Sedici proposte di legge in 50 anni per portare l’educazione sentimentale nelle scuole. Eppure, non si è ancora mosso nulla. Dagli anni ’60 a oggi l’educazione alle relazioni è entrata negli istituti della maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, spesso come materia obbligatoria, mentre l’Italia resta uno dei pochi Stati dove il tema resta confinato all’ambito privato o si esaurisce in qualche iniziativa spot. L’ultima proposta risale a fine 2023 e porta la firma del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Prevede non più di 30 ore all’anno nelle scuole superiori, ma anch’essa sembra finita nel dimenticatoio. Qualcosa, però, sta cambiando.
Di fronte ai numeri impressionanti dei femminicidi – 97 nel 2024, uno ogni 3,7 giorni – e a un disagio giovanile che esplode in maniera sempre più evidente, sono i genitori, oggi, a chiedere che questa disciplina entri in maniera organica nelle aule. Lo afferma il 70% degli intervistati della ricerca “La Scuola degli affetti. Indagine sull’educazione alle relazioni”, realizzata dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop con la collaborazione di Nomisma su 2.000 persone tra i 18 e i 64 anni, e presentata il 4 marzo a Milano, in occasione del quinto anniversario di “Close the Gap”, la campagna di Coop per l’inclusione e la parità di genere. Gli adulti sono sempre più convinti – questo rivela l’indagine – che l’educazione dei giovani alle relazioni debba diventare materia scolastica, esattamente come l’italiano e la matematica. Un altro 21% ritiene che possa essere una disciplina facoltativa, e solo il 9% è contrario, soprattutto perché teme che il tema possa essere affrontato in maniera superficiale.
Il trauma della pandemia
In un mondo dove il 54% degli adulti ha spesso difficoltà a esprimere le proprie emozioni, la sensazione è che nelle nuove generazioni, più fragili e vulnerabili, il problema stia esplodendo. Lo ha spiegato bene la statistica Linda Laura Sabbadini, pioniera degli studi di genere, commentando i risultati della survey che ha coordinato con Elisabetta Camussi, psicologa sociale e docente all’Università Milano Bicocca, e lo scrittore e docente Enrico Galiano.
«Il grande trauma collettivo della pandemia ha lasciato segni profondi in tutti noi – dice Sabbadini – ma in particolar modo nelle nuove generazioni ha accentuato fragilità e disagi, impoverito le relazioni. Ciò che mi ha colpito dalle risposte di questa indagine è la diffusa percezione, pressoché unanime e trasversale, che nella situazione attuale un’educazione alle relazioni sia ormai necessaria. I dati illustrano in modo molto forte che esiste questa consapevolezza, spinta anche dai casi di cronaca che hanno mostrato a tutti come la violenza di genere è qui, attorno a noi, non in contesti tanto diversi dai nostri. Il femminicidio di Giulia Cecchettin, una ragazza “come le altre” è stato un grande shock per tutti. In tanti sono sempre più persuasi del fatto che il compito di educare bambini e ragazzi ai sentimenti debba essere affidato alla scuola, ricorrendo a esperti competenti in materia».
Due dati su tutti emergono con chiarezza e fanno riflettere: nonostante la stragrande maggioranza dei genitori coinvolti nella survey si ritenga soddisfatto del dialogo in famiglia, 8 su 10 dichiarano di aver difficoltà ad affrontare con i figli argomenti come l’informazione sessuale, i rapporti interpersonali e le relazioni, e ritengono che l’intervento di persone competenti potrebbe “soccorrere” le famiglie in un ambito in cui si sentono meno attrezzate. Inoltre, circa il 90% degli intervistati è convinto che l’educazione alle relazioni svolta a scuola possa contribuire a contrastare fenomeni come la violenza di genere, il bullismo, lo stalking e l’emarginazione, riconoscendo che l’educazione è dunque uno strumento di prevenzione.
Un grande passo in avanti, fa intendere la psicologa sociale Elisabetta Camussi: «La richiesta di avere expertise, persone qualificate, che sin dalla scuola elementare educhino alla parità e al rispetto è in un certo senso il riconoscimento del fatto che la violenza, le prevaricazioni, i femminicidi sono frutto di processi che si sviluppano nel tempo, e si è usciti dall’ingenuità di pensare che certi atti siano frutto di raptus. Le donne, più sensibili in questi ambiti, sono quelle che hanno risposto con maggior convinzione su questi aspetti: il 33% delle intervistate, contro il 15% degli uomini, ritiene che i bambini debbano essere accompagnati a gestire questi processi sin dalla scuola materna».
