Attualità

Gli effetti del clima sulla spesa

Un mappamondo con un cesto di verdure fresche evidenzia gli effetti del clima sulla spesa su uno sfondo blu.

Quali sono gli effetti del clima sulla spesa? Poco ma ottimo, lo ha definito qualcuno. È così, l’olio d’oliva italiano 2024: il frutto pregiato strappato a una stagione di arsura, con gli olivi stremati dal caldo in Puglia, dove i raccolti si sono dimezzati, e in Sicilia, dove per la mancanza di pioggia si sono viste le olive cadere dalle piante già a settembre. L’olio è forse il più famoso dei prodotti italiani su cui vediamo in diretta gli effetti del cambiamento climatico che influenza la quantità, l’origine e la qualità del cibo disponibile e manda all’aria i prezzi, a partire da quelli dell’ortofrutta. Tanto che ormai si parla di inflazione climatica, che misura gli effetti sul carrello della spesa di ondate di calore, siccità, alluvioni, tempeste di vento e di grandine, gelate tardive…   

I sistemi alimentari contribuiscono per circa un terzo alle emissioni globali di gas serra che alterano il clima, ma sono al tempo stesso le prime vittime degli eventi estremi e delle nuove condizioni climatiche che stiamo sperimentando anche in Italia. Non è difficile immaginare che le alluvioni che hanno travolto la Romagna abbiano flagellato le pere e di conseguenza fatto lievitare il loro prezzo, o che la siccità abbia bruciato il grano siciliano. È meno intuitivo invece dipanare le connessioni della crisi ambientale con i prodotti importati che ormai fanno parte delle nostre tradizioni alimentari, come il caffè e il cacao, o per i quali abbiamo sempre più bisogno di rifornirci anche all’estero, come il grano e l’olio.

Gli effetti del clima sull’agricoltura

Il valore della produzione del nostro settore agricolo continua a diminuire, tanto che l’anno scorso siamo retrocessi al terzo posto in Europa, dopo Germania e Francia che producono più di noi. Lo conferma l’Ismea, (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) nell’ultimo Rapporto: in dieci anni, tra il 2012 e il 2022, mentre l’industria alimentare italiana cresceva, “l’agricoltura ha vissuto annate sfavorevoli in successione, soprattutto a causa dell’andamento climatico”, con anni troppo caldi e poco piovosi che battono ogni volta i record precedenti.  Dunque oggi, dice il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), l’Italia per mettersi a tavola dipende per oltre il 22% dalle importazioni di prodotti agricoli e per quasi la metà (ben il 49%) dagli input produttivi esteri come, ad esempio, sementi e mangimi per gli animali.

«Mancanza d’acqua e caldo spostano le produzioni, e quindi il Pil, a Nord: Spagna e Italia, che sono sostanzialmente i due paesi produttori di quello che l’Europa mangia, stanno avendo e avranno gli impatti maggiori dal cambiamento climatico, che incide maggiormente sul nostro Paese, al centro del Mediterraneo», conferma Claudio Mazzini, direttore Freschissimi di Coop Italia. Il clima genera così un “effetto frusta” amplificato da altre difficoltà, strutturali, del nostro contesto agricolo ed economico: «Non siamo assolutamente autosufficienti dal punto di vista alimentare: il nostro è un Paese lungo e stretto, attraversato da montagne, densamente popolato, dove la superficie agricola non è molta e sta diminuendo da anni. In più le imprese scontano costi elevati, scarsi sostegni, l’assenza di passaggio generazionale e la carenza di manodopera» constata Mazzini.

Così ad esempio oggi in Italia si produce quasi la metà dell’olio d’oliva di 20 anni fa e, secondo le ultime indagini di Coldiretti, Unaprol (Consorzio olivicolo italiano) e Ismea, siccità e caldo record minacciano di ridurre del 32% la produzione nazionale.

Gli effetti del clima sul piatto

Dal campo al carrello il passo è breve: «Gli effetti li vediamo in modo trasversale su tutti i prodotti, soprattutto di stagione – nota Alessandro Masetti, direttore Grocery di Coop Italia -. L’olio d’oliva europeo ha avuto due anni di raccolti scarsissimi in Spagna e in Italia: così l’anno scorso i prezzi sono schizzati in alto in tutto il mondo. Quest’anno il raccolto nazionale è stato un po’ più favorevole e il prezzo non dovrebbe crescere, anche perché si è arrivati a livelli talmente alti che per i produttori innescare altri aumenti significherebbe non generare volumi». Un ragionamento, lo stop ai prezzi per proteggere le vendite e i consumi, che vale per molte altre categorie di prodotti, ma che comunque fa veleggiare l’inflazione sui beni alimentari a ritmo più sostenuto di quella generale: +1,1% a settembre, contro lo 0,7% di quella generale. «L’inflazione alimentare esplosa negli ultimi due anni sta rallentando, ma i prezzi non torneranno indietro, soprattutto in tempi brevi» aggiunge Masetti.

