Ambiente

Posidonia, a che punto siamo?

Immagine di un sub che installa un campo boe per la protezione della posidonia

Equilibrio ambientale e salute vanno a braccetto, anche quando il benessere per l’uomo comincia sotto il mare, dove poco si vede e non tutto si sa. È il caso delle foreste di Posidonia oceanica, diminuite di oltre il 30% sui fondali dei nostri mari. In Adriatico la loro presenza è limitata sotto le Tremiti e a un ciuffo nel golfo di Trieste. Un impoverimento per tutti, perché ospitano tante forme di vita, contribuiscono a stoccare anidride carbonica e generano ossigeno. A volte i bagnanti le trovano fastidiose per via delle foglie spiaggiate sulla riva, in realtà hanno un’importanza ecologica enorme. Ma perché faticano tanto a svilupparsi in Adriatico?

Lo abbiamo chiesto a Giovanni Chimienti, biologo marino e ricercatore dell’Università di Bari, che partecipa col suo team a “Foresta Blu”, la campagna Coop per la tutela e la riforestazione di posidonia. Al suo fianco LifeGate, ma anche i tanti soci Coop e clienti che hanno finanziato il progetto acquistando, la scorsa estate, le piantine di sansevieria legate al progetto in vendita alla Coop. Il 6 giugno, a Brindisi, Chimienti presenta i risultati del monitoraggio in Puglia, insieme alle proposte fatte proprie da LifeGate e Coop. Una su tutte: la geolocalizzazione dei tratti di prateria maggiormente impattati dagli ancoraggi e la richiesta alla società civile (Comuni, cittadini, pescatori, associazioni sportive, ecc.) di non gettare l’ancora in questi punti, per non infliggere ferite ai posidonieti.

Dalla posidonia al campo boe

«Abbiamo indagato tre aree diverse di praterie marine – ricostruisce Chimienti – sulla costa di Monopoli, di Savelletri e nell’area protetta di Torre Guaceto. L’obiettivo era capire dove ci fossero impatti antropici e su quali intervenire. Ebbene, tra i principali problemi in Puglia ci sono gli ancoraggi, una questione relativamente facile da risolvere con la creazione dei campi boe. Nell’area marina delle Tremiti stanno dando risultati strepitosi, abbiamo visto che la posidonia, che era in forte regressione, si sta riprendendo piuttosto velocemente».

I campi boe sono soluzioni che consentono l’ormeggio di una barca senza causare danni ai fondali, che diversamente vengono “arati” quando si cala l’ancora “dando di catena”, distruggendo di tutto. «Noi sub facciamo mappature col sonar e vediamo solchi lunghissimi – continua Chimienti –, cicatrici profonde in cui la posidonia fa fatica a rinascere; piuttosto s’insinuano alghe e organismi più veloci e opportunisti. Realizzare un campo boe è relativamente semplice. Si fissa un piccolo gancio su una zona di fondale non di pregio, in genere sabbiosa, laddove prima si utilizzavano corpi morti. Al gancio si lega una catena tenuta dritta da una boa a mezz’acqua e da una galleggiante: in tal modo la catena non sollecita mai il fondale e abbiamo una boa per ogni barca. Un campo boe significa un grappolo di 5, 10 o 15 boe distanziate e segnalate ai diportisti». Nelle aree monitorate della Puglia è stata individuata una zona a Monopoli che è l’ideale: «C’è una caletta molto bella dove d’estate si fanno apertivi in barca, decine di barche che buttano l’ancora tutti i giorni. Noi, col campo boe, forniamo uno strumento al gestore, che può essere l’amministratore di un’area marina protetta o di un ente locale, il quale decide poi come regolarsi. Dipende da luogo a luogo. Alcuni campi sono a pagamento, come i parcheggi per le auto, altri gratuiti. Hanno comunque dei costi di mantenimento».

In Adriatico la posidonia fatica ad attecchire perché ha bisogno di acque pulite e limpide per vivere. E l’Adriatico risente dell’apporto organico consistente del Po, trascinato poi dalle correnti, che riduce le possibilità di sviluppo per questa pianta, non un’alga, più largamente diffusa nel Tirreno e presente più a nord sull’altro lato dell’Adriatico. Posidonia a parte, in che stato di salute si trova il mare, in questa estate 2025? Nelle sue frequenti immersioni, il biologo dell’Università di Bari vede una situazione peggiorata, ma non dispera. «Stiamo vedendo i notevoli effetti del riscaldamento globale sui coralli, ad esempio, in Mediterraneo e in tutto il m0ndo, l’ingresso delle specie aliene, ma anche gli effetti delle attività locali di cui parlavo, compresa la pesca. Quello che osserviamo è che se gestiamo meglio il locale, anche gli impatti del globale si attenuano. È come per le persone: se siamo stressati in un aspetto della nostra vita, riusciamo ancora a gestirlo, mentre la combinazione di più stati di stress diventa esplosiva. In natura questo lo rileviamo nelle aree marine, che per noi sono un laboratorio fondamentale. Limitare gli impatti negativi rende più resilienti gli organismi. Poi, certo, servono soluzioni globali come per il surriscaldamento dei mari, che non si può affrontare su piccola scala».