Educazione sentimentale non facoltativa
Che un intervento sia ormai necessario e urgente lo conferma anche Enrico Galiano, che nella scuola lavora da tempo e nelle sue vesti di scrittore, divulgatore e attivista sociale, incontra studenti e studentesse di tutta Italia: «I nostri ragazzi non stanno bene, questo è un dato che ci costringe a riflettere. Vedo epidemie di ansia, vedo tanta difficoltà ad aprirsi sui temi dell’affettività e della sessualità. Mi capita ancora, purtroppo, di ascoltare ragazzi che pensano che, per conquistare una donna, basti “prendere” senza chiedere, e ragazzine dire “se mi ama è geloso”. La sensazione è che siamo di fronte a una situazione a macchia di leopardo, in cui pochi chilometri di distanza separano contesti più fortunati, dove i ragazzi hanno avuto una qualche forma di educazione affettiva e possiedono un po’ più di consapevolezza, e aree “di confine”, dove c’è ancora tanto da fare. Ecco perché si rende necessario un intervento organico, nelle scuole, così che tutti, finalmente, possano ritrovarsi allo stesso punto».
Non bastano, però, laboratori e seminari facoltativi, sottolinea Galiano: l’educazione all’affettività andrebbe intesa esattamente come se fosse matematica o latino, con l’unica differenza di non prevedere il voto. «Se quell’ora diventa facoltativa, è proprio il ragazzo che ne ha più bisogno a uscire dalla classe, lo stesso figlio di quel genitore che nella nostra indagine fa parte di quel 9% che è contrario a iniziative del genere».
Iniziative spontanee, incontri con esperti, seminari di qualche ora, già da tempo vengono organizzati in diverse scuole, e anche parte dei fondi del Pnrr sono stati dirottati verso percorsi educativi di questo tipo, ma si tratta appunto di interventi isolati, che non hanno continuità. «Sono attività utilissime, ma non bastano. Magari arriva in classe un gruppo di psicologi che intervengono per 6-10 ore in un anno: sono certamente meglio di nulla, ma nei fatti sono briciole in confronto al bisogno. In molti istituti manca persino lo psicologo scolastico, che “sarebbe” obbligatorio, insegnanti e dirigenti non sono formati, e tutto ciò pesa sull’efficacia delle iniziative. Di recente, per fare solo un esempio, ho scoperto che l’accesso ad alcune attività in tema di relazioni era consentito solo ai ragazzi con media del 9 e del 10, lasciando fuori, ancora una volta, quelli che ne avrebbero più bisogno».
Il cambiamento è di tutti
Intervenire in modo strutturale e istituzionale, sostengono gli esperti, servirebbe anche a superare le resistenze di quei genitori che oggi si dichiarano contrari a insegnare educazione alle relazioni, accompagnando e stimolando un cambiamento. «Istituzionalizzare certi processi, avere una disciplina scolastica che promuove le relazioni, inciderebbe anche sull’atteggiamento generale che le persone hanno verso questi temi. Il cambiamento passa dal potere del gruppo», ha spiegato Elisabetta Camussi.
Proprio qui si innesta la decisione di Coop di intervenire sul tema con la propria “macchina”, con Close the Gap, che da ormai cinque anni organizza iniziative e campagne contro la violenza e le discriminazioni di genere. «Dopo essere stati accanto a chi ogni giorno è in campo contro la violenza, ci siamo resi conto che mancava un “pezzetto”», ha detto la presidente di Coop Italia Maura Latini: «In Italia c’è una rete di supporto eccezionale per le donne che desiderano liberarsi da una situazione di abusi, c’è il 1522, che noi sosteniamo, ci sono le associazioni, i percorsi per l’inserimento lavorativo, ma ancora troppo poco si parla di prevenzione. Aiutare chi è già vittima non basta, per questo abbiamo deciso di dedicarci a questo tema, e di preparare un sondaggio che rilanciasse l’argomento, portasse le persone a interrogarsi sul perché succedono certe cose, e poi ad agire».
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