Attualità

Essere scienziati di questi tempi

Telmo_Pievani.jpgTra i fondatori del festival della filosofia di Genova e direttore fino allo scorso anno di quello di Roma, Telmo Pievani insegna filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova. 

Professore, c’è un clima di sospetto che circonda la scienza. Non crede? 
Anche nell’Ottocento, ai tempi dell’“Origine delle specie” di Darwin, molti degli scienziati che partecipavano al dibattito frequentavano anche sedute spiritiche. Storicamente voglio dire il confine tra scienza e anti-scienza è sempre stato permeabile. Il problema è che Internet è un mezzo difficilmente conciliabile con il modo di procedere scientifico. Il quale poggia su un pilastro fondamentale: il consenso di una comunità che analizza i dati accompagnandoli con argomentazioni, che controlla le fonti, si confronta e infine pubblica i risultati che a quel punto sono verificati, condivisi e dotati di un sufficiente grado di autorevolezza. Non c’è spazio insomma per l’opinionismo. Il web nella sua grandissima libertà e anarchia rende, invece, difficile la cernita delle fonti e si presta, piuttosto, alla semplicità e al fascino degli incantatori e delle loro bufale. Internet è sicuramente un mezzo straordinario, democratico, ma anche molto insidioso. La pericolosità di dietrologi e complottisti, come hanno dimostrato gli psicologi cognitivi, risulta pari all’appeal che essi sanno esercitare su di noi.

Tutto oggi viene sempre messo in discussione. È il negazionismo lo spirito dei nostri tempi?
Noi parliano tecnicamente di un negazionismo climatico, che afferma ciò che è palesamente non vero, e cioè che il riscaldamento terrestre non abbia origini antropiche; e di un negazionismo della teoria darwiniana, che viene osteggiata soprattutto dai gruppi religiosi fondamentalisti americani. Anche in questo secondo caso si tenta di negare partendo da una base religiosa ciò che da un secolo e mezzo, con i dovuti ritocchi, è accertato: la teoria dell’evoluzione dell’uomo. 

C’è dietro forse anche un problema di credibilità e di legittimità della comunità scientifica?
Se si riferisce all’Italia, sicuramente sì. Il problema è molto serio. Diversi colleghi sottolineano l’aspetto culturale e cioè l’analfabetismo scientifico che contraddistingue il nostro paese. Questo è vero, ma io preferisco essere autocritico e ricordo che in altri paesi, tra cui il Regno Unito e gli Usa, funzionano istituzioni autonome riconosciute da tutti per autorevolezza e indipendenza. Le loro comunicazioni scientifiche hanno un forte carattere di terzietà e su quelle il cittadino si forma un’opinione. In Italia, al contrario, non sono mai esistite e il risultato qual è? Un dibattito continuo e alimentato dalla stampa tra opposti schieramenti di scienziati, che produce infine confusione e disorientamento.

Come nel caso Stamina, tra favorevoli e contrari alla sperimentazione con cellule staminali.
Su Stamina però dobbiamo distinguere. Da un lato è vero che esistono protocolli medici da rispettare per non ingenerare nei pazienti false e pericolose illusioni. Dall’altro è altrettanto vero che occorre una giusta sensibilità, perché è un diritto assoluto anche quello di una persona di scegliersi una propria cura, specie davanti a malattie che sono al limite della sopportazione umana e al dolore delle famiglie.

Lei pensa che si possa usare la rete in modo più corretto e meno corrotto? O dovremo abituarci all’imperversare di guru e ciarlatani?
Non c’è dubbio che la modernità richieda una comunicazione scientifica più chiara ed efficace. Non funziona la vecchia formula del professore in camice bianco che si rivolge al grande pubblico. Serve capacità di semplificazione, ma senza banalizzare. Una grande novità, in tutti i bandi internazionali, è che ormai viene richiesto sempre un piano divulgativo dei progetti presentati e c’è un altro fatto che fa ben sperare: in Italia sta crescendo una nuova leva di giovani ricercatori che sono anche degli abili comunicatori.

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