Adolescenti in crisi, sempre più ansiosi e depressi, sull’orlo di una crisi di nervi. E anche oltre. Che arrivano a commettere violenze su sé stessi e sugli altri come mai in passato. Un’escalation suffragata dai dati. Quelli della CriminalPol certificano che i 35 omicidi commessi nel 2024 da under 18 in Italia sono stati l’11% del totale, a fronte del 4% del 2023: quasi triplicati in un solo anno. Ma cosa accade ai nostri giovani, per molti divenuti irriconoscibili? Ieri “sdraiati”, come li descriveva Michele Serra, oggi depressi, arrabbiati e nevrotici, che bussano sempre più di frequente ai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza per problemi di salute mentale: più di 2 milioni hanno ricevuto una diagnosi di disturbo neuro-psichico dell’età evolutiva.
E intanto si nota un aumento di violenza online, con cyberbullismo e revenge porn, e offline, con risse, aggressioni in classe, rapine (il reato più in crescita), fino ai femminicidi con vittime ragazze sempre più giovani: il 7% sono minori, contro il 4% del 2023. La quattordicenne uccisa ad Afragola dal suo ex di 18 anni «perché – ha dichiarato – mi aveva lasciato», è la punta di un iceberg che emerge, destando incredulità e allarme sociale. E si apprende nel frattempo dell’esistenza di community di giovanissimi che si formano e si rinforzano su Internet, come gli incel (involontariamente celibi), messi a nudo da “Adolescence”, la miniserie televisiva di Netflix: ragazzi respinti dall’altro sesso con cui sono incapaci, per usare un eufemismo, di tenere normali relazioni, arrivando fino a uccidere. Ma dove nasce tutto questo?
Adolescenti in crisi: colpa dell’ansia cattiva
I pareri sulle molle che fanno scattare rabbia e violenza e sulla natura del disagio giovanile sono vari e disallineati. Alcuni sostengono che tutto, o molto, originerebbe dall’ansia. Quella cattiva, che nutre un malessere che si accumula nel tempo e infine esplode. La Generazione Z ne sarebbe vittima più di altre, non per ultimo a causa del Covid che l’ha rinchiusa in casa per due anni negandole uno sviluppo sano. «Quasi il 75% di ragazze e ragazzi riferisce ansia nel pensare al futuro. Il morale è particolarmente a terra soprattutto nelle ragazze: più di 8 su 10 si sente molto giù e più del 30% pensa costantemente che niente abbia senso».
L’analisi è di Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario, volto noto in radio e tv, interpellato sull’argomento. Da 22 anni si occupa di dipendenze digitali ed è il fondatore dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche, ente del terzo settore dotato di una struttura residenziale con liste di attesa, racconta, lunghissime. Lui organizza giornate “smartphone free” e parla senza mezzi termini di “malati digitali”, ma giura che non ce l’ha col cellulare, che pure è uno strumento di «distrazione di massa, che isola e distrugge il desiderio. La tecnologia s’inserisce perfettamente dove c’è l’assenza», spiega. «Non è lo smartphone, ma l’assenza il tema». Assenza di cosa? Di relazioni soddisfacenti, di famiglie stabili, di futuro, di senso della vita? Problemi di sempre. Ma oggi c’è qualcosa di più e di diverso.
Teenager senza filtri
Ci sono problemi di salute mentale e comportamentali che, come detto, travalicano il confine della normalità. E della legalità. «Più l’umore va giù, più la rabbia e l’aggressività aumentano negli adolescenti – continua Lavenia – che non dispongono di filtri adeguati e manifestano così la loro depressione. Invece di cercare le risposte dentro di sé e di fare esperienze, come sarebbe normale per l’età, con tanto di allenamento alla frustrazione che è vitale per tutti, trovano già tutto pronto dentro un cellulare, compreso il rilascio di dopamina. Quando condividi, non vivi», chiosa a effetto lo psicologo marchigiano. Il quale non è lontano dalle tesi di Jonathan Haidt, autore del best seller “La Generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli”.
Afferma lo psicologo statunitense che i teenager della Gen Z sono i primi ad avere sperimentato la transizione da un’infanzia libera, fondata sul gioco, a una ipercontrollata dai genitori che però su Internet li hanno lasciati senza sorveglianza. Un po’ per loro colpa, un po’ per incapacità. Tutto ciò ha finito per interferire sullo sviluppo sociale e neurologico di bambini e adolescenti, causando ansia, privazione del sonno, frammentazione dell’attenzione, dipendenza, solitudine, paura del faccia a faccia. Un disagio permanente che richiederebbe lo psicologo di base, ha proposto qualcuno, così come c’è il pediatra o il medico di famiglia.
