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Diritti dei consumatori, ecco cosa decide l’Europa

Ecologico, naturale, sostenibile! Negli ultimi anni sulle confezioni di molti prodotti fioccano aggettivi e sfondi verdi per invogliarci a scegliere facendo leva sul nostro amore per l’ambiente. Eppure, dietro a queste dichiarazioni spesso non ci sono garanzie reali, ma solo un’operazione furbesca, una patina green priva di sostanza. A difenderci e fare chiarezza punta ora l’Europa, che ha appena varato la direttiva anti-greenwashing per contrastare appunto l’ambientalismo di facciata delle aziende. E permetterci, così, di scegliere prodotti che facciano realmente la differenza per il pianeta.

Il greenwashing è solo uno dei tanti temi aperti nella UE che hanno già o avranno presto un impatto sul nostro carrello della spesa e di cui tornerà a occuparsi il nuovo Parlamento europeo che eleggeremo l’8 e il 9 giugno.

Noi, consumatori europei La UE ha messo da sempre i consumatori al centro delle proprie politiche, a partire dal Trattato sul funzionamento e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Puntando a tutelarli in cinque aree chiave: il diritto alla protezione della salute e della sicurezza; la tutela degli interessi economici; il risarcimento dei danni; l’informazione e l’educazione; la rappresentanza, cioè il diritto di essere ascoltati. Tutto questo si traduce in indicazioni e provvedimenti in molti ambiti che, dopo la discussione a livello comunitario, diventano atti più o meno vincolanti come regolamenti (immediatamente esecutivi nei paesi membri) o direttive (con obiettivi generali che vengono poi recepiti in modo autonomo e tradotti in leggi nei diversi Stati). Esiste anche una Rete dei Centri europei dei consumatori (la ECC-Net) che hanno sede nei diversi Stati e offrono informazioni su diritti e assistenza in caso di controversia con un venditore extra-UE: nel 2021 la ECC-Net ha aiutato oltre 126 mila persone.

Tra i provvedimenti più recenti della UE c’è la direttiva Greenwashing, pubblicata a inizio marzo, che punta a responsabilizzare i consumatori sulla transizione verde, tutelandoli meglio da pratiche sleali e aiutandoli a scegliere in modo informato. Gli Stati dovranno applicare le relative disposizioni dal 27 settembre 2026. «Le indicazioni chiave sono due – spiega Paola Cavallo, responsabile dell’Ufficio Legale di Ancc-Coop -: la prima è eliminare dal mercato comunicazioni basate sul rispetto dell’ambiente dichiarato, ma non realizzato né comprovato; la seconda è eliminare le comunicazioni fuorvianti sulla funzionalità, riparabilità e durata di un prodotto. Dunque, vengono aggiunte all’elenco UE delle pratiche commerciali vietate una serie di strategie di marketing legate al cosiddetto greenwashing, l’ambientalismo di facciata, e all’obsolescenza precoce dei beni».

Verde per finta  Ora la UE definisce “asserzione ambientale” qualsiasi messaggio o rappresentazione, non obbligatorio, che in qualsiasi forma (compresi marchi, nomi, testi, figure, grafici o simboli), lasci credere che un certo prodotto o un’azienda abbiano un impatto positivo o migliore di altri sull’ambiente. Sarà dunque una pratica sleale fare un’asserzione ambientale generica e non dimostrabile in modo dettagliato e puntuale, e anche esibire un marchio di sostenibilità non basato su un sistema di certificazione o che non sia stabilito da autorità pubbliche; o, ancora, dichiarare, in base a una semplice compensazione delle emissioni di gas a effetto serra, che un prodotto ha un impatto neutro, ridotto o positivo sull’ambiente. Scorretto pure sbandierare come eccezionali quei requisiti che, invece, sono imposti per legge e che dunque sono uguali per tutti i prodotti appartenenti a una certa categoria. E vantarsi di caratteristiche irrilevanti e che non hanno nulla a che vedere con il prodotto pubblicizzato (per esempio, dice la direttiva, “i fogli di carta non contengono plastica”). Lapalissiano? Non sempre. In realtà buona parte di queste indicazioni sono di fatto già previste e applicate, ma la UE ha rinforzato le norme rendendole ancora più precise e stringenti.