In questo momento ci sono tensioni anche sui prezzi della carne bovina e suina, con gli allevatori italiani costretti a fronteggiare malattie legate anche alla densità degli allevamenti, come la peste suina e la Blue Tongue. Sui prodotti ittici, minacciati da specie aliene e dell’acidificazione delle acque marine, e in particolare sulle vongole nazionali, divorate dall’esotico granchio blu che si trova benissimo nell’Adriatico dalla temperatura tropicale e mangia i mitili nostrani.

Gli effetti del clima sull’ortofrutta

Le avversità del clima si ripercuotono praticamente in diretta sulla disponibilità e sui prezzi dei prodotti freschissimi, a partire da frutta e verdura. «Interi distretti produttivi, senza interventi strutturali, sono a rischio – spiega Mazzini -: la Sicilia è stremata da anni di siccità e da sola vale il 17% di quello che mangiamo. Come si sposta un distretto agricolo come quello del pomodoro di Pachino? Non si sposta. Per frutta e verdura non esistono magazzini che possano attutire il colpo della scarsità dell’offerta: quando la produzione è ridotta, assistiamo all’impennata dei prezzi. Con effetti che sono sia immediati, sia duraturi». Nell’immediato, i consumatori si difendono dai rincari diminuendo gli acquisti di ortofrutta fresca, cioè gli alimenti fondamentali per una dieta sana. Ma, intanto, crescono anche i prezzi di preparati come i succhi di pesca e di albicocca, frutti che nelle scorse stagioni in Italia hanno avuto magri raccolti, tanto che l’industria sta iniziando a importarne buoni quantitativi dai vicini: Turchia ed Europa dell’Est.

Emblematico il caso delle pere: «L’Italia è passata da un avanzo commerciale di oltre 100 milioni di euro nella campagna 2017/18 a un deficit di 90 milioni di euro nella campagna 2021/22, con un ovvio incremento di prezzo per questi prodotti e il crollo dei consumi», dice Fabio Del Bravo, dirigente Filiere e analisi dei mercati di Ismea:  «Il clima poi ha certamente cambiato la geografia produttiva del mais: eravamo autosufficienti fino ad alcuni anni fa mentre adesso siamo costretti a importarne circa il 50% per via dei costi di produzione e della presenza da noi di aflatossine che derivano da un insetto favorito dalle alte temperature».

Secondo uno studio del Centro di politiche e bioeconomia (Crea-Pp) nelle principali zone vitivinicole italiane già oggi la produzione di uva ha cicli di crescita più brevi, rese ridotte e si prospetta lo spostamento di intere aree di produzione di vini di alta qualità verso zone più alte e fresche.

Gli effetti del clima sui prezzi

Della situazione fanno le spese anche altri alimenti: mentre aumentano alveari e apicoltori, diminuisce la produzione di miele (nel 2023 il 12% in meno di un anno prima). Il cambiamento climatico, dice l’Ismea, è il principale fattore che ha limitato negli ultimi 10 anni la produzione di miele italiano, che comunque riesce a coprire solo la metà dei consumi nazionali. «La pioggia eccessiva o la siccità hanno portato in sofferenza molte famiglie di api – sottolinea Del Bravo – tanto da obbligare la Commissione europea ad accettare la richiesta italiana di prevedere, in condizioni di emergenza e in difesa del benessere degli animali, la possibilità di fornire loro alimentazione supplementare, per evitare vere e proprie stragi con effetti negativi anche sull’impollinazione».  Così in Italia il miele più  economico arriva sempre più spesso da paesi extra-Ue.

«Nel 2023 abbiamo avuto il record delle esportazioni agroalimentari – spiega Mazzini – ma anche il record delle importazioni: esportiamo prodotti finiti ad alto valore aggiunto, frutto della straordinaria competenza italiana nella trasformazione del cibo, e importiamo moltissime materie prime senza le quali i prodotti made in Italy semplicemente non esisterebbero. Ad esempio, in 20 anni abbiamo perso 5 milioni di tonnellate di produzione nazionale di cereali e oggi ne importiamo 13 milioni all’anno».  Anche sui cereali, aggiunge Fabio Del Bravo, proprio le importazioni fanno da calmiere: «La produzione di frumento duro italiano ha avuto una pessima qualità lo scorso anno per le piogge primaverili e una scarsa quantità quest’anno per la siccità al Sud. In questo caso, tuttavia, essendo un prodotto di cui già normalmente siamo ampiamente deficitari, la scarsità non ha avuto ripercussioni rilevanti sui prezzi, vista la disponibilità di prodotto d’importazione». Dunque, per fare una buona pasta con i nuovi raccolti l’industria ricorrerà alla semola di alta qualità dall’estero.