Trapianto riuscito

Il 28 maggio sono stati presentati anche i risultati della piantumazione di posidonia con “Foresta Blu” a Bergeggi, al largo di Savona, a un anno dall’impianto. Monica Montefalcone, ecologa marina e professore all’Università di Genova, racconta: «Esattamente un anno fa, il 28 maggio 2024, abbiamo posizionato 20 biostuoie (di 5 x 2 metri ciascuna) che al secondo monitoraggio, quello del 9 aprile scorso, si sono presentate ancora tutte ben ancorate. La loro stabilità è cruciale per il successo del trapianto, poiché garantisce un’adesione sicura al substrato. Le talee risultano aderenti in maniera stabile, segno positivo di un iniziale processo di radicamento. Questo è senza dubbio il risultato più sorprendente perché sta a indicare che adesso le piante trapiantate dovrebbero essere in grado di eradicare e quindi di espandersi in maniera naturale. La percentuale di sopravvivenza è stata del 76%, un dato particolarmente positivo e pienamente in linea con le aspettative iniziali per i primi mesi successivi al trapianto».

Che significato attribuire a questo dato? «Una sopravvivenza del 76% rappresenta un indicatore fondamentale del successo dell’intervento – spiega la professoressa -, in particolare considerando la delicatezza nei primi mesi, quando l’attecchimento può essere compromesso da numerosi fattori ambientali, soprattutto l’idrodinamismo. I mesi invernali sono cruciali a causa delle intense mareggiate che si registrano, specie in mar Ligure, tra ottobre e febbraio. Questi elevati tassi di sopravvivenza delle talee indicano non solo l’efficacia della tecnica utilizzata, una delle tante possibili, che usa come struttura portante le stuoie a fibre di cocco, ma anche l’ottima adattabilità delle talee all’ambiente. L’area marina protetta “Isola di Bergeggi” si conferma un sito ideale per la riforestazione».

Altri 100 metri quadrati vengono ora trapiantati all’isola d’Elba, realizzando inoltre un campo boe. La tecnologia può essere una buona carta da giocare: «I Gps sarebbero ancora più utili nelle imbarcazioni da diporto se, oltre alle carte nautiche per la navigazione, avessero caricate anche le cartografie degli habitat marini di interesse conservazionistico e protetti (praterie di Posidonia oceanica, scogliere rocciose con coralligeno, ecc.). Così i diportisti avrebbero la consapevolezza di dove “non” si possa ancorare. Durante il monitoraggio di aprile abbiamo trovato una rete “da posta” in prossimità delle biostuoie di Bergeggi, che ha interessato parzialmente due strutture. L’intervento tempestivo del direttore dell’area marina protetta e della Capitaneria di porto ha permesso di avviare subito le procedure di rimozione. Con il prossimo monitoraggio, previsto a luglio, continueremo a valutare la stabilità delle biostuoie e la sopravvivenza delle talee, ma servirà un sopralluogo successivo alla rimozione della rete da pesca per verificare che il sito non abbia subito danni indotti dall’uomo».

L’esempio della cernia

Interventi di questa natura sono sempre estremamente costosi. «Si pensi che un lotto di 100 metri quadrati di biostuoie – prova a quantificare Montefalcone – presenta costi variabili da zona a zona e in rapporto alea tecniche utilizzate, ma che mediamente si aggirano fra i 30 e i 35 mila euro. Per comprendere la delicatezza di tutta l’operazione, va tenuto presente che la posidonia si riproduce in tempi molto lunghi: la sua crescita è di circa un centimetro l’anno. Una volta che l’impianto ha tenuto, se non subisce dei danni da fattori esterni, non c’è tuttavia niente o quasi che lo possa distruggere».

Oltre a benefici ambientali importanti, il sostegno di grande aziende come Coop garantisce alle Università, sempre alle prese con la carenza di fondi, di fare ricerca applicata a vantaggio di tutta la comunità. Una nota di speranza sul futuro del mare? Chimienti in questo periodo si sta occupando di ambienti marini più profondi e lì, dice, nutre maggiori speranze che in ambito costiero. «Seppure  – precisa – alcuni esempi virtuosi si possano sempre trovare. Prendiamo il turismo per esempio: se da un lato l’overtourism crea moltissimi danni, dall’altro un turismo sostenibile e informato può essere un modo utile e alternativo alla pesca per sostenere una comunità. Faccio spesso l’esempio della cernia, un pesce stanziale che vive rintanato: puoi spararle addosso e pescarla una sola volta, oppure portarci 20 subacquei al giorno e avere ricavi a lungo termine, creando un indotto turistico sostenibile come già succede nelle aree marine protette».

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

 

Tag: Sostenibilità, mare

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1 Commento. Nuovo commento

  • Daniela Bovini
    28 Agosto, 2025 9:42 am

    Mi piace tanto questo giornalino, chiedo sempre alle case. Piace ancora leggere il cartaceo. Qui sempre materie interessante! Avendo pure fratello biologo ricercatore in Brasile, botanico. Bravi, continuo a leggere!

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