta piazza pulita della cultura patriarcale, da non confondere con la misoginia che sopravvive, eccome. Il patriarcato in quanto struttura antropologica invece è archiviato: i padri di oggi non hanno nulla di com’era il mio, nato nel 1925. È un grande merito cercare di aggiornarsi e d’informarsi; purtroppo noi tecnici non abbiamo voce in capitolo e le informazioni i genitori non sanno dove prenderle. La figura di padre così si è sbiadita, divenendo evanescente. C’è bisogno di restituire ai temi educativi la loro assoluta priorità, perché il padre testimone, da solo, non basta.

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Tag: Adolescenti, adolescenza, educazione sentimentale

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