Grazie ai mercati internazionali si stanno contenendo anche i prezzi della carne e soprattutto dei mangimi per gli animali: perché senza i cereali, senza il mais e la soia, non si nutrono i polli, i suini o i bovini negli allevamenti e quindi non si fanno neppure il latte, i salumi e i formaggi di cui andiamo orgogliosi.

Non sempre le importazioni corrono in nostro soccorso, anzi. Ad esempio l’anno scorso le rese del caffè sono crollate per la siccità in Brasile e i tifoni in Vietnam e così, secondo l’Organizzazione internazionale del caffè (Ico), i prezzi del caffè verde nel terzo trimestre del 2024 hanno toccato i livelli più alti in quasi un decennio. Mentre, tra il luglio 2021 e quello 2024, il prezzo dell’espresso al bar è salito del 14,3%, e continua a galoppare. Un incremento che si comincia a registrare anche nel caffè per la moka da preparare a casa.

Il boom dei prezzi riguarda anche il cacao, dato che la Costa d’Avorio e il Ghana, che realizzano circa il 60% della produzione mondiale, soffrono una crisi produttiva dovuta sia a condizioni meteorologiche difficili, sia alla diffusione anomala di alcuni virus e batteri che attaccano le piante.

In più, caffè e cacao sono commodities: materie prime standardizzate, facilmente stoccabili e conservabili nel tempo, adatte a un’ampia e facile commercializzazione, che si negoziano anche sulle borse mondiali. E che, dunque, sono oggetto non solo del cambiamento climatico ma di altri meccanismi di mercato, compresa la speculazione finanziaria.

Gli effetti del clima sul made in Italy

Per fermare il cambiamento climatico, lo ha detto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiamando il Paese ad azioni decise ed efficaci, le ricette semplicistiche sono adatte agli imbonitori. Ma davanti al mutamento già in atto, che fine farà il cibo made in Italy, stretto tra le intemperie, le difficoltà del mondo agricolo e i bisogni dei consumatori?

«Produrre in Italia è sempre più costoso e difficile – ammette Claudio Mazzini – e se si vuole mangiare italiano al 100%, soprattutto prodotti di territori particolari e unici, bisognerà mettere in conto una certa differenza di prezzo».

Nel nostro Paese non è obbligatorio indicare in etichetta l’origine delle materie prime, se non in alcune tipologie di prodotti come appunto l’olio extravergine d’oliva, l’ortofrutta fresca, le carni bovine, il pesce e tutti i prodotti DOP. Ma la provenienza del cibo, la trasparenza e la sicurezza delle filiere restano fattori importanti. Oggi un consumatore su quattro, secondo l’ultimo Rapporto Coop, predilige i prodotti della tradizione italiana, il 20% quelli del territorio, il 17% quelli della tradizione locale. Numeri in calo, però, rispetto allo scorso anno, e in costante diminuzione per le giovani generazioni, anche per via dei magri redditi delle famiglie. «Acquistare solo prodotti con materie prime italiane – conferma Masetti – significherà sempre più spesso accettare che l’alta qualità italiana oggi costa di più, o che ad esempio alcuni prodotti che scarseggiano a causa di basse rese della produzione non si troveranno facilmente in promozione».

Quanto alle risposte di Coop, si concentrano soprattutto nei prodotti a proprio marchio per rendere accessibile cibo buono, sostenibile, sano e sicuro. Praticamente la totalità dei circa 800 fornitori e il 60% delle materie prime dei prodotti a marchio Coop sono italiani (di più se si tolgono quelle non coltivabili in Italia, come appunto il caffè e il cacao). Tra questi ci sono aziende come la romagnola Cab Massari che grazie ai fondi raccolti da Coop dopo l’alluvione punta a ricostruire un’agricoltura più resiliente. O, tra i fornitori del territorio, le cooperative di Libera Terra, che stanno dimostrando che un’agricoltura che resiste e trasforma i problemi in nuove opportunità, capace di adattarsi alle sfide climatiche, va promossa ed è possibile. «Ci sono aziende con i quali abbiamo contratti da oltre 30 anni – conclude Claudio Mazzini -: vogliamo puntare su accordi di lungo periodo con i fornitori, per una maggiore pianificazione e integrazione delle produzioni nazionali, che sono e rimarranno la base dei nostri assortimenti, dare valore all’innovazione e preservare i volumi. E intanto, sostenere il potere d’acquisto delle famiglie senza mai costringere i fornitori ad andare sotto i costi di produzione né avallare la speculazione».

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: made in Italy, riscaldamento globale, prezzi, cambiamento climatico

Condividi su

Lascia un commento

Dicci la tua! Scrivi nello spazio qui sotto cosa pensi dell’articolo, la tua opinione è importante per noi.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Ho letto la policy privacy e accetto il trattamento dei miei dati personali

Iscriviti alla
newsletter

di Consumatori

Ricevi ogni mese via mail la rivista digitale e le notizie più interessanti

;