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I giganti dell’elusione: la sfida col fisco di Apple, Google & C.

Labirinto.jpgPremessa fondamentale che già racchiude il paradosso decisamente amaro dell’intera questione è che l’elusione fiscale non è un reato. Anzi consiste proprio nella capacità di qualcuno, necessariamente dotato di tante risorse, bravi consulenti e robusti uffici legali, di sapersi muovere all’interno delle normative esistenti (soprattutto in una dimensione internazionale) per pagare meno tasse. A volte di non pagare quasi nulla. Parliamo di aliquote che in alcuni casi arrivano allo 0,05%. Il fenomeno certo non nuovo ha assunto proporzioni molto più consistenti negli ultimi anni ”grazie” soprattutto al peso di grandi multinazionali come Google, Apple, Facebook, eBay e Amazon. Insomma i grandi nomi dell’era digitale, con cui abbiamo a che fare tutti i giorni e che tanto ci piacciono da navigatori del Web. Ma spesso, anche grazie all’immaterialità dei beni di cui si occupano, queste realtà sono inafferrabili per il fisco di tanti paesi.

L’altro pilastro su cui si basa il sistema dell’elusione si chiama concorrenza fiscale tra Stati. Cioè l’idea che per attrarre capitali, un paese fa pagare meno imposte e dunque invoglia gli imprenditori a trasferire lì la sua attività. Veramente in tanti casi di attività in senso fisico che si spostano (dunque portando stabilimenti, occupazione e sviluppo) se ne vedono ben poche. Quel che si trasferisce è solo la residenza legale per la gioia di pochi avvocati e amministratori.

Simboli di questa logica di concorrenza fiscale (portata agli estremi) sono in tanti casi paesi dalla fama piuttosto dubbia, noti come paradisi fiscali amati da evasori e anche dalla criminalità in cerca di nascondere o riciclare denari. Parliamo di minuscoli paesi, di tante isole caraibiche o del pacifico, dalle Isole Vergini alle Barbados.
Ma in molti casi la concorrenza fiscale viene da Stati “insospettabili” che, come l’Irlanda, hanno molto meno di oscuro. Anzi fanno parte dell’Unione europea, tanto quanto noi italiani.

E l’ultimo clamoroso episodio riguarda proprio questo paese. Alludiamo alla contestazione che il fisco italiano ha mosso ad Apple che di fatto, in sette anni, avrebbe fatto risultare in capo a una sua società con sede in Irlanda gli oltre 9 miliardi derivanti da attività fatte in Italia, dove Apple ha sedi e dipendenti. Attività per le quali il fatturato dichiarato qui (sui cui si pagano le imposte) è di soli 150 milioni di euro, cioè 60 volte meno dei 9 miliardi.

Pagare le tasse in Irlanda significa poter accedere ad aliquote che dire di favore è un eufemismo. Andando su You Tube tutti possono vedere l’intervento dell’europarlamentare irlandese Paul Murphy che, intervenendo in aula a Bruxelles, straccia il modulo della propria dichiarazione dei redditi denunciando come Apple su 17 miliardi di fatturato paghi appena 8 milioni di tasse (aliquota dello 0,05%), Google su 9 miliardi paghi 22 milioni (aliquota dello 0,25%) e Facebook su 1 miliardo paghi 3,2 milioni (aliquota dello 0,3%). Per noi italiani, privati cittadini o imprenditori, abituati a una pressione fiscale che viaggia intorno al 43-44%, sentir parlare di aliquote dello zero virgola fa star male.

Ma c’è da dire che se sicuramente questi colossi sono sin qui sfuggiti al fisco italiano, le cose non vanno meglio anche in altri paesi, magari con la fama di essere pagatori di tasse migliori di noi. Il brano di Federico Rampini che pubblichiamo in queste pagine è esemplificativo di quanto anche negli Usa il tema elusione fiscale di questi colossi sia sentito e attuale. Secondo un’indagine del Congresso Usa giganti multinazionali come Google, eBay, Amazon, ma anche McDonalds e Starbucks fanno viaggiare all’estero in regimi fiscali vantaggiosi 1.000 miliardi di dollari.

