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“Cambiare le regole per banche e finanza”

"Cambiare le regole per banche e finanza"

L'Italia e l'Europ,a la crisi greca e quella dell'euro. Intervista all'economista Mario Deaglio: "Crisi drammatica, agire subito"

"Anche al di là delle vicende italiane, che pure propongono elementi davvero problematici e pesanti, la fase attuale a livello europeo e mondiale è molto grave, per non dire gravissima. Il punto è quante banche da salvare, tipo Dexia, ci sono in Europa e nell’insieme dei paesi ricchi (Dexia è la banca franco-belga salvata a ottobre con soldi pubblici perché aveva in portafoglio oltre 90 miliardi di titoli svalutati ndr). Le parole pronunciate nei giorni scorsi dai governatori della Banca centrale europea come della Federal Reserve americana, dell’Ocse come del Fondo monetario hanno sottolineato la criticità del momento. Dexia se la sono comprata i governi con i soldi dei contribuenti. Aumentando così quel debito pubblico che si vorrebbe ridurre".
A parlare è Mario Deaglio, uno dei più importanti economisti italiani, docente di economia internazionale all’Università di Torino. Con lui proviamo a ricostruire le vicende di questi mesi.
Professore, cominciamo dalla scorsa estate: sembrava fossimo dentro a una lenta a faticosa ripresa ed invece è esplosa la crisi greca?
Cosa sia successo esattamente nessuno lo sa. Quello che possiamo dire è che nei mercati sono subentrati una serie di mutamenti nelle valutazioni che dal solo debito greco si sono rapidamente trasferite a tutti i debiti sovrani europei, con un evidente impatto sulla tenuta dell’Euro. Nello stesso tempo c’è stato anche il declassamento del debito Usa che tendiamo a dimenticare mentre conferisce alla crisi una dimensione globale. Complessivamente è come se i mercati avessero preso coscienza che i paesi ricchi sono troppo indebitati e quindi a non volere più i titoli del loro debito, cominciando dai paesi piccoli come la Grecia. Ovviamente questi titoli sono detenuti da qualcuno e così la loro perdita di valore ha coinvolto i detentori, ossia principalmente banche e fondi. E nel contempo si è messo un enorme punto interrogativo sulla finanza pubblica di tutti i paesi.
Ma questo cambiamento repentino dei mercati lei lo considera razionale e comprensibile. Sull’indebitamento non c’era niente che non si sapesse già…
Questo passaggio brusco di valutazione non credo possa essere considerato razionale. Ma molto di ciò che fanno i mercati risulta irrazionale. O meglio, è razionale se misurato sul giorno per giorno, dati valori di partenza che, in questo caso, sono cambiati.
Torniamo alla Grecia. La drastica cura di tagli che è stata imposta sta producendo un ulteriore calo del Pil. E più si taglia meno la Grecia ha i soldi per pagare i debiti. Non è un meccanismo diabolico?
Assolutamente sì. Con questo meccanismo i saldi effettivi delle manovre saranno in realtà molto inferiori a quelli previsti. Perché facciamo queste mostruosità? Il motivo credo risieda nella politica interna della Germania. I soldi prestati alla Grecia vengono in gran parte da lì. Nel contempo però, i tedeschi non vogliono pagare il conto dei greci. E il governo della cancelliera Merkel, avendo subito numerose sconfitte consecutive in elezioni locali e avendo perso il controllo del Senato, non può non tener conto degli umori degli elettori.
Dopo la Grecia è stata coinvolta l’Italia. Quali le nostre colpe?
Sulla situazione italiana il giudizio è semplice: ha pesato in maniera decisiva il rischio politico e la cattiva immagine che abbiamo all’estero. Dai comportamenti anche privati del presidente del consiglio si proietta all’estero l’immagine di un paese poco serio e non affidabile. L’analista finanziario che legge le notizie dice: come possiamo fidarci del paese se chi governa si comporta così?
Nell’ultima fase il problema è ritornato a essere quello delle banche. Quelle italiane perché hanno i titoli italiani, quelle francesi perché hanno i titoli greci, Dexia perché ha titoli "tossici". Sono storie diverse?
