Yvan Sagnet è uno che dice no. No allo sfruttamento, all’ingiustizia e alla rassegnazione. No al caporalato. Arrivato dal Camerun in Italia con una borsa di studio, si stava laureando a Torino quando, nel 2011, pensò di guadagnare qualche soldo, in estate, lavorando in un’azienda agricola di Nardò. Si è ritrovato trattato da schiavo, vittima dei caporali, alle prese con condizioni di lavoro e di vita disumane. Così ha organizzato la protesta: uno sciopero durato un mese, che ha portato alla nascita del reato di caporalato in Italia e al primo processo in Europa per riduzione in schiavitù. Chiuso con condanne per 12 persone tra imprenditori e caporali. Un’esperienza che ha fatto di lui un attivista e poi il fondatore e il presidente dell’associazione No Cap, cioè No al Caporalato, che promuove e sostiene condizioni di lavoro giuste per i lavoratori, dall’accoglienza al trasporto gratuito, dalla visita medica a paghe e orari conformi alla legge. E che si occupa anche della lotta al caporalato, diffondendo il più possibile informazioni sul tema. Un’attività che gli è valsa l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella (con lui nella foto qui sotto).
Dal 2022 Coop collabora con No Cap per portare sugli scaffali delle cooperative di consumatori prodotti provenienti dalla filiera di agricoltura biologica certificata ed etica dell’associazione stessa (il pomodoro ma anche le fragole, le albicocche, i broccoli…). È l’unica insegna della grande distribuzione a farlo. Parte dei proventi delle vendite vengono reinvestiti da No Cap in attività a sostegno della manodopera impiegata nelle filiere.
In autunno arriveranno ad esempio clementine, mandarini, arance e limoni. Prodotti che permettono ai lavoratori sfruttati di lasciare i ghetti e avere una vita dignitosa grazie a contratti di lavoro regolari e stagionali, trasporto e alloggi gratuiti e sicuri dove poter vivere e integrarsi nel territorio.
Caporalato, nessuno denuncia
Sagnet, che cosa è cambiato nel mondo del lavoro agricolo rispetto alla protesta che hai guidato nel 2011? Non è cambiato quasi niente, dal punto di vista pratico: ci sono stati interventi molto limitati, spot, con forti differenze tra regione e regione. Certo, oggi si parla un po’ di più del problema del caporalato, c’è più attenzione mediatica ed esiste una legge, la 199 del 2016, che permette alla magistratura di svolgere indagini e arrestare gli sfruttatori. Ma per arrivare a questo bisogna che ci siano persone disposte a denunciare, mentre i lavoratori, spesso migranti, non lo fanno perché hanno paura di ritorsioni e conseguenze, i tempi della giustizia sono molto lunghi e temono di perdere il lavoro. Il più vulnerabile è chi non ha i documenti in regola: in Italia per la legge Bossi-Fini è un clandestino, e dunque è facilmente ricattabile. Se denuncia rischia un decreto di espulsione e dunque di subire, dopo lo sfruttamento, una ulteriore ingiustizia.
E poi i controlli restano molto scarsi: com’è possibile che in Italia una persona possa lavorare in un’azienda in nero, per anni, senza che lo Stato intervenga in alcun modo? Casi come quello del bracciante indiano di Latina non sono isolati, ma la norma in alcune parti del paese. La cultura dell’illegalità si sta diffondendo nel mondo agricolo e va contrastata anche con un serio piano di controlli sul territorio.
Il governo, nel nuovo decreto Agricoltura, prevede una banca dati sulle aziende agricole, oltre all’assunzione di nuovi ispettori Inps. Si tratta di misure utili? Non credo: serve un piano strutturale sul tema dello sfruttamento. Bisognerebbe cambiare approccio, passando dalla mera repressione alla prevenzione con una riforma complessiva, che tocchi il tema della qualità del lavoro con interventi di diversi ministeri, compresi quelli dell’Interno e del Lavoro, e rivedere la legge sull’immigrazione. Non basta qualche riga in un provvedimento sull’agricoltura. La legge 199 prevede già alcuni strumenti di prevenzione, che però sono stati completamente disattesi.
Ci vorrebbe per esempio una vera riforma del mercato del lavoro e dei centri per l’impiego, del collocamento in generale, per affrontare il tema dell’intermediazione. Oggi le aziende agricole che hanno bisogno di lavoratori, magari da un giorno all’altro, si rivolgono ai caporali che gli trovano i lavoratori, li trasportano, provvedono a vitto e alloggio… Sui campi i caporali hanno sostituito lo Stato, che non riesce a garantire l’incontro tra domanda e offerta, e svolgono compiti logistici fondamentali. Chi, oggi, sta affrontando problemi pratici come questo?
C’è anche un problema di sostenibilità dei prezzi dei prodotti agroalimentari in una parte della distribuzione italiana. Se il discount di turno vende la passata a 40 centesimi e al produttore ne vanno 10, è chiaro che il produttore è costretto ad abbassare il costo di lavoro, sfruttando il lavoratore. Si tratta di un meccanismo perverso e per modificarlo bisogna che ciascuno, nella filiera, faccia la sua parte: dall’agricoltore fino al consumatore, che deve essere consapevole di questi meccanismi e deve saper scegliere. Quando entriamo al supermercato per comprare un prodotto dobbiamo sempre chiederci da dove viene, chi c’è dietro: questa semplice domanda potrebbe cambiare radicalmente la società.
No al caporalato con Coop
No Cap infatti ha messo in pratica un modello diverso, e da qualche anno ha avviato una relazione con Coop… In Coop abbiamo trovato un partner molto sensibile e pronto a collaborare su progetti fondati sulla responsabilità sociale d’impresa. Oggi con Coop concordiamo prezzi e quantità del prodotto da fornire, No Cap cerca le aziende giuste per produrlo e offre loro un compenso equo per poi distribuirlo nella rete Coop con il bollino etico No Cap. Se serve, troviamo anche la manodopera aggiuntiva: andiamo a prendere i lavoratori nelle baraccopoli, per strapparli ai circuiti dei caporali, gli procuriamo un contratto di lavoro giusto e legale, provvediamo a cercare alloggi e trasporti per farli uscire dal ghetto. Per queste attività possiamo contare su una stretta collaborazione con la rete Coop sul territorio, con la Caritas e altre realtà solidali. Così, dal 2019 a oggi, siamo riusciti a coinvolgere circa 2 mila lavoratori.
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