Alimentazione

Se il cibo fa paura

cibo e cervello

Gli appassionati della serie Tv “Il Trono di Spade” non dimenticheranno mai il secondo episodio della quarta stagione. Quello, per capirsi, nel quale muore (molto male) il cattivissimo Joffrey Baratheon. Come? Avvelenato dal cibo sotto gli occhi dell’intera corte. Vive sul filo del rasoio, rischiando ogni giorno con quello che mette nello stomaco, anche il piccolo Rémy, il topolino con la passione della cucina, protagonista del film d’animazione “Ratatouille” che, tuttavia, sfida la sorte e non si risparmia sperimentazioni culinarie. E sui ratti ci torneremo fra poco. C’è poi chi, sprezzante del pericolo, decide di cenare a base di fugu giapponese o, per dirlo all’italiana, di pesce palla. Pare una prelibatezza mondiale, ma anche una leccornia fra le più pericolose. Già, perché la tetrodotossina contenuta nelle sue carni potrebbe paralizzare, se non uccidere, un uomo adulto.

Rischio calcolato? Insomma, se consideriamo la frequenza con la quale escono notizie di malcapitati che ci lasciano le penne ogni anno. All’opposto c’è la cautela eccessiva. Quella che fa gettare cibi prossimi alla scadenza ma ancora buoni solo per paura di stare male, oppure la fobia di non mangiare fuori casa perché impossibilitati a controllare la preparazione del cibo.

Insomma, se mangiare è necessario, e spesso un piacere, la paura del cibo da sempre accompagna l’essere umano (e non solo), tra timore e sospetto, oltre che desiderio, fin da piccolissimi. Sentimenti molto diffusi nella società contemporanea, in parte giustificati, in parte no.

Sana diffidenza L’anno scorso è stato pubblicato da Aboca Edizioni il libro “Storia delle nostre paure alimentari. Come l’alimentazione ha modellato l’identità culturale”, scritto da Alberto Grandi, docente di Storia dell’alimentazione del dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Parma. «La paura del cibo è da sempre uno strumento di difesa che riguarda in particolare l’essere umano e che lo fa assomigliare a un animale, il ratto – afferma Grandi –. Siamo entrambi, infatti, onnivori e, per forza di cose, dobbiamo essere diffidenti verso quello che mangiamo. Per il panda, ad esempio, è più semplice: mangia solo bambù. Noi, invece, come onnivori, abbiamo un regime alimentare con il quale corriamo meno rischi di restare senza cibo ma che, per contro, ci espone ad alimenti contaminati, tossici, velenosi. Dobbiamo quindi essere prudenti e lo siamo sempre stati – continua il professore –. Prima della rivoluzione scientifica un grande alleato è stata l’esperienza. Ogni volta che abbiamo avuto di fronte cibi che non conoscevamo molto, abbiamo agito con diffidenza, considerando colore, sapore e odore. Perché i nuovi cibi hanno sempre generato dubbi e paura».

D’altra parte, sarebbe comodo avere a disposizione una schiera di assaggiatori professionisti in grado di garantirci, a loro rischio, la bontà degli alimenti. E in passato sono pure esistiti ma ad appannaggio dei soli potenti. Ne abbiamo tracce nella storia dell’antica Persia, così come nell’età repubblicana a Roma, dove schiavi e liberti assaggiavano cibo e bevande prima di sovrani e imperatori. Leggenda vuole che persino Alessandro Magno avesse un personale assaggiatore in grado di scongiurare alimenti avvelenati destinati al condottiero macedone. Ma noi comuni mortali abbiamo dovuto fare in altro modo.

Cibo da paura L’umanità si è servita, soprattutto, dell’esperienza. Una sperimentazione diretta, magari negativa, con cui poter procedere in futuro per analogia. «A voler fare psicologia spiccia, non è cambiato niente neppure oggi – riprende Grandi –: tutto ciò che è nuovo continua ad attirarci e, allo stesso tempo, a farci paura. Un esempio è la farina di insetti che non mangiamo, o che invece mangeremmo, non perché ci fa schifo: piuttosto ci fa schifo perché non la mangiamo. Non sono un veggente, ma sono convinto che, fra qualche anno, entrerà nella nostra dieta senza problemi. È già successo in passato con la patata, con il pomodoro, con il cioccolato».

Occorre perciò rassegnarci ad avere paura del cibo? Sì e no è la risposta degli esperti: «La paura ci sta, ma non va strumentalizzata – risponde il professor Grandi – Nel passato, per dire, le autorità cittadine sequestravano partite di carne di maiale e condannavano di tanto in tanto cuochi a morte usando lo spauracchio della lebbra suina, una malattia che non esiste e non è mai esistita. Anche oggi si fa più o meno la stessa cosa: si asseconda la paura cavalcandola politicamente, in difesa della tradizione. Penso, ad esempio, alla carne coltivata». È proprio vero. Oggi le paure in campo nutrizionale sono legate anche alla comunicazione che le veicola. Una comunicazione che talvolta ha raccontato ai cittadini delle vere e proprie favole di pseudoscienza. A confermare questo fenomeno è Stefania Ruggeri, prima ricercatrice del CREA (Centro di ricerca alimenti e nutrizione): «Purtroppo nell’infodemia (cioè la circolazione odierna di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta inaccurate, ndr) sull’alimentazione vengono raccontate e diffuse credenze che non sono legate a nessuna prova scientifica e che creano paure infondate. Un esempio è la paura del glutine e dei lieviti. Molte persone si credono intolleranti al glutine anche se non hanno mai verificato con il test appropriato la reale intolleranza. E così i lieviti sono ingiustamente accusati di essere causa dei gonfiori intestinali: in verità durante la cottura del pane e della pizza muoiono e quindi non sono loro la causa dei gonfiori addominali. Altre paure sono per le presunte intolleranze. E qui, tra le fobie, il pomodoro è tra gli alimenti più “accusati”. Dobbiamo sempre verificare con i test giusti e comprovati scientificamente le reali allergie agli alimenti».

Imputati innocenti Oggi il grande spauracchio, soprattutto per le donne, sono i carboidrati e, al contrario, stanno andando di moda alimenti proteici che dovrebbero essere destinati a diete chetogeniche, ma che ormai rappresentano una tendenza