La radice del problema non è la stessa dei debiti sovrani, ma si intreccia con quella vicenda. L’origine è nel 2007, con la crisi dei mutui subprime in Usa e il fallimento di Lehman Brothers. In parallelo, in Europa, molte banche locali, in Germania come in Belgio e in altri paesi, liberate da alcuni vincoli giuridici, avevano iniziato a speculare sui mercati mondiali assumendosi rischi enormi che non erano in grado di valutare correttamente. Così è andata a finire che per salvare diverse banche, sull’orlo del fallimento sono arrivati soldi pubblici. Il governo tedesco ha speso 40 miliardi, la Gran Bretagna è stata costretta a comprare 3 grandi banche. Eppure dopo questa serie di salvataggi le banche hanno ripreso a fare le stesse cose di prima. E mi rendo conto che ciò è impressionante e non facile da spiegare, anche perché questo mercato finanziario ha sottratto risorse agli impieghi produttivi, penalizzando le aziende.
Con le banche siamo al cuore della crisi attuale. In Europa si parla di 150 miliardi necessari a salvare il sistema. Come si affronta alla radice la questione, per non tornare da capo?
La soluzione deve essere tanto semplice quanto radicale e cioè tornare a una separazione tra l’attività speculativa e quella normale di raccolta di risparmio e concessione di credito. Non deve più essere possibile fare operazioni speculative e ad alto rischio col denaro dei depositanti. Il governo inglese ha già pronto un progetto, elaborato da una apposita commissione, che ha come punto centrale questa separazione.
Ma politicamente questa riforma ha possibilità di passare?
C’è e ci sarà una forte pressione politica a sostegno del cambiamento, a cominciare dagli Stati Uniti. Il movimento di opinione pubblica anti Wall Street è cresciuto, sono andati a protestare davanti alle ville dei miliardari. Dovranno tenerne conto.
In questa catena si possono salvare le banche ma far fallire gli stati?
Non credo. Il fattore politico anche qui interverrà pesantemente. Mentre la gente è costretta a ridurre i consumi e rischia di perdere il lavoro le banche non possono continuare ad agire come prima. È possibile ragionare su alcune soluzioni, inclusa quella di una ristrutturazione complessiva dei debiti sovrani, non solo della Grecia. Se le difficoltà persistono si potrebbe arrivare a una ristrutturazione, magari rimborsando solo parzialmente i debitori, il che adesso sembra un’eresia ma è successo frequentemente nella storia dei Paesi ricchi. Oppure allungando le scadenze o diminuendo i rendimenti. Una seconda strada è fare deliberatamente inflazione, per cui gli Stati continuano a pagare gli interessi sul debito, ma sono interessi svalutati. Verso questo stiamo già andando: negli Usa l’inflazione dall’1,5% sta arrivando al 4%. Sono ovviamente scelte che vanno governate e gestite con grande oculatezza, perché se l’inflazione sfugge di mano, la gravità dei problemi aumenta rapidamente.
L’attenzione si è incentrata da alcune settimane sul cosiddetto fondo salva Stati, l’Efsf. Può davvero essere questo lo strumento che consente di "passare la nottata"?
Tecnicamente sì. Basta comprare i titoli greci e la cifra non è neanche altissima. Ma se scoppia qualche altra emergenza, tipo l’Italia, allora potrebbe non bastare più.
Proprio l’Italia. Basterà la manovra estiva a salvarci?
Direi proprio di no. È una manovra fatta solo di tagli. Servono riforme vere a cominciare da liberalizzazioni e semplificazione amministrativa.
L’Italia in prospettiva dovrà anche affrontare il progressivo taglio del debito, deciso dall’Europa, da 120% a 60% del Pil…
Se un paese fa una manovra credibile e dimostra di essere impegnato in una strategia di riforme, avrà anche meno bisogno di tagliare il debito. Se ho il mio bilancio in pareggio i mercati ne prendono atto.
Dire che bisogna rivedere a fondo le regole del capitalismo finanziario e che in quattro anni si è girato intorno al problema senza affrontarlo è essere dei pericolosi sovversivi o è solo buon senso?
È assolutamente buon senso. Questo capitalismo finanziario non si è dato nessuna regola, vuol fare ciò che vuole senza nessun controllo. Così non si va verso soluzioni stabili. In Europa è probabile che qualcosa si muova, che alla separazione delle attività bancarie suggerita dagli inglesi si possa arrivare. Magari sotto la supervisione di un’unica autorità di controllo europea. Ma serve una politica capace di assumersi le sue responsabilità e di imboccare la strada di riforme forti.   
 

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