Paradosso digitale
Il paradosso sta nel fatto che la strada della tecnologia è senza ritorno. Lo stesso “benessere digitale” più volte invocato lascia il tempo che trova quando è declinato su bambini e adolescenti. Prevederebbe, infatti, limiti di tempo e di utilizzo difficili poi da far rispettare, visto che ogni cosa, compreso il registro elettronico della scuola, transita da dispositivi divenuti oggetti di uso personale imprescindibili che mescolano l’utile al dilettevole. Un paradosso che si acuisce nell’età della ribellione: a 13, 14 o 15 anni non occorre infatti essere un Nerd per crearsi un nuovo account e sfuggire al controllo parentale.
Ma è davvero in quella “scatola nera” della nostra identità di uomini del XXI secolo il nocciolo del problema? Massimo Temporelli, fisico e divulgatore scientifico, invita a non demonizzare lo smartphone, che «è pur sempre uno strumento d’indagine della realtà – fa notare – come il telescopio lo era per Galileo Galilei. Sottrarlo ai ragazzi significherebbe limitare la loro conoscenza del mondo. Noi siamo gli oggetti che abbiamo, diceva il filosofo Gilles Deleuze». In molti ricordano che negli anni della pandemia tablet e pc hanno salvato i programmi ministeriali, consentendo di studiare da remoto. E i divieti, in fondo, sono destinati ad essere aggirati.
Su questo tema si sono tenuti i primi Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza, al Tecnopolo di Bologna, a fine maggio, intitolati “Oltre gli schermi”. L’obiettivo era avviare una riflessione sui percorsi educativi e diffondere una nuova consapevolezza sui problemi dell’età evolutiva. Al centro dell’attenzione proprio gli impatti delle nuove tecnologie sull’educazione e lo sviluppo dei giovani. Una “nuova pandemia occulta”, si è detto, sta venendo alla luce. Per questo alcuni Paesi europei stanno valutando il divieto nelle scuole dell’uso dei cellulari.
In Italia lo stop, per scopi didattici, introdotto dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, è stato ora esteso anche alle classi superiori, oltre che alle elementari e medie. Pedagogisti come Daniele Novara e psicoterapeuti come Alberto Pellai avevano già chiesto con una petizione al Governo questa stretta, motivata da evidenze cliniche. Già ora, prima dei 13 anni non si potrebbe avere un profilo online. La realtà, come sappiamo, è ben diversa: se prima del Covid il 4% dei bambini fra i 5 e i 6 anni (!) aveva un proprio profilo social, la percentuale in questa fascia d’età è salita nel 2025 al 33%, con proprio profilo e uso dei social media; il 59% naviga sui siti o usa app di messaggistica; il 28% possiede il proprio telefono personale. Il paradosso è fotografato da questa forbice tra la Generazione Z e Alpha (fino ai 15 anni d’età) e i tentativi finora falliti di arginare l’abuso dei device, che sono come Ferrari fatte guidare senza patente, ma non solo: sottraggono tempo ed energia alle esperienze che allenano alla vita, dall’imparare a riconoscere i propri sentimenti a al saper gestire situazioni e conflitti personali. La grande domanda è se siamo ancora in tempo a tornare indietro, ora che tutti i contatti (anche gli amici di un bambino) sono dentro la memoria di uno smartphone.
Genitori cercansi
La questione investe i modelli di una società sempre più individualista, intollerante e poco empatica. Ma prim’ancora mette sul banco degli imputati i genitori. La bilancia delle responsabilità, secondo alcuni, pende più dalla loro parte. Tra le voci dell’accusa spicca quella dello psicologo e psicoterapeuta milanese Matteo Lancini: «È troppo facile scaricare la colpa su internet o sui trapper – scrive nel suo ultimo libro, “Chiamami adulto” –, perché gli adulti sono così concentrati sul fare che hanno disimparato come stare. Promettono dialogo ma non lo concedono. Vivono nella società onlife, perennemente attaccati a un telefono, che usano per farsi i selfie e immergersi negli stessi canali social dei figli. Quanti di loro hanno chiesto agli adolescenti con cui si rapportano chi sono, come si sentono, che cosa desiderano?».
Un collega altrettanto famoso di Lancini è Paolo Crepet, che batte con insistenza sul chiodo della perdita di autorevolezza dei genitori, incapaci di dire dei no e di deprivare i figli delle troppe comodità della vita moderna. Molti psicologi-star dei social ritengono che il deficit del discorso educativo sia oggi da far risalire proprio al carattere “smidollato” dei genitori che non sanno mostrare ai figli quanto sia dura la vita. Per Massimo Recalcati, invece, psicologo lacaniano nonché saggista, «questo ritorno al bastone oggi non può funzionare più. Meglio accendere il desiderio nei figli, la passione per la vita».
Basterà a sconfiggere l’ansia e la rabbia che covano nelle nuove generazioni?
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