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Ambiente

Autoproduzione, energia di casa mia

Un nuovo modo di pensare l’energia, l‘autoproduzione, che avanza silenzioso. Senza quasi accorgercene – tra un pannello fotovoltaico trainato dal Bonus 100% e uno detraibile al 50% grazie all’Ecobonus –, molti di noi hanno già qualche parente, amico o conoscente che i chilowattora se li fabbrica in casa. E che, in parte, poi rivende. Ci stiamo avviando così, sostenuti dall’Europa, verso un sistema sempre più decentrato, dove le abitazioni sono come punti di accesso in una rete Internet, e il consumatore a sua volta diventa un produttore di energia (prosumer), caricando l’eccedenza ricavata dal sole su quello che potremmo chiamare il “web dell’energia”.

Un sistema complesso da capire ma facile, sul piano tecnico, da realizzare, con il risultato di abbattere il costo della bolletta fino a pochi euro, tendenti allo zero. L’energia prodotta dai pannelli installati su tetti e balconi, infatti, o viene consumata, o va a finire nelle batterie di accumulo per essere prelevata all’occorrenza (di notte o quando piove, per esempio), oppure è venduta e stoccata in rete. Un sistema “leggero”, «per il quale non c’è bisogno di nuove infrastrutture e che l’utente sostenga investimenti in hardware», sintetizza l’ingegner Andrea Galliani, di Arera, l’autorità regolatoria per energia reti e ambiente.

Per i conti di casa, come si diceva, è un toccasana. Ora che il prezzo medio del gas per famiglia è raddoppiato a 1.322 euro l’anno e la luce è aumentata del 59%, senza troppe speranze di recupero sul medio temine («Il mercato a oggi scommette in un ritorno alla normalità dal 2025, ma a valori di prezzo circa doppi rispetto alle medie storiche», osserva Fabio Zambelli, direttore del Consorzio Esperienza Energia, aprendo il webinar “Il caldo autunno della crisi energetica”), l’idea di produrre e poi scambiare o condividere luce è diventata appetibile anche per il signor Rossi, nonché utile per la diversificazione delle fonti e la difesa dell’ambiente. Adottando questo modello di democrazia energetica, imprese, cittadini ed enti locali possono dare il proprio contributo alla transizione verde, attaccando o staccando in automatico la spina. Un modello articolato su tre livelli: di comunità, collettivo e individuale.

Il risultato, alla fine di un iter faticoso di autorizzazioni, burocrazia e ritardi per la crisi dei materiali, sarà comunque quello di avere due contatori in casa che dialogano tra loro: uno personale, per calcolare l’energia pulita consumata, e un secondo che misura quanta energia (sempre pulita) viene immessa in rete.

L’insieme fa la forza L’autoconsumo collettivo riguarda più soggetti che condividono lo stesso edificio o condominio dotato di impianti fotovoltaici: l’energia prodotta può essere condivisa sì, ma limitatamente al luogo specifico in cui viene generata. Più grandi, invece, sono le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) che possono coinvolgere un intero quartiere, purché siano allacciate alla stessa cabina elettrica di trasformazione (cosiddetta “secondaria”; ma quando i decreti attuativi del dlgs del 2021 saranno finalmente varati, ci si potrà collegare alla “primaria” e saranno ancora più grandi).

In questo modo si creano realtà interconnesse – dalle cooperative di abitazione alle parrocchie, dalle grandi aziende attente alla questione climatica alle società del Terzo settore che combattono la povertà energetica –, completamente autosufficienti per i consumi da fonti rinnovabili. Entrambe queste pratiche – autoconsumo collettivo e Cer – godono di incentivi ventennali dello Stato e prevedono il posizionamento di pannelli fotovoltaici sul tetto o sul terreno, che riducono le emissioni di CO2 e offrono ai cittadini una bolletta più leggera, a oggi, tra il 20 e il 40% per le Cer; ma contando anche gli incentivi di Stato ripartiti tra i soci, in futuro si potrebbe arrivare a un risparmio dell’80%.

E se si abita da soli? Sempre autoconsumo è, che viene definito “puro” quando non si è collegati alla rete elettrica, e con accumulo e scambio quando lo si è e risulta del tutto naturale nonché conveniente cedere un po’ dell’energia prodotta al gestore (Gse), che la paga, tra l’altro, a prezzi remunerativi, che poi scala dalla bolletta. Difficile, per inciso, sarebbe bruciare da soli tutti i chilowattora di un impianto fotovoltaico che, in media, supera i 6 kW di potenza nominale.

Infine, venendo alle soluzioni più minimaliste, si può integrare il sistema energetico domestico con moduli “plug and play” da collocare in balcone, in terrazzo, in giardino o anche su una parete, riuscendo ad alimentare qualche lampadina, il frigo o la lavatrice.

Un milione di famiglie In Italia si contano un centinaio di progetti Cer. Molti sono ancora in stand-by, perché manca l’approvazione delle tabelle degli incentivi di Arera sulla base di nuove modalità e tempistiche di calcolo dei contributi previste dal Gse per il 2022 (le attuali sono del 2o2o), e si attendono i decreti attuativi che dovrebbero stappare il collo di bottiglia. C’è molto fermento e voglia di abbattere tutte le barriere, anche di carattere tecnico e amministrativo. Il Politecnico di Milano, nonostante gli impedimenti, stima che nel 2025 le energy community saranno circa 40 mila e che coinvolgeranno 1,2 milioni di famiglie, 200 mila uffici e 10 mila piccole e medie imprese, ricevendo un forte impulso dal Pnrr che ha stanziato 2,2 miliardi di euro in arrivo tra 2023 e 2026, più i sostegni delle leggi regionali.

«Ma costruire una Cer resta molto impegnativo e ancor di più lo è alla luce del decreto che ha posto il limite incentivabile da 200 chilowatt a un megawatt», mette in guardia il professor Marco Orlandini, intervenuto al convegno nazionale sull’energia organizzato dal centro studi Ircaf, su avvio e gestione delle comunità energetiche. «Oggi tutti i clienti in media tensione potrebbero entrare a far parte di una Cer, anche attività artigianali e industriali». Come costituirne una in forma cooperativa è spiegato sulla piattaforma online respira.coop promossa, tra gli altri, da Coopfond, il fondo d’investimento di Legacoop.

Se per un’associazione c’è dunque una formalità in più da adempiere, un privato si trova comunque davanti un iter di permessi che può essere lungo e snervante, da sei mesi a un anno. C’è il nodo iniziale del vincolo paesaggistico o urbanistico da sciogliere, poi i tempi di Enel o di altri distributori per perfezionare l’allacciamento alla rete. La storia di ordinaria burocrazia che pubblichiamo in questo servizio è emblematica delle traversie che possono capitare a chiunque.

Ma quando tutto è passato, e arriva un conto del gas di 3,57 euro grazie al fatto di aver messo solare termico e fotovoltaico, come ha raccontato ai giornali il vicedirettore della rivista “il Mulino”, Bruno Simili, sarà difficile pentirsi. Con gli aumenti che ci sono stati, in un periodo di anni che si conta sulle dita di una mano si rientra degli investimenti fatti, contro i 7-8 anni di una volta.

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