Lo hanno paragonato a John Keating dell’ “Attimo fuggente”: il professore di letteratura trascinante, anticonvenzionale, capace di appassionare, di fare educazione affettiva e ispirare i suoi allievi interpretato da Robin Williams. Ma Enrico Galiano si muove nella scuola e sui media di oggi e, mentre continua a insegnare lettere in provincia di Pordenone, ha portato la sua didattica avvincente in molti ambiti: ha scritto romanzi e saggi divenuti bestseller, creato webserie da milioni di visualizzazioni, ricevuto premi cinematografici, interpretato programmi di divulgazione e riempito teatri e festival con le sue lezioni-spettacolo. Tanto che nel 2020 è apparso nella classifica dei dieci insegnanti più influenti d’Italia del Sole 24 Ore. «Non ti ascoltano, se tu per primo non li ascolti», è il suo motto.
L’anno scorso, Galiano ha fatto parte del comitato scientifico di esperti che hanno coordinato lacricerca “La Scuola degli affetti. Indagine sull’educazione alle relazioni”, realizzata dall’Ufficio Studi di Coop nell’ambito della campagna “Dire, fare, amare” contro la violenza sulle donne. Uno studio da cui è emerso che la maggioranza dei genitori chiede che l’educazione alle relazioni diventi materia scolastica, come già accade in molti paesi d’Europa, mentre nove su dieci pensano che possa aiutare a prevenire fenomeni di emarginazione, odio e violenza tra i giovanissimi. Quest’anno, l’impegno del superprof a favore della campagna di Coop farà il bis: Enrico Galiano sarà il protagonista, insieme ad altri esperti, di conferenze aperte, in spazi allestiti ad hoc nei punti vendita delle cooperative di consumatori.
Il tour, lanciato da Coop in occasione della Festa della Donna, prevede le prime tappe il 21 e 27 marzo rispettivamente a Firenze e in Emilia e il 17 aprile a Genova. Un modo inedito per diffondere consapevolezza e formazione sull’intelligenza emotiva, l’ascolto, l’empatia e il consenso, e sostenere l’introduzione dell’educazione affettiva come materia obbligatoria nelle scuole come forma di prevenzione della violenza.
Professor Galiano, c’è bisogno di portare l’educazione alle relazioni nella scuola italiana? Assolutamente sì, visto quello che accade senza tregua: il numero di femminicidi va diminuendo negli anni, ma è un fenomeno che resta un’emergenza. Bisogna affrontare la gestione della rabbia e dei sentimenti, la capacità di verbalizzarli e di inquadrarli senza farsene dominare, in particolare nell’età più difficile, dai 12 fino ai 19 anni, che è quella in cui ce n’è più bisogno. Credetemi: i ragazzi hanno tantissima voglia di parlare di questi argomenti e quando possono farlo capiscono davvero che quello che si fa a scuola ha una ricaduta reale nella loro vita. Quando tratti le materie più convenzionali, molti non capiscono perché le stanno studiando. Quando invece ti colleghi all’attualità, alle loro emozioni, comprendono che la scuola serve davvero.
Come mai non si è ancora riusciti a farne una materia curricolare obbligatoria, nel nostro Paese? Credo che il problema principale sia la resistenza da parte di una minoranza, però molto rumorosa, di famiglie che ritengono che questo tipo di attività non facciano parte del percorso scolastico. L’idea di base è che a scuola si debba venire a imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi a imparare il latino o il greco oppure le scienze applicate, ma non le emozioni. Quelle si trattano in famiglia. Ma è proprio la famiglia che manca spesso di strumenti adeguati! Allora, la scuola è l’ultimo avamposto della tua vita in cui puoi trovare quello che non hai potuto ricevere a casa, sia per la tua formazione culturale sia per quella emotiva. Purtroppo però questa minoranza rumorosa di famiglie funziona molto bene a livello di propaganda e una parte della politica la cavalca.
Educazione affettiva, il peso dei social media
Da insegnante, nella sua esperienza sul campo, ha notato dei cambiamenti nei più giovani? Oggi sono più violenti, più problematici, o siamo noi adulti che siamo più attenti a leggere il loro disagio? Credo che un cambiamento ci sia stato, sì, soprattutto a causa dei social media, che hanno introdotto tutta una serie di nuove dinamiche, quasi una nuova grammatica dei sentimenti, modificando il modo di relazionarsi con gli altri. Quindi praticamente tutto, per persone ancora in evoluzione. Ma, per quanto debbano affrontare una trasformazione difficile, spesso mi sembra che le giovani generazioni siano in realtà un po’ più avanti di noi adulti. La serie tv “Adolescence” andrebbe vista obbligatoriamente da tutti i genitori e gli insegnanti: ti fa capire che alla fine l’assassino, il vero responsabile, è dentro casa, è ciò che vivi e impari a casa a generare il disagio e fare di te un violento. La vera educazione ai sentimenti andrebbe fatta agli adulti, prima che ai ragazzi.
Nelle prossime settimane infatti, con Coop, parteciperà ad alcuni appuntamenti che parleranno di educazione alle relazioni agli adulti…
Esattamente. Anche se abbiamo 40 o 50 anni non siamo esenti dal problema, non siamo salvi. Lo dico anche riguardo a me stesso ed è uno dei temi di cui parlerò in questi incontri: troppe volte nelle parole, nelle frasi, nei gesti mi accorgo di quanto effettivamente ci sia l’impronta del… Cerco di evitare la parola “patriarcato” perché ho notato che la gente quando la sente arriccia il naso, viene percepita quasi come una forma di propaganda politica. Ma anch’io, che mi ritengo una persona di cultura, sento che è presente: parafrasando Giorgio Gaber, si potrebbe dire che non temo il patriarcato in sé, quanto il patriarcato in me.
In che modo allora pensa di affrontare l’argomento?
Vorrei provare a smontare i preconcetti nascosti dietro alle parole e riflettere insieme a chi verrà: è facile puntare il dito contro il mostro, invece lo scopo di questi incontri è vedere quanto il mostro vive in mezzo a noi e dentro di noi. Sono un esperto di parole, cercherò di raccontare cosa c’è dietro a espressioni che diamo per scontate. Prendiamo l’esempio della povera Zoe, la ragazza uccisa a febbraio nell’Astigiano: molti giornali hanno scritto che è “morta per un rifiuto”, ma è un titolo falso e sbagliato. Zoe è morta perché ha incontrato un omicida, un ragazzo che non ha ricevuto un’educazione sufficiente o se l’ha ricevuta non è stato in grado di recepirla, dal portatore di un retaggio che non considera il rifiuto come un diritto della donna, ma come un torto per cui io, uomo, posso disporre di te come voglio. È molto grave: se non ci accorgiamo che dentro queste frasi c’è il problema, siamo noi stessi parte del problema.
Quale contributo pensa che possano portare, questi incontri pubblici, per affrontare il problema della discriminazione e della violenza di genere? Penso che possano fare la differenza. Nei prossimi giorni incontrerò per un’iniziativa in teatro Gino Cecchettin e sarò felice di raccontargli che una ragazza che conosco è stata salvata dalla sua storia: era nella stessa spirale di violenza che ha finito per uccidere Giulia Cecchettin, ma è riuscita a liberarsi dal suo persecutore perché, grazie alla terribile vicenda di Giulia, ha capito cosa stava accadendo. Se questi incontri realizzati con Coop riuscissero a salvare anche una sola vita, a sensibilizzare qualcuno per evitare il peggio, per me sarebbe un grande traguardo.
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