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Che cosa è il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Ue e Usa

Import-Exsport.jpgIl Ttip (sigla che sta per Trattato trans-Atlantico per il commercio e gli investimenti) è un accordo sul libero scambio commerciale tra Europa e Stati Uniti. Del Ttip, le delegazioni in rappresentanze delle due sponde dell’Atlantico, stanno discutendo da mesi. Una discussione che, anche se non si è ancora vicini a una conclusione,  non è certo stata accompagnata da un alto grado di trasparenza. Con il rischio che quando l’accordo verrò concluso, ci si ritrovino sorprese spiacevoli e inattese.

Per questo ci pare utile provare a raccontare cosa potrebbe esserci (o non esserci) nel Ttip e cosa questo comporterebbe per la nostra economia, ma soprattutto per noi consumatori che abbiamo tutto il diritto di sapere cosa c’è dentro e come vengono realizzati i prodotti che acquistiamo.

La clausola sull’Isds Un primo esempio delle complessità legate al Ttip si chiama Isds (acronimo di Investor-state Dispute Settlement). Parliamo di distinti avvocati che a Roma, come a Londra o Parigi possono essere chiamati a dirimere le controversie fra stati e imprese. Sono i giudici inappellabili di una sorta di Corte di giustizia privata che da anni esercita un arbitrato che spesso permette alle imprese di chiedere risarcimenti miliardari nel caso le leggi di un paese limitassero le loro attività e le aspettative di profitto. L’Isds, nato dopo l’era coloniale per difendere le imprese dai rischi di esproprio, col tempo si è trasformato in un’arma al servizio delle multinazionali. Se la clausola Isds venisse introdotta nel Trattato Trans-Atlantico per il Commercio e gli Investimenti (Ttip), le conseguenze potrebbero essere amare. Potrebbe accadere quello che è successo in Egitto alcuni anni fa quando una multinazionale si è opposta alla legge sul salario minimo ottenendo un gigantesco risarcimento, oppure potremmo essere obbligati a pagare multe esorbitanti perché da noi non si possono vendere le carni agli ormoni americane limitando così il diritto di alcune multinazionali made in Usa ad avvelenarci.

È solo un esempio di ciò che sta nel dossier che le diplomazie dei due continenti dovranno sbrogliare per tentare di dare vita al più grande mercato di libero scambio mondiale rimuovendo le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra le due sponde dell’Atlantico.

Problemi con le auto Oltre a ridurre le tariffe in tutti i settori, l’Unione Europea e gli Stati Uniti vogliono affrontare il problema delle barriere doganali – come le differenze nei regolamenti tecnici, le norme e le procedure di omologazione. Spesso questi vengono vissuti come un aggravio inutile in termini di tempo e costi. Per esempio, quando un’automobile è omologata in Europa ha bisogno di un’ulteriore  procedura di approvazione negli Stati Uniti, nonostante le norme sulla sicurezza siano simili. E così, per poter vendere una macchina americana in Francia o in Italia bisogna fare una serie di modifiche. La macchina americana, infatti, ha i fari privi di parabola. Quando accendi le luci si accende tutto il blocco fanale, mentre se freni aumenta l’intensità e se metti la freccia lampeggia tutto quanto. Ma anche vendere macchine italiane negli Stati Uniti non è semplice, sia per le regole anti inquinamento, molto più avanzate da loro che da noi, sia per i requisiti di sicurezza

Ma il nodo è il cibo Ma i problemi più grossi saltano fuori quando si comincia a parlare di cibo e prodotti alimentari. Basta pensare che il 96 per cento dell’agricoltura americana è ogm, e che tutto il bestiame viene rimpinzato di ormoni e antibiotici per farlo crescere più in fretta. Negli Usa, se sull’etichetta non c’è scritto privo di ogm, vuol dire che gli ogm ci sono, lo stesso dicasi per antibiotici e ormoni. E tutti sanno che coltivare ogm significa usare più pesticidi, non meno, come ha recentemente ammesso il Forbes Magazine, una rivista destinata ai leader mondiali dell’industria.

