Attualità

E’ Natale, facciamo la pace

Colombe di pace

«Le guerre e le violenze che in questi mesi stanno accadendo nel mondo riguardano e colpiscono tutti. O almeno lo spero, altrimenti saremmo matti da legare». Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, addolcisce con un sorriso qualsiasi argomento. Romano, classe 1955, è arcivescovo metropolitano di Bologna e un uomo di pace: non solo quella spirituale, ma quella che si vorrebbe riportare in Europa, visto che da maggio Papa Francesco gli ha affidato una missione per allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina. Un prete di strada – per 20 anni ha officiato a Trastevere –, che sa parlare il linguaggio di tutti e invita a cercare e a ispirarsi ai “santi della porta accanto”.  

Mentre le guerre (ma cosi tante dalla seconda guerra mondiale), le contrapposizioni nel mondo e il conflitto irrompono nella nostra vita, raccontati dai media ed esacerbati dai social media, quali sono invece le ragioni della convivenza, della speranza, della pace? È possibile non restare schiacciati, annichiliti o assuefatti alla violenza o, peggio, essere noi stessi fonte di divisione e conflitto? 

Lo abbiamo chiesto – mentre si avvicina il Natale, che dovrebbe essere per eccellenza il momento della vicinanza tra le persone, la festa dei bambini e della rinascita della luce sul buio – al cardinale Zuppi e ad altre personalità che, da punti di vista differenti, possono aiutarci a portare pace e serenità anche a noi stessi, agli altri vicino a noi, alle comunità in cui viviamo. 

Parsi: noi, il bambino e i magi Il cambiamento deve partire innanzitutto da ciascuno di noi e dai bambini, secondo Maria Rita Parsi: psicoterapeuta, docente, saggista e scrittrice, che è stata membro del Comitato Onu sui Diritti del fanciullo. Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, ha ricevuto la medaglia d’oro dalla Camera dei deputati e il Premio nazionale Paolo Borsellino. 

La sua è una voce che si alza a favore dell’utopia del bene: “Manifesto contro il potere distruttivo” (edito da Chiarelettere) è il titolo del suo ultimo libro. «Da psicoterapeuta – spiega – devo sottopormi a anni di supervisione, continuare a studiare, seguire corsi, aggiornarmi, informarmi, saper decriptare i sogni, capire i motti di spirito, gli atti mancati, i lapsus, le libere associazioni… Solo così posso cercare di aiutare gli altri. Anche per guidare la macchina ci vuole la patente. Perché non occorre, invece, per guidare una famiglia, una scuola, un Paese? Una patente che dica che sei sano di mente, sei equilibrato. Invece affidiamo il governo, sia nelle famiglie come nelle nazioni, alla parte peggiore, più malata di noi: viviamo in un mondo guidato da chi non è in grado di farlo, visto che nel 2023 c’è ancora chi fa la guerra e stermina i bambini, lancia missili e minaccia il pianeta, provando a ridurlo in cenere e inquinarlo a un punto tale da renderlo invivibile. E opprime in ogni maniera le donne, che sono il popolo più perseguitato della terra».  Il potere distruttivo di cui dovremmo liberarci, secondo Parsi, è legato all’angoscia più atavica nell’uomo, quella relativa alla morte, che si cerca di esorcizzare in molti modi, e ad un narcisismo negativo. 

Ma cambiare, costruire un modo diverso di stare al mondo è possibile: «Nel ’700 raggiungere la luna sembrava un’utopia, invece ci siamo andati davvero. Perché non dovremmo essere in grado di far star bene la gente su questa terra? Come diceva Oscar Wilde: una mappa del mondo che non prevede il paese dell’utopia non merita neppure uno sguardo. E io credo nell’utopia, che il cambiamento nel bene si possa fare». Il primo passo, secondo Maria Rita Parsi, è dare spazio a una visione “bambinocentrica”, di cui il Natale è il simbolo: «Una visione in cui chi viene al mondo ha diritto a una madre che se ne prende profondamente cura e a un padre, anche putativo, che se ne assume la responsabilità, la vuole espletare ed essere riconosciuto. Un bambino che sia adorato sia dagli umili, i pastori, sia dai potenti, i Re Magi. Mettiamo al centro la parte bambina di noi stessi e le creature che vengono al mondo, per preparare una realtà migliore». 

La parte distruttiva dell’uomo si argina, secondo la psicoterapeuta, con la conoscenza:  «Servono strumenti per interpretare quel che avviene, una informazione e una formazione corrette, e ridare centralità alla cultura, in tutte le sue forme. A partire dalla scuola e dalla formazione degli stessi genitori. Tocca a noi dare l’esempio a bambini e ragazzi, metterci intorno a un tavolo per confrontarci in modo costruttivo».  

