Attualità

“Il 2013? Ancora un anno difficile”

Professor Vaciago, il 2012 è stato un anno difficile che nonostante il forte aumento della pressione fiscale, ha visto aumentare a livelli record il debito pubblico (che ha superato il tetto dei 2.000 miliardi) e con un calo del Pil di oltre 2 punti: era l’unica cura possibile o ha ragione chi ritiene che la ricetta europea (vedi anche la situazione in Grecia e Spagna) sia una cura troppo pesante per il malato?
Il 2012 è terminato peggio del previsto, per una serie di ragioni. Alcune dipendono da noi; altre sono più generali. Cominciamo da quest’ultime: nell’anno appena trascorso, tutto il mondo è cresciuto meno del previsto e di questa frenata hanno sofferto di più le famiglie (e quindi i consumi). Ricordiamo che la crisi nasce 6 anni fa nella finanza; e si estende all’industria a fine 2008; per colpire le famiglie soprattutto negli ultimi due anni.
Il nostro Governo – come molti altri,  purtroppo – ha dato la priorità a politiche di riduzione del deficit pubblico. Che senza svalutazione del cambio (perché, anzi, l’Euro è sempre rimasto molto forte), si trasmettono al reddito disponibile delle famiglie e quindi ai loro consumi. È l’Europa che non è stata all’altezza del compito: avrebbero dovuto “coordinare” le politiche dei vari Paesi, chiedendo ad alcuni di espandere la loro economia mentre gli altri tagliavano i loro deficit. Lo scenario sarebbe rimasto positivo nel suo complesso e ciò avrebbe reso meno “costoso”, da un punto di vista economico e sociale, il nostro aggiustamento.

Questi esiti contraddittori non sono un po’ difficili da spiegare agli italiani?
Gli italiani sono stati “bombardati” da messaggi confusi, che hanno ulteriormente peggiorato la situazione. Ciascuno di noi può anche essere disposto a fare sacrifici, ma a due condizioni:
1. anzitutto che i sacrifici siano ben distribuiti: ciascuno, secondo le sue disponibilità;
2. e poi, soprattutto, che sia chiaro cosa si ottiene in cambio. Sacrifici inutili non sono mai convenienti: devi condividere il punto di arrivo, cioè i vantaggi che quei sacrifici ti daranno. Come abbiamo visto anche in America, tardare a decidere e drammatizzare (“sull’orlo del burrone”) i provvedimenti, significa diffondere pessimismo e paura. Stupisce che anche chi non ha perso lo stipendio, ne spenda meno?

La prospettiva economica mondiale, dopo le elezioni Usa, potrà dare qualche aiuto all’Italia o tutto resta molto incerto e precario?
Più che l’America, la cui importanza nei nostri confronti continua a ridursi, dovremmo essere aiutati dal ritorno alla crescita dell’Asia, e della parte più robusta dell’Europa, cioè la Germania. In autunno, si vota in Germania e immagino una politica più espansiva a Berlino.
D’altra parte, non è venuta meno la fragilità della finanza, e delle stesse grandi banche, indebolite indirettamente dalla recessione (che diminuisce il valore dei loro attivi). Dobbiamo quindi immaginare un altro anno molto pesante, sulle spalle dei Banchieri centrali.

Qual è la prospettiva per l’Italia nel 2013 e che margine reale avrà chi vince le elezioni per migliorare la situazione?
Attualmente, non c’è molto ottimismo sul 2013: ripresa a fine anno, quindi insufficiente a far aumentare il reddito, in media annua. Con l’occupazione che scenderà ancora, perché ridurranno posti di lavoro sia le imprese che non hanno futuro sia quelle che sopravvivono solo tagliando i costi.
Un nuovo Governo attorno a Pasqua (che è il 31 marzo) non riuscirà a cambiare molto l’anno. Ma potrebbe utilmente cambiare le aspettative e quindi trasformare paura in speranza, se riuscirà a convincere gli italiani che per ottener di più dall’Europa dobbiamo iniziare a correggere (senza promettere miracoli, ma iniziando un percorso coerente) alcuni nostri difetti storici. Far funzionare meglio la macchina pubblica, a cominciare da scuola e giustizia, dove servono investimenti sia in tecnologia sia in immobili; un patto tra Stato e contribuenti onesti per ridurre alla media dei paesi civili, l’evasione fiscale; e così via. Basta vedere cosa ci rinfaccia l’Europa (a gennaio, ci hanno “condannati” per carceri incivili: cosa aspettiamo a porvi rimedio?).
Attenzione: non sono cose che si aggiustano in qualche mese; ma è importante annunciare poche priorità e su quelle poche cose concentrare l’impegno politico di Parlamento e Governo.

Sul piano della disoccupazione e dei consumi, cosa succederà nel nostro paese?
Da 15 anni, l’Italia non cresce e da 5 anni va indietro. Aumenta la disoccupazione, soprattutto dei giovani, che sempre più tornano a dipendere dal patrimonio e dal reddito dei genitori. Dovremmo ragionare seriamente sul futuro che vogliamo meritarci. Mai come negli ultimi vent’anni, abbiamo visto tante differenze! Tra paesi, che progrediscono oppure no; e tra persone che anch’esse stanno meglio, oppure stanno peggio. Noi cosa vogliamo essere tra trent’anni? È chiaro che tra un anno non sarà cambiato molto (in meglio o in peggio), ma che sull’orizzonte di una generazione la differenza possibile è enorme. Anche perché le tendenze accelerano nel tempo: se le nostre migliori aziende crescono altrove, e se i nostri migliori laureati se ne vanno altrove, tra 30 anni l’Italia sarà molto peggio di com’era 30 anni fa. Dopo di che, nei prossimi 12 mesi gradualmente si fermerà la recessione di questi 2 anni, ma ciò non basta più a farci stare meglio.

Ci sono due o tre provvedimenti precisi che secondo lei possono e devono essere presi rapidamente dal governo che arriverà o è inutile pensare a colpi di acceleratore, perché quel che serve è un progredire lento ma sicuro, tenendo conti in ordine e avviando riforme che hanno bisogno di tempo per far sentire i loro effetti?
L’unico provvedimento urgente – e lo dico seriamente, visto il giudizio internazionale nei nostri confronti – è quello di un “Piano carceri” (che farebbe bene anche all’edilizia). Il secondo provvedimento, non meno urgente, è di destinare a minori aliquote tutti gli incassi che vengono dal contrasto all’evasione fiscale.
Dopo di che la priorità è di tornare ad essere “attraenti”: incentivi alle 5 Regioni che – in competizione tra tutte – garantiscono l’accoglienza in pochi mesi di investimenti diretti esteri. Oggi cresce chi se lo merita, cioè attrae gli altrui investimenti. Delle tante cose utili e inutili che si dicono nel confronto tra Italia e Germania spesso ci dimentichiamo che la cosa importante che loro hanno più di noi è l’investimento estero. Questa è la cosa che conta, visto che non puoi certo vietare alle tue buone imprese di crescere altrove.

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