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Attenzione, allarme meteo!

Mondo Allarme meteo

S i fa presto a dire allerta meteo. C’è quella per il vento e le mareggiate, quella per le frane, quella per le piene, i temporali, la neve e pure la pioggia: ma soltanto se quest’ultima è gelata, perché nella valutazione degli esperti ciò che conta è l’effetto al suolo e, da sola, non costituisce un motivo di allerta.
Poi ci sono le temperature estreme (frequentemente associate alle ondate di calore), facilmente prevedibili, così come risultano i periodi di siccità prolungati che, tuttavia, essendo di lunga durata, non fanno scattare l’allerta meteo; i temporali, invece, come detto, sì, essendo fenomeni sfuggenti, molto caotici e in parte ancora imprevedibili, dall’antichità fino ad oggi.
A questo punto va stabilito il codice colore da associare al bollettino: giallo, arancione o rosso. Sono uguali per tutta Europa e a ciascuno corrispondono cose da fare e da non fare, a seconda di dove ci si trovi e che gli alert siano emessi il giorno prima (con 24 ore di anticipo) o il giorno stesso (con 12 ore, più gli aggiornamenti ogni 6-12 ore) rispetto all’evento critico atteso; e, ovviamente, in rapporto al livello di pericolo a cui siamo tutti esposti. Nel primo caso, il cittadino ha un certo margine di tempo per mettere in salvo anche i propri beni, nel secondo è meglio che pensi solo alla sicurezza personale. Tutto questo se abbiamo letto o sentito che è scattato un codice rosso, ma già con l’arancione (pre-allarme) è meglio drizzare le antenne.

Impatto brusco e impatto zero Parliamo delle allerte meteo-idro per rischio idrogeologico o idraulico – così sono chiamate – che non coincidono con le province, dal momento che lo Stivale è pieno di regioni climatiche diverse. In Italia sono diramate per macroaree dai Centri funzionali proprio delle Regioni, d’intesa con la Protezione civile.
Per i previsori c’è una parola chiave che è “impatto”. Un conto, infatti, è che l’evento meteorologico intenso (pioggia, vento, ecc., che hanno reso la scorsa primavera tra le più incerte degli ultimi anni) si abbatta su una città o su un’autostrada, un conto che si scarichi in campagna: cambia la vulnerabilità del luogo e, quindi, il potenziale di rischio. Ma se il temporale autorigenerantesi – quello che insiste per ore su una stessa area, alimentato da un continuo afflusso di aria umida e instabile – investe un’area naturale, ad esempio la golena di un fiume, non è detto che sia a impatto zero: se lì è in atto un’attività lavorativa che prevede la presenza di più persone, ecco che c’è da rivalutare tutto.
Grattacapi da superesperti, che per calcolare gli scenari e i livelli di rischio incrociano più modelli matematici. Come Sandro Nanni, responsabile della Struttura IdroMeteoClima dell’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia (Arpae) dell’Emilia-Romagna, giornalmente alle prese con miriadi di dati. Il meno “controllabile” e più difficile da gestire resta il fattore umano. Lì i modelli previsionali che, tra l’altro, stanno aumentando di precisione e di risoluzione (l’avvento dell’intelligenza artificiale nell’ultimo anno ha aperto nuovi mondi), possono fare ben poco. La meteorologia non è una scienza esatta, serve un approccio probabilistico e non deterministico. Ma come far passare questo concetto ai più? «Ci sono limiti di predicibilità che oltre una certa misura l’uomo, messo davanti all’atmosfera che è un sistema dinamico a comportamento caotico, non potrà mai oltrepassare», prova a spiegare un altro grande esperto, Andrea Montani, che lavora al Centro europeo per le previsioni meteo a medio termine (Ecmwf), un’organizzazione intergovernativa con 23 Stati membri che ha in dotazione un calcolatore tra i più potenti al mondo: un cervellone che riceve e processa ogni giorno 800 milioni di osservazioni provenienti da satelliti, radar, radiosonde, aerei, navi e boe, per scattare una foto dettagliata del tempo su scala globale.
«La frustrazione e il “cruccio” per noi che studiamo queste cose – osserva Montani – non sono nulla a confronto con certe semplificazioni che alimentano aspettative troppo alte, non tenendo in debito conto l’incertezza a cui è soggetta, anche se in maniera diversa, ogni previsione meteorologica». Vorremmo tutti, infatti, alzare lo sguardo al cielo e trovare puntuale conferma di ciò che abbiamo appreso dal telefonino, magari riassunto con un’icona semplice semplice ed efficace. Ma così non è, e non può essere a maggior ragione per i fenomeni estremi. «È come leggere la prima parola di un titolo su un giornale e trarre conclusioni fermandosi a quella», chiosa Montani.

Ci hanno azzeccato? Mica tanto C’è un vasto mondo da scoprire (e da capire) dietro il sistema di allertamento multicanale che ci raggiunge via web, attraverso le app (come allertaLOM per la Lombardia), i giornali o la televisione. Da non confondere con l’IT-Alert, che invece è il sistema nazionale di allarme pubblico che fa squillare gli smartphone presenti in una determinata zona d’Italia nel caso si verifichino gravi emergenze o catastrofi, ancora in fase di sperimentazione.
Tornando al meteo, ci sono alcuni che ancora negano «un dato scientifico inconfutabile – così lo definisce Giuseppe Bortone, direttore di Arpae Emilia-Romagna – quale l’aumento delle temperature e della frequenza degli eventi estremi». Estremi significa rari in un determinato luogo e tempo dell’anno, cioè eccezionali, intensi, come il superamento della precipitazione massima o un record di caldo. Qualche esempio? L’alluvione nel deserto a Dubai, dello scorso aprile, o le forti altalene termiche alle quali siamo stati sottoposti a inizio primavera. «Indica un’anomalia – spiega Renata Pelosini, di ItaliaMeteo, l’agenzia dello Stato che funge da coordinamento tra gli strumenti meteo – che fa scattare la necessità di limitare i danni. Il cambiamento climatico produce modifiche della stagionalità, aumento della variabilità, fenomeni che si verificano su nuove aree, cicloni mediterranei più frequenti. Cresce la forza dell’evento scatenante, al pari con la vulnerabilità delle aree esposte: pensiamo al dilavamento dei suoli, ma anche ai modelli sociali e organizzativi che oggi sono più fragili di qualche tempo fa. Per esempio la quantità dei pendolari che viaggiano su un Frecciarossa o le conseguenze dei tagli al welfare che diminuiscono la capacità di resilienza di certe fasce della popolazione».
Per evitare di essere colti impreparati, molto c’è ancora da imparare a poco più di un anno dalla catastrofica alluvione dell’Emilia-Romagna e alle prese con una situazione ad alto rischio per tutta l’Italia. Il nostro paese conta infatti 378 eventi estremi nel 2023, in aumento del 22% rispetto al 2022, e si trova al centro dell’area più colpita da tali fenomeni al mondo, ovvero il Mediterraneo, nel Sud del continente che più rapidamente degli altri si riscalda, l’Europa (1° C sopra la media globale e 2,6° rispetto ai livelli pre-industriali).
Prevedere gli eventi estremi per saperli gestire sarà sempre più decisivo per il nostro futuro. Federico Grasso, di Arpae Liguria, mette in guardia però sul fatto che «non tutti i fenomeni meteo si possono prevedere allo stesso modo e con la stessa affidabilità: più un evento è estremo e piccolo, maggiore è l’incertezza previsionale».

Bomba o non bomba d’acqua Il lavoro degli scienziati punta a ridurre gli errori dei modelli previsionali aumentando il dettaglio spaziale (da 30 a 18 km), migliorando il metodo di calcolo e affinando il grado di approssimazione.
La conoscenza stessa dei processi fisici va approfondita. Un lavoro complesso che resta sotto traccia e che rischia di scomparire nel confronto con il business delle previsioni meteo. «Ci sono imprenditori privati che hanno interesse a speculare sulle emozioni e che fanno ampio uso di terminologie come bombe d’acqua e sciabolate artiche», è l’affondo di Grasso. Non facciamoci incantare. Così come non lo fa chi, per mestiere, ricava energia dalle fonti rinnovabili e, dovendo regolarsi sull’andamento del tempo, attinge con scrupolosità a informazioni di natura scientifica. «Sono i primi utilizzatori delle allerte meteo», fanno sapere gli esperti. Capire quando è il momento giusto per spegnere una pala eolica, o per correre a ripararsi da un imminente fortunale, in fondo richiedono la stessa qualità d’informazioni: serie, attendibili e, in più, tempestive.

Tag: clima, temperatura, allerta meteo, previsioni, rischio idrogeologico

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