Viviamo immersi in una connessione continua. Forse non ci rendiamo conto di quanto perché i nostri occhi sono sempre abbassati sul cellulare. Ogni gesto quotidiano passa attraverso uno schermo: lavoriamo, comunichiamo, ci informiamo, compriamo, fotografiamo, ricordiamo. Tutto passa dallo smartphone, che è diventato una presenza costante, quasi invisibile per quanto è entrata nelle nostre abitudini. Eppure proprio questa quotidianità solleva interrogativi sempre più profondi sul nostro modo di vivere, di relazionarci e persino di pensare.
Negli ultimi anni il dibattito sulle dipendenze digitali è uscito dagli ambiti specialistici ed è diventato una questione culturale e sociale. Psicologi, educatori, neuroscienziati e sociologi descrivono gli effetti di una connessione permanente che modifica attenzione, sonno, memoria e qualità delle relazioni. Il problema riguarda soprattutto i più giovani, ma coinvolge ormai tutte le generazioni.
In questo scenario si inserisce anche la riflessione di Carlo Verdelli, editorialista del Corriere della Sera, che nel suo libro “Il diavolo in tasca” affronta il rapporto sempre più ambiguo tra esseri umani e tecnologia (vedi intervista in queste pagine). Non una condanna nostalgica del progresso, ma una domanda aperta: quanto controllo abbiamo ancora sugli strumenti che usiamo ogni giorno?
Iperconnessione permanente
La sensazione di essere sempre reperibili, l’ansia delle notifiche, la difficoltà di disconnettersi, il bisogno compulsivo di controllare lo schermo sono diventati comportamenti ordinari, quasi inevitabili. Eppure dietro questa apparente normalità si nasconde una trasformazione radicale del nostro rapporto con il tempo e con gli altri.
Anche il mondo spirituale e religioso ha iniziato a interrogarsi su questi cambiamenti. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, papa Leone XIV ha richiamato a maggio la necessità di difendere la dimensione umana dall’eccesso di virtualità e dalla velocità imposta dalle tecnologie digitali. Il testo insiste sul valore dell’ascolto, della presenza reale, del silenzio e della profondità delle relazioni, mettendo in guardia da una società in cui l’individuo rischia di essere costantemente connesso ma interiormente isolato. “Il nostro compito – si legge nel documento papale – non è demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma governarli. La verità è un bene comune”. È proprio questo “governare” uno dei temi cruciali della questione. Perché l’uso (e l’abuso) delle tecnologie digitali è un tema che attraversa ormai ogni ambito della vita contemporanea: la scuola, il lavoro, la famiglia, la politica, l’informazione. Perché il punto non è soltanto quanto tempo passiamo davanti a uno schermo, ma che tipo di persone stiamo diventando dentro un ecosistema costruito per monetizzare la nostra attenzione continua.
Il libro di Verdelli si apre infatti con casi concreti e scioccanti che servono a dimostrare che l’uso incontrollato dello smartphone può avere conseguenze anche letali. Fatti che ci interrogano sul rapporto tra libertà e tecnologia, sul confine sottile tra utilizzo e dipendenza, e sulla possibilità di recuperare spazi autentici di concentrazione, dialogo e consapevolezza in un mondo sempre più dominato dalla connessione permanente e dall’isolamento sociale.
Intanto si sta cercando di regolare l’uso dei cellulari soprattutto da parte di minori, non lasciando soli insegnanti e genitori in questa battaglia. Questo confligge con l’inerzia (talvolta palese opposizione) delle compagnie Big Tech, guidate da alcuni degli uomini più ricchi del mondo, che dagli accessi a queste tecnologie lucrano enormi profitti: queste aziende generano ogni anno centinaia di miliardi di euro di fatturato e decine di miliardi di utili.
A livello europeo e nazionale si sta sviluppando una legislazione sempre più orientata a limitare gli effetti negativi di smartphone e social media, soprattutto su bambini e ragazzi. Le misure oggi si concentrano su quattro aree: protezione dei minori, limitazione dei meccanismi che provocano dipendenza, verifica dell’età e uso dei cellulari a scuola.
L’Unione Europea ha approvato il Digital Services Act (Dsa), che impone alle grandi piattaforme digitali maggiori responsabilità nella tutela dei minori, nella moderazione dei contenuti e nella limitazione della pubblicità personalizzata rivolta ai giovani utenti.
In Italia, la normativa recepisce i principi europei e prevede specifiche misure di protezione. L’età minima per l’accesso autonomo ai servizi digitali è fissata a 14 anni. Al di sotto di questa soglia è necessario il consenso dei genitori. Il Garante per la Privacy interviene frequentemente (spesso inutilmente) per richiamare le piattaforme digitali al rispetto delle norme sulla verifica dell’età degli utenti e sulla tutela dei minori.
Anche il sistema scolastico italiano ha adottato misure per limitare l’uso improprio dei cellulari. Negli ultimi anni il ministero dell’Istruzione ha rafforzato le indicazioni che vietano l’utilizzo degli smartphone durante le attività didattiche, salvo esigenze educative specifiche autorizzate dagli insegnanti. L’obiettivo è ridurre le distrazioni, favorire la concentrazione e migliorare l’apprendimento. Va anche ricordato che, per quanto riguarda il nostro Paese, è fermo in Parlamento dal 2024 un testo bipartisan che vieta fino ai 15 anni l’accesso alle piattaforme.
Dipendenze digitali, le norme
Ma le norme esistenti funzionano poco o nulla. Perché accanto ai divieti è fondamentale promuovere l’educazione digitale, coinvolgendo famiglie, scuole e istituzioni. L’obiettivo non deve essere soltanto limitare l’accesso agli strumenti tecnologici, ma insegnare ai minori a riconoscere i rischi della rete, a proteggere i propri dati personali e a sviluppare un rapporto equilibrato con il mondo digitale. Quello che tenteranno di fare anche Spagna e in Regno Unito, dove si intende mettere uno stop al mondo social per i minori di 16 anni. Oltremanica si intende anche imporre un coprifuoco notturno per gli under 18. Misure nette e incisive che hanno però bisogno della collaborazione dei colossi del digitale.
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