In fatto di transizione verde in Europa, un altro “ingrediente” è la durabilità e la circolarità dei prodotti: la possibilità, cioè, che durino a lungo, siano riparabili e le materie prime possano essere in qualche modo riciclate o riutilizzate.

Quanto dura davvero Per favorire una comunicazione trasparente in proposito, la direttiva Greenwashing vieta le indicazioni infondate sulla durata; gli inviti a sostituire i beni di consumo prima del necessario; le false dichiarazioni sulla riparabilità di un prodotto. Una indicazione valida anche quando si tratta di beni digitali, come gli aggiornamenti software che vengono presentati come necessari quando si limitano invece a migliorare qualche funzionalità o, peggio, possono peggiorare le prestazioni del dispositivo su cui vengono installati.

Sulla stessa scia il divieto di dichiarazioni false sulla durata di un bene in condizioni d’uso normali; dire che un prodotto è riparabile quando invece non lo è; indurre a sostituire materiali di consumo prima del necessario; non essere trasparenti in fatto di ricambi originali. Per tutelare i diritti di chi compra, sono previste anche etichette armonizzate a livello europeo sia sulle garanzie legali di conformità, come la durata minima di due anni, sia sulla garanzia commerciale di durabilità (cioè, la responsabilità diretta del produttore per la riparazione o la sostituzione dei beni nell’arco di durata della garanzia).
Ce n’è anche per il commercio online: i consumatori andranno informati sulle diverse opzioni di consegna rispettose dell’ambiente.

Riparare è un diritto Quante volte abbiamo buttato con dispiacere qualcosa perché aggiustarlo era impossibile o troppo caro e complicato? Non siamo i soli. I prodotti scartati che potrebbero essere riparati generano ogni anno nell’UE 35 milioni di tonnellate di rifiuti e perdite per i consumatori per quasi 12 miliardi di euro.

Ora, tra le direttive europee in gestazione c’è quella sul diritto alla riparazione, che potrebbe portare a 4,8 miliardi in termini di crescita e investimenti. Si tratta di rendere più facile e più economico per i consumatori riparare anziché sostituire i beni, incentivando anche il settore della riparazione e riducendo i rifiuti. La proposta elaborata finora prevede che un numero maggiore di prodotti sia riparato nell’ambito della garanzia legale e che i consumatori dispongano di opzioni più facili e meno costose per riparare prodotti come aspirapolveri o, presto, tablet e smartphone. Anche quando la garanzia legale è scaduta o quando il bene non funziona più per via dell’usura. In particolare, i consumatori dovrebbero avere il diritto di chiedere al produttore la riparazione dei prodotti tecnicamente riparabili, come lavatrici o televisori.

Si propone anche una piattaforma online che consentirà di mettere in contatto i consumatori con i riparatori e i venditori di beni ricondizionati presenti nella loro zona. Un modulo europeo di informazioni sulla riparazione, che i consumatori potranno richiedere a qualsiasi riparatore e che garantirà la trasparenza delle condizioni dell’intervento e del prezzo, dovrebbe rendere più facile per i consumatori confrontare le offerte. In arrivo anche una norma di qualità europea per i servizi di riparazione, per aiutarci a individuare chi offre i servizi migliori.   

Stop alla corsa degli imballaggi Tra gli argomenti più importanti e controversi affrontati dalla UE c’è poi il Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggi, su cui l’Italia si è schierata in difesa del proprio modello, visto che da anni ha creato una filiera virtuosa basata sulla raccolta separata e sul riciclo delle confezioni. Nel 2022 eravamo già al 72% di rifiuti da imballaggio avviati al recupero di materia, 2 punti sopra all’obiettivo fissato dall’UE per il 2030.

Secondo la Commissione europea però negli ultimi dieci anni questi rifiuti sono cresciuti di circa il 25% e, in assenza di interventi, continueranno ad aumentare. L’accordo raggiunto a marzo punta a contrastare il boom di questi scarti prodotti nell’Unione, promuovendo l’economia circolare. Come? Bisogna che tutti gli imballaggi siano riciclabili, va tagliata in modo significativo la produzione di rifiuti di imballaggio e la presenza di sostanze che destano preoccupazione, vanno armonizzate le etichette per migliorare l’informazione dei consumatori. Dunque, il regolamento fissa obiettivi vincolanti di riutilizzo, limita l’uso di alcuni tipi di confezioni usa e getta e impone agli operatori economici di ridurre al minimo gli imballaggi utilizzati, il loro peso e volume (cresciuto a dismisura con l’e-commerce).

La “disfida” sarà soprattutto tra imballaggi riutilizzabili e quelli monouso, sì, ma riciclabili. Proprio questi ultimi, infatti, in settori come la ristorazione e la conservazione dei prodotti agricoli e alimentari sono considerati quelli igienicamente più sicuri e capaci di preservare nel tempo gli alimenti (ed evitare gli sprechi). In arrivo ci sono restrizioni su certi formati di imballaggio, compresi quelli di plastica monouso per alimenti e bevande, condimenti e salse nel settore alberghiero, della ristorazione e del catering, per i piccoli prodotti cosmetici e per l’igiene utilizzati negli alberghi e per le borse di plastica in materiale ultraleggero (come quelle per gli alimentari sfusi). Mentre resta molto controversa la confezione dei prodotti ortofrutticoli freschi, come le buste di insalata o di verdure pronte che spesso ci salvano la cena. 

Entro il 2029, inoltre, ciascun paese europeo dovrà raggiungere una raccolta differenziata di almeno il 90% all’anno per le bottiglie di plastica monouso e le lattine per bevande, facendo ricorso alla vecchia “cauzione” per la restituzione dei vuoti. Un obbligo a cui potranno derogare gli Stati dove la raccolta differenziata sia già superiore all’80% nel 2026, puntando poi comunque al 90%. Ultimo ma non ultimo, chi vende prodotti da asporto dovrà offrire ai clienti la possibilità di portare i propri contenitori da riempire con bevande fredde o calde o con alimenti pronti, senza costi aggiuntivi.

La messa a terra di tutto questo, però, è lontana: dopo un ulteriore giro di approvazione in diverse istituzioni UE e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale europea, il regolamento si applicherà 18 mesi dopo la data di entrata in vigore. E di certo vedremo altre modifiche dal nuovo Parlamento.

Danneggiati e risarciti Da qualche settimana Parlamento e Consiglio europei hanno raggiunto un accordo per rivedere anche le norme sulla responsabilità per danno da prodotti difettosi.

Già oggi il consumatore può chiedere un risarcimento nel caso subisca danni (fisici o patrimoniali) a causa di un prodotto difettoso. «Ma le regole del 1985 hanno diverse carenze – sottolinea Paola Cavallo – per esempio in fatto di prodotti legati alle nuove tecnologie digitali: chi è responsabile di difetti di aggiornamenti di software, di algoritmi o di servizi digitali per il funzionamento di un prodotto? O quando un’impresa modifica in modo sostanziale un prodotto, o se un consumatore compra direttamente un articolo realizzato fuori dalla Ue?». Ora la definizione di “prodotto” viene estesa ai file per la fabbricazione digitale e ai software e gli Stati membri dovranno garantire che la persona danneggiata che chiede un risarcimento possa avere accesso a elementi di prova dal fabbricante. Quanto agli acquisti fuori dall’Europa a 27, si prevede che debba sempre esserci un’azienda con sede nell’UE (produttore, importatore, distributore o rappresentante autorizzato), e ritenuta responsabile per un prodotto che ha causato un danno. Compresi i distributori fisici e online. Tutto questo avrà bisogno di oltre due anni di tempo per tradursi in norme nazionali, ma le imprese sono avvisate e possono iniziare a prepararsi.

Tag: consumatori, diritti, europa, elezioni europee

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