Non a caso, nel febbraio scorso, il presidente Obama ha lanciato la proposta di introdurre una tassazione del 15% sugli utili delle multinazionali anche se fatti all’estero. Per ora è solo un’intenzione che dovrà essere approvata da un congresso a maggioranza repubblicana che, sin qui, gli aumenti di tassazione li ha visti esattamente come i tori il drappo rosso del torero.

Un altro annuncio è venuto, a fine 2014, dalla Gran Bretagna (paese che nella logica di attirare capitali ha una normativa a maglie molto larghe) dove il governo conservatore di David Cameron ha detto di voler introdurre “una tassa del 25% (subito definita sui media come la Google tax, ndr) sugli utili generati dalle multinazionali con le attività realizzate nel Regno Unito e che queste fanno uscire dal paese con artifici”. Parole del cancelliere dello scacchiere George Osborne (in sostanza il ministro delle Finanze) che ha poi ammesso che “alcune delle maggiori imprese al mondo, in particolare nel settore tecnologico, utilizzano strutture elaborate per non pagare le tasse”.

Anche in Italia c’è chi ha avanzato proposte per arginare il fenomeno elusione. Ma per ora non si è passati dalle parole ai fatti, anche se il provvedimento di delega fiscale che il governo sta preparando potrebbe toccare alcuni aspetti della questione.

È comunque evidente che per arginare il problema servirebbero provvedimenti su scala più ampia. In un G20 , il vertice mondiale tra gli Stati più importanti, del luglio 2013 l’argomento multinazionali-elusione era finito all’ordine del giorno, e c’era stato consenso su un piano in 15 punti, elaborato dall’Ocse, per far pagare le tasse laddove sono le attività. Ma dai buoni propositi di allora non è successo quasi nulla di concreto.

Ancor più sorprendente è, in un’Europa dove ci si accanisce con rigore degno di miglior causa contro la povera Grecia, che il tema di una armonizzazione delle normative fiscali non diventi una priorità. Perché è chiaro che così, le cifre positive che l’Irlanda può vantare, appaiono più figlie di una furbesca sottrazione fatta ad altri partner europei, che di una reale evoluzione dell’economia di quel paese.

Vedremo cosa succede. Per ora i palleggi elusivi tra attività fatte in Italia e società che stanno a Dublino continuano. In alcuni casi il passaggio è doppio, dall’Italia all’Irlanda, dall’Irlanda all’Olanda e dall’Olanda di nuovo in Irlanda (i tecnici lo chiamano double irish). Magie che stuoli di fiscalisti e avvocati riescono a generare, lo ripetiamo, rispettando o meglio approfittando delle lacune di una normativa e di un sistema in cui i soldi si spostano più velocemente della capacità del fisco di acchiapparli.

C’è da dire che, del resto, la ricerca di sedi fiscali più compiacenti e meno onerose non riguarda solo i colossi Usa. Se Fca, la figlia della fusione Fiat-Chrysler, ha sede legale in Olanda qualcosa vorrà dire. Altre società italiane hanno scelto la Svizzera o Hong Kong.

Ogni tanto qualche contenzioso col fisco e indagine della magistratura ci scappa, vedi la vicenda degli stilisti Dolce e Gabbana comunque assolti definitivamente in Cassazione da un’accusa di evasione per aver fatto passare i loro affari da una società con sede in Lussemburgo.

Resta il fatto che in questi anni di crisi, sapere che c’è qualcuno che il fisco riusciva ad aggirarlo sistematicamente, ha reso il tema piuttosto popolare. Confermando che, nella competizione globale, servono regole definite a livello globale, altrimenti chi ha risorse e buoni avvocati continuerà a sfuggire a principi di elementare equità. Proprio in una fase in cui, pensiamo all’Italia, di avere più consistenti entrate fiscali ci sarebbe un gran bisogno. Senza spremere solo quelli che Dublino non sanno dove sia o, se proprio va bene, ci vanno a passare solo qualche giorno di vacanza.

maggio 2015

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