Attualità

Dan Peterson sullo smart working: «Fare squadra è difficilissimo»

Coach Dan Peterson

Si riesce a fare squadra in smart working? «È difficilissimo», risponde Dan Peterson, leggenda della pallacanestro, uno che di squadre e di trionfi se ne intende, intervistato a Bologna da Consumatori a margine dell’evento “Imprese numeri 1” organizzato da SCS Consulting. 87 anni splendidamente portati, membro della Italian Basket Hall of Fame, poi giornalista, conduttore e commentatore tv, il coach di fama mondiale spiega il suo pensiero con un parallelismo sportivo, senza abbandonare quel simpatico accento da americano dell’Illinois di sangue misto (il suo proavo era danese) che lo contraddistingue: «La differenza tra smart working e lavoro in presenza – sentenzia – è quella che passa tra essere tennisti o giocare a basket: da remoto si è tutti giocatori di tennis, che è uno sport singolo tranne quando si fa la Coppa Davis».

Quale ingrediente non dovrebbe mai mancare, secondo lei, per riuscire a fare squadra? La prima cosa è la comunicazione: se non c’è una buona vicinanza fisica è molto, ma molto difficile comunicare. Per farlo, uno deve parlare e poi saper ascoltare qual è la risposta dell’altro, soprattutto se si vestono i panni di dirigente.

C’è qualche segreto che aiuta una buona comunicazione? Saper porre bene le domande: ma tu cosa faresti se…? Quando qualcuno ti dà un parere, è come se in quel momento firmasse un preciso contratto con te. È un modo per “tirarlo dentro”.

Quanto conta, nello sport come nel mondo del business, la qualità delle singole persone per fare realmente squadra? Saper valutare le persone, assieme a una buona gestione dei talenti, è la cosa più difficile se si fa il dirigente. Come lo è per un allenatore arrivare a dire “questo sarà un giocatore, questo invece no”. Non è una scienza, è un’arte. E serve anche un pizzico di fortuna perché dia buoni risultati.

Ma visto che c’è un problema di comunicazione di fondo, il lavoro agile per lei è una via da imboccare o una soluzione da scartare? Come la mettiamo con la sua fama di grande innovatore anche del digitale? Io non dico che sia una cosa da scartare. Lo smart working ha avuto una spinta enorme dalla pandemia e la gente si è adeguata: alcuni lo hanno fatto benissimo, altri meno, ma è comunque la realtà. E secondo me le aziende che riusciranno a farlo meglio avranno successo, perché consente un grande risparmio di soldi, dall’affitto dell’ufficio alle spese di viaggio.

Daniel Lowell Peterson (questo il suo nome per esteso), lei invita spesso a «saper guardare dentro le persone». È forse questo che più conta per arrivare al successo come fu per la sua Virtus? Sì, è molto importante saper guardare dentro: non c’è grande differenza, sotto questo aspetto, tra guidare una squadra o condurre un’azienda!

Legenda
Smart worker: oltre alla possibilità di operare da remoto, ha flessibilità oraria e lavora per obiettivi
Remote non smart: ha come unica forma di flessibilità la possibilità di lavorare da remoto
On site: opera stabilmente presso la sede di lavoro

Tag: lavoro, smart working

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