La partita vera, insomma, si gioca sul cibo. Anche per il modo poco trasparente con cui è stata condotta la trattativa, si sono subito agitate le acque della protesta per i rischi, cui potremmo andare incontro se, in forza del trattato, alcune produzioni d’oltre oceano venissero commercializzate in Europa bypassando le legislazioni restrittive dei singoli paesi pur di favorire gli interessi delle multinazionali di entrambi i continenti a spese dei consumatori.

Il rischio è che la crisi economica, la voglia di far ripartire l’economia, spinga i governi ad abbassare la guardia pur di tornare a crescere. E di questo si tratta in effetti.

Secondo la Commissione Europea, questo accordo dovrebbe aumentare il Pil dell’Ue di una cifra compresa tra 70 e 120 miliardi di euro l’anno. Ma anche su queste stime non c’è chiarezza. Per esempio, l’European Environmental Bureau le giudica “il risultato di un esercizio limitato che utilizza assunzioni estremamente poco realistiche sui livelli di rimozione delle barriere non tariffarie senza valutare i benefici di tali barriere in termini di protezione della salute pubblica, dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori”.

Da qui la proposta di chi, come Greenpeace, chiede che venga effettuata “una valutazione complessiva della sostenibilità ambientale dell’accordo, da discutere con le Associazioni della società civile prima di procedere con ulteriori negoziati”.

I negoziati intanto proseguono. E i dubbi sui reali benefici sulla salute dei cittadini e dell’ambiente aumentano. Il presidente nazionale di Coldiretti Roberto Moncalvo, è convinto che nella trattativa si annida la tentazione diabolica di scambiare la qualità con la quantità. “Sembra ci guadagnino tutti, ma non è così –, avverte Moncalvo – e gli ogm sono parte di questo scambio diabolico, di questa trattativa. È in discussione – aggiunge il presidente di Coldiretti – la sopravvivenza stessa delle comunità rurali nel mondo contro l’interesse di pochissimi soggetti anonimi che influiscono sui paesi più poveri”. Posizione condivisa con argomenti diversi da Carlo Petrini: “Sarebbe bello che il Ttip servisse a definire standard comuni di sicurezza alimentare, che proteggesse le produzioni nazionali e i territori che danno loro vita”. Anche don Luigi Ciotti, presidente di Libera, non usa mezzi termini per definire “pericoloso” questo abbraccio in nome dell’esclusivo interesse commerciale dei mercati. 

A rischiare di essere travolto da questo accordo è soprattutto, insomma, è il settore della “qualità alimentare”, dagli ogm alle certificazioni di qualità e tipicità se non vengono privilegiati i migliori standard ambientali e sanitari, compresa l’etichettatura obbligatoria di ingredienti e sistemi di produzione, per tutte le merci.

Trattativa difficile Nessuno sembra però avere molta fretta.C’è ancora tempo per mettere a punto un accordo giusto ed equilibrato, che concili le aspettative di tutti, in primo luogo quelle dei consumatori di entrambi i continenti. Altrimenti potremmo trovarci nella spiacevole situazione di rinunciare a parte delle nostre conquiste in fatto di tutela della salute e sicurezza alimentare. E, in più, potremmo anche dover risarcire con moneta sonante l’azienda alimentare americana che operi sul mercato italiano senza rispettare le nostre norme igieniche come invece sono tenute a fare le aziende italiane. Questo grazie agli avvocati dell’Isds di cui abbiamo parlato all’inizio. Eppure la Commissione europea, nonostante i risultati di una consultazione che si è espressa quasi all’unanimità per l’abolizione di questa “servitù”, sembra intenzionata ad introdurre ugualmente la clausola Isds, sia pure riformata, nel trattato. Tanto per chiarire che aria tira nelle istituzioni comunitarie.

 

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