Attualità

Dipendenze digitali, ecco perchè sono una minaccia

disegno di ragazzi che guardano tutti il cellualre. segno di dipendenze digitali

Si chiama cellulare non a caso – commenta amaro Carlo Verdelli autore del libro “Il diavolo in tasca” ed editorialista del Corriere della Sera – forse perchè condivide il nome con il mezzo di polizia che ci porta dietro le sbarre». 

Perché, direttore Verdelli, ha deciso di lanciare l’allarme attraverso il suo libro?  Perché stiamo assistendo a una vera e propria mutazione antropologica, la più accelerata che ci sia stata della storia umana. Per farsi un’idea: il telefono fisso ha impiegato 75 anni per raggiungere 100 milioni di utenti nel mondo. Il telefono cellulare per raggiungere i 100 milioni di utenti ci ha messo 3 anni. A TikTok, che è uno dei social media più in voga tra i giovani, sono bastati 9 mesi. ChatGPT, che è l’applicazione di intelligenza artificiale più diffusa, lo ha fatto in 60 giorni. 

Lei scrive anche di terribili episodi di cronaca. Ma cosa ha scoperto in particolare che non sapeva o non immaginava possibile? Questo non è un libro di un esperto di tecnologie, io sono un giornalista generico, mi sono occupato di tante cose nella mia carriera, ma a un certo punto mi ha impressionato questo fenomeno così evidente ma di cui si parla poco: cioè che se ti guardi intorno, vedi persone che come zombie vanno in giro per strada, in stazione, nello studio medico, alla fermata dell’autobus, in casa tua. Mi sono accorto che stava succedendo anche a me stesso. Allora, ho cominciato a lavorarci, proprio come un cronista, andando a cercare le storie, rompendo le balle alle persone, agli psicologi, agli esperti, ai poliziotti. E mi sono fatto l’idea che stiamo parlando di un’invenzione che non ha paragoni per la rapidità con la quale ha conquistato il mondo e il nostro tempo senza distinzioni geografiche né di censo, né di età, tranne piccole sacche di resistenza marginali. Tutte queste dipendenze digitali hanno cambiato il nostro modo di consumare il tempo.

Ma consumare il tempo significa rubare la vita stessa… Come è stato possibile aver acconsentito passivamente, tutti noi, a questo “furto”? È così, abbiamo meno vita vera e più vita virtuale. Ma questo è stato voluto scientificamente. Sin dall’inizio, le piattaforme digitali sono state progettate per trattenere l’utente il più a lungo possibile. Algoritmi e notifiche sfruttano meccanismi psicologici che creano dipendenza, specie negli adolescenti. Si tratta di un modello che si si basa sull’attenzione degli utenti trasformata in profitto. Nel libro paragono il telefonino alla lampada di Aladino, che regala al fortunato che riesce a strofinarla la possibilità di soddisfare i suoi desideri. Se sei giovane o giovanissimo e non sei strutturato per niente, è facile cadere in questa illusione: farsi sottrarre vita vera, intendo.  Nel connubio con l’intelligenza artificiale, poi, questa potenza si è ingigantita ulteriormente. Individuerei un preciso momento storico, quale data di inizio di questa rivoluzione: il 2010, anno in cui appare sul mercato il primo iPhone 4 con telecamera; da quel momento scatta la febbre dei social, App Store comincia a dominare il mercato passando in 3 mesi da 50 mila a 500 mila applicazioni, mentre oggi l’offerta conta svariati milioni di proposte. La pandemia è il secondo tassello: nel biennio 2020-21 si crea una sorta di effetto serra e il mondo chiuso in casa trova l’unico canale possibile attraverso cui comunicare, ma anche lavorare. Quello è un punto di non ritorno la cui portata ancora non abbiamo per intero misurato.

C’è stato un primo  processo contro le Big Tech, ritenute responsabili di questa manipolazione. Potrebbe portare a una presa di consapevolezza collettiva? Sì, c’è stato un processo a Los Angeles che è stato celebrato nel marzo di quest’anno, il primo del genere. C’è voluto molto per arrivarci, perché sul banco degli imputati ci sono delle multinazionali così ricche e potenti che portarle in tribunale è un affare complicato, molto complicato. In pratica una ragazza di vent’anni ha accusato Instagram e YouTube di averla intossicata e imprigionata, provocandole problemi di salute mentale come ansia e depressione. Ovviamente è diventato un caso pilota: è stata riconosciuta per la prima volta la responsabilità delle Big Tech per i danni psicologici sui minori.

E le misure di “contenimento” dell’uso del cellulare come il divieto di non portarlo a scuola? Sono dei pannicelli caldi. Condivido poco delle politiche di Valditara, ma in questo caso capisco l’intento, anche perché usa una parola che trovo appropriata, cioè dice di dover vietare i cellulari in tutte le scuole perché così i giovani potrebbero cominciare a disintossicarsi. Come da una droga. E infatti l’uso delle piattaforme digitali è una dipendenza, con le stesse conseguenze di quella da altre sostanze stupefacenti. Ma ovviamente i ragazzi vanno a scuola con due cellulari e il gioco è fatto. Ma questo non succede solo in Italia: tutti i divieti che i vari paesi hanno provato a imporre sull’età di accesso ai social media sono rimasti lettera morta, perché i signori del Big Tech non hanno nessun interesse a permettere che venga vietato ai minori quel gigantesco pifferaio magico che sono le piattaforme digitali. Ursula von der Leyen, presidente della nostra Commissione Europea, ha annunciato un’app dell’Unione Europea che in qualche modo certificherà l’età per accedere ai social media. Perché proteggere i bambini nel mondo digitale è un dovere, esattamente come avviene nella vita reale. Quindi si tratta di mettere delle regole, ma le società più ricche del mondo, quelle del digitale, non hanno nessuna voglia di essere regolate. Questo fa sì che la democrazia sia seriamente in pericolo, perché la democrazia è fatta di regole e invece il mondo digitale le regole non le accetta.

Il suo libro, direttore, ha come sottotitolo “Genitori e figli prigionieri del telefonino”. Una liberazione di massa è possibile? Solo se prendiamo tutti consapevolezza che c’è un enorme problema dentro le case, come una mucca nel corridoio.  Perché le persone, i ragazzi, gli adulti, i vecchi, la prima cosa che fanno quando si alzano vanno sul cellulare e l’ultima cosa che fanno prima di andare a dormire è consultare il cellulare e tenerlo vicino. Per provare a risolvere qualcosa bisogna che gli adulti smettano di essere complici, si liberino a loro volta di questa dipendenza, non fosse altro per dare un buon esempio ai giovani che ne sono le vittime principali. Ecco, lo scopo del mio libro è questo. Far capire a tutti che dietro questa cosa che sembra molto utile e divertente – cosa vuoi che siano un po’ di ore sul cellulare – ci sono delle conseguenze pesanti sulla qualità della vita e della crescita delle persone e sullo spirito critico dei più giovani. E per riprendere la metafora della mucca nel corridoio, dobbiamo anche capire che non è piovuta dal cielo, ma qualcuno ha voluto che ci entrasse.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

 

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