Mangoni; solidali tutto l’anno A volte sono le grandi calamità a far emergere il buono delle persone, riattivare i legami solidali e di comunità, come è accaduto con la pandemia e, più di recente, con i danni dovuti al maltempo in Romagna e in Toscana. Cos’è allora che può evitare che questi slanci di generosità e altruismo diventino nel tempo un’abitudine? «Bisogna fare in modo che la solidarietà venga declinata come pratica relazionale, fondamento e sostegno di una comunità in cui gli individui si sentano parte di un “noi”», suggerisce Emiliana Mangone, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al dipartimento di scienze politiche e della comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno e autrice di “Solidarietà sociale”, edito da Mondadori. Come? «Studiando i buoni esempi che già esistono e riproducendoli nella società – dice la docente –. Magari riproponendo proprio quanto di buono accade durante il periodo natalizio, in modo da rendere la solidarietà un’attitudine socioculturale valida 365 giorni l’anno». 

Franco: parole di convivenza Ma cos’è davvero la bontà? Ha senso invocarla mentre il mondo è scosso da guerre e conflitti sempre più sanguinosi? «La bontà potrebbe essere definita come la qualità di chi desidera o cerca di procurare il bene altrui, senza un tornaconto personale», spiega la filosofa Vittoria Franco, coautrice e curatrice del libro “Parole della convivenza” (Castelvecchi Editore), che si propone di ridare senso a parole come bontà, misericordia, solidarietà, legame sociale. «Termini – continua – che sembrano desueti, troppo spesso relegati ad ambiti circoscritti. E che, invece, vanno riportati dentro le relazioni interpersonali e sociali, se non vogliamo che prevalgano egoismi e indifferenza verso gli altri». 

Gratuità contro utilitarismo, dunque, ovvero azioni che non derivino dal do ut des dei latini (io do affinché tu dia), ma che prendano le mosse da un’autentica inclinazione verso il prossimo, capace di tradursi in un’attiva partecipazione nella risoluzione di problemi e difficoltà altrui. «Con l’avvertenza – prosegue la filosofa – di guardarsi dal buonismo fatto di atti generosi basati sul conformismo, sulla strumentalità per secondi fini, sul desiderio di farsi vedere o ottenere un ritorno d’immagine». Comportamenti di facciata, insomma, che nulla hanno in comune con i veri gesti solidali frutto di un sentimento di fratellanza, di aiuto materiale e morale tra le persone. 

Gallo: offrirsi, senza paura Una prassi di vita, questa, per Valentina Gallo, una dei cooperanti che, a Genova, fanno parte di Music for Peace. Questa organizzazione, fra l’altro, realizza rassegne di spettacolo, concerti, arte e sport dedicate a solidarietà, pace, reciprocità e ambiente, il cui biglietto d’ingresso consiste in generi di prima necessità. I beni vengono poi destinati a famiglie in difficoltà in città ma anche nel mondo, visto che oggi Music for Peace realizza oltre 30 interventi di emergenza in varie parti del pianeta. 

Valentina è stata anche direttamente in pericolo in un conflitto sanguinario: con il marito Stefano Rebora, che ha dato vita a Music for Peace, e il figlio piccolo sono rimasti bloccati a Khartum quando in aprile è scoppiata la guerra. «La cinquantaseiesima nel mondo – racconta –. Dal 2018 operiamo in Sudan con un progetto di cooperazione per il sostegno e il monitoraggio alimentare. Come gli altri operatori internazionali siamo rimasti chiusi nel nostro ufficio per 10 giorni. Paura? No, la nostra era una scelta consapevole. Quando ci hanno rimpatriato abbiamo sentito la rabbia di poter tornare a casa mentre milioni di persone restavano lì». I volontari dell’associazione, che collabora con Coop in Liguria, si impegnano per la pace e conoscono bene la guerra: «Le grandi tragedie umane sono uguali ovunque – dice Valentina Gallo  – , non esistono persone di serie A e di serie B. Se vogliamo essere portatori di pace dobbiamo farci un esame di coscienza e capire che ognuno di noi è responsabile, anche con un piccolo gesto, di ciò che accade. Serve la voglia di offrirsi all’altro: banalmente, posso preoccuparmi del senza fissa dimora sotto casa o dedicare due ore di tempo libero ad associazioni che possono crescere con il mio apporto e la mia volontà. Bisogna rimboccarsi le maniche e comprendere che le tragedie umane, vicine o lontane, non sono diverse, e il piccolo problema di altri è anche nostro». 

Abbandonando anche la polemica fine a sé stessa: «Viviamo in una società di leoni da tastiera. Invece di perdere ore a sfogare rabbia e frustrazione online, ampliando i rapporti sociali ci si riapproprierebbe della politica stessa. Se il mondo non mi piace posso fare in modo di cambiarlo: chiedere aiuto dando aiuto, mettendo da parte timidezza, pigrizia, indifferenza. Perché non fare nulla non è impotenza, è ignavia».

Tag: Natale, guerra, pace

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