Uno scrigno spinoso per un frutto prezioso: il ficodindia. Che indiano non è, ma anzi è tra i più caratteristici del Mediterraneo. Cactacea originaria del Messico, da dove si è diffusa nelle zone calde e più aride, la sua pianta, resistente e generosa, offre frutti ricchi di sostanze nutritive preziose per il nostro organismo. Come è evidente non è imparentato con il fico comune, nonostante l’omonimia.
La parte comunemente consumata è il frutto, caratterizzato da una polpa dolce contenente numerosi semi e da una buccia ricca di pigmenti naturali. Anche le pale (grandi foglie carnose), chiamate “nopal” nella tradizione messicana, vengono utilizzate come alimento, e sono buonissime specialmente se fritte.
Minerali a gogò
Si tratta di un alimento pieno di punti di forza, tra cui l’elevato contenuto di acqua, che lo rende particolarmente dissetante e ideale durante la stagione estiva. Oltre a idratare, il ficodindia è una buona fonte di vitamine e sali minerali. In particolare contiene vitamina C, che sostiene il sistema immunitario e contrasta l’azione dei radicali liberi, oltre a potassio, magnesio e calcio, elementi essenziali per il corretto funzionamento dei muscoli, del sistema nervoso e delle ossa. Si tratta di nutrienti utili in particolare per le donne, soprattutto nel periodo post-menopausa.
Un altro aspetto molto interessante riguarda l’elevata presenza di fibre alimentari. Queste favoriscono il regolare funzionamento dell’intestino, contribuiscono al senso di sazietà e possono aiutare a mantenere sotto controllo i livelli di zuccheri e colesterolo nel sangue, regolando anche la risposta glicemica post-prandiale. Ma è bene consumarlo con moderazione. Può infatti causare fastidi intestinali – nelle persone più sensibili – proprio a causa dell’elevato contenuto di fibre e della presenza dei piccoli semi che caratterizzano la polpa. Per mettersi al riparo da eventuali effetti indesiderati, si può passare il frutto ovviamente privo della buccia e trattenere così i semi, ottenendo una sorta di denso succo, dolce e rinfrescante.
Il ficodindia, un ombrello anti-age
Uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista nutrizionale è l’elevata presenza di polifenoli e betalaina, sostanze responsabili sia della colorazione del frutto (che può essere giallo-arancione, rossa o bianca) sia di molte delle attività biologiche osservate negli studi sperimentali. Queste molecole, infatti, sono in grado di contribuire alla protezione delle cellule dai processi ossidativi. Un vero e proprio “ombrello” che ci difende dall’invecchiamento! Gli studi più recenti indicano che anche questi composti potrebbero contribuire agli effetti benefici sul metabolismo dei grassi e degli zuccheri.
Sì, ma quanti ne mangio? E le spine?
Per una persona adulta, la dose consigliata di ficodindia è generalmente da 1 a 2 frutti al giorno, pari a circa 150-300 grammi di polpa.
Si sbucciano molto facilmente con una forchetta, per bloccare il frutto su un piano di legno, tagliando le due estremità ed effettuando un’incisione verticale sulla buccia. Sollevando la buccia con la punta del coltello si sfila la polpa. Un metodo ancora più semplice consiste nel tagliare il frutto a metà nel senso della lunghezza e raccogliere la polpa con un cucchiaio, proprio come si fa con un kiwi.
Molte persone preferiscono consumarlo al mattino o lontano dai pasti principali, perché è rinfrescante e molto saziante. Inoltre, è consigliabile bere molta acqua durante la giornata, poiché il suo contenuto di fibre e semi richiede una buona idratazione per favorire la regolarità intestinale.
Alla Coop
Alla Coop lo troviamo nella linea Fiorfiore, non a caso quella delle eccellenze gastronomiche. I fichidindia Fiorfiore Coop sono infatti certificati Dop. Coltivati alle pendici dell’Etna, in Sicilia, vengono commercializzati nelle classiche varietà rossa, bianca (detta ghiandola) e gialla. Sono disponibili nei formati in vaschetta da circa 800 grammi o 1,6 chili.
Le proprietà rimineralizzanti del ficodindia derivano sicuramente dal terreno vulcanico di origine; si direbbe dal suo terroir, se si trattasse di un vino. La sua coltivazione è a basso impatto ambientale: viene condotta con metodi naturali per ottenere un frutto sano e con residui di pesticidi prossimi allo zero. La raccolta (da luglio a settembre per quanto riguarda il primo fiore, da ottobre a dicembre per i frutti derivanti dalla seconda fioritura), viene effettuata scrupolosamente a mano, allo stesso modo da decenni, per non danneggiare il frutto che, nonostante la corazza spinosa, è molto delicato.
Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

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Grazie per le informazione e chiarimenti.