Attualità

Articolo sul prestito sociale del Fatto Quotidiano, la risposta del vicepresidente di Ancc-Coop

Egregio Direttore,

abbiamo letto con attenzione l’articolo da voi dedicato al servizio di prestito sociale. Non intendiamo in questa sede entrare nel merito dell’impostazione dell’articolo che non possiamo che considerare offensiva e ingiustificata, ma sollevare alcune questioni che non corrispondono a verità e come tali necessitano di adeguate smentite.

Nel vostro articolo si parla del servizio di prestito sociale come di “una banca clandestina”. Affermazione scorretta e deviata. Coop non è una banca né agisce in modo clandestino. Con la forma del prestito sociale, le Coop ottengono dai propri soci (non clienti, ma soci proprietari dell’impresa) un importante finanziamento per lo svolgimento delle attività dell’azienda. Proprio per questo, il prestito sociale è uno strumento previsto dal legislatore per far fronte allo svantaggio nel reperimento dei finanziamenti che la forma cooperativa ha rispetto alle società di capitali. Il socio attraverso il deposito dei suoi risparmi ottiene un servizio di gestione della propria liquidità senza costi e con una adeguata remunerazione che oggi è anche superiore a quella dei BOT e di altre forme analoghe di risparmio.

E’ scorretto affermare che questa forma di finanziamento non sia soggetta a vincoli legislativi, regolamentari e a una stretta attività di vigilanza. Diversamente da quanto detto o sottaciuto il prestito sociale è un servizio disciplinato da varie norme di legge, da delibere del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, da circolari della Banca d’Italia. Tra le altre norme, è previsto, ad esempio, che il valore del prestito sociale non possa eccedere il triplo o in casi eccezionali il quintuplo del patrimonio della cooperativa. Allo stesso modo è limitato in poche migliaia di euro l’ammontare che può essere versato da ciascun socio. Inoltre, il prestito sociale non si sottrae alle norme sulla tracciabilità del contante.

Infine, il prestito sociale è regolamentato da specifiche norme di autodisciplina predisposte dall’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (Ancc-Coop) che limitano gli immobilizzi del prestito al fine di garantire il rimborso immediato per i soci che eventualmente lo richiedano.
Proprio perché la sicurezza dei risparmi e la fiducia dei soci sono il vero capitale della cooperativa, le regole e le condotte di gestione che si sono date le cooperative sono molto più stringenti di quelle minime previste. Alla fine del 2012 il prestito sociale delle grandi coop ammontava 10,5 miliardi di euro. A fronte di tale debito, però, le cooperative detengono attività liquide o prontamente liquidabili per un valore reale di 9,0 miliardi pari a oltre l’85% dei debiti verso i soci. Tali attività sono pressochè totalmente riferibili a depositi bancari, titoli a reddito fisso e altri crediti di pronta e certa liquidabilità, con investimenti azionari inferiori all’1% del totale. La parte residua è ampiamente garantita da un patrimonio netto di 6,1 miliardi di euro investiti soprattutto nelle attività operative delle imprese. L’aggregato delle 9 grandi coop ha infatti un patrimonio immobiliare inscritto in bilancio per 7,7 miliardi di euro e giacenze di magazzino per quasi un ulteriore miliardo.

E’ dunque obiettivamente falso affermare che siano “a rischio 10 miliardi di risparmi” delle famiglie oppure che le imprese cooperative si siano avventurate in “speculazioni” di carattere finanziario. Ma anche altre affermazioni richiedono nostre precisazioni.

La partecipazione storica di alcune cooperative a gruppi assicurativi (Unipol) e bancari (MPS) è frutto di scelte strategiche condivise a più riprese con la base sociale e con gli organi delle imprese. Gli obiettivi – giusti o sbagliati che possano essere considerati – sono sempre stati la creazione di valore per l’impresa, l’allargamento della mutualità dei soci, la promozione dell’economia del territorio, semmai la difesa di investimenti pregressi. Mai la speculazione finanziaria.

Le cooperative non dipendono da nessun potere politico o di partito; la loro governance è determinata dai soci attraverso meccanismi complessi, ma molto partecipati; ogni anno sono oltre 130.000 i soci che partecipano alle assemblee di bilancio delle principali 9 cooperative; non ci risultano altre imprese o sistemi di imprese che coinvolgano un numero così grande di persone nelle attività di governo.

Ma quello che maggiormente dispiace nell’articolo di Giorgio Meletti è l’assoluta ignoranza del funzionamento delle imprese cooperative e in particolare di Coop. Dispiace leggere che “diventare socio è come fare la tessera sconto in un qualsiasi supermercato”. Fino a prova contraria, infatti, non risulta che le altre imprese distributive diano ai propri clienti titoli di proprietà dell’azienda o la facoltà di votare nelle assemblee.

Dispiace che Meletti non abbia voluto tenere in conto che se la Coop è oggi uno dei pochissimi leader nazionali a proprietà italiana lo deve allo sforzo di milioni di consumatori che nel corso di molti lustri hanno creduto in questa forma d’impresa mutualistica e l’hanno finanziata con i propri risparmi. Dispiace che un giornalista che tanto tempo ha dedicato a studiarne i bilanci non si sia voluto rendere conto di come la Coop sia un “bene comune” dell’Italia. Un insieme di imprese che sono proprietà e rispondono a 8 milioni di famiglie italiane. Appare francamente poco comprensibile come proprio nei giorni in cui pezzi fondamentali dell’apparato economico italiano vengono svenduti ad acquirenti esteri si attacchi in maniera pretestuosa una delle poche realtà socio-economiche italiane che stanno tentando di combattere il drammatico declino del Paese.

 

Enrico Migliavacca, Vice Presidente Vicario Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (Ancc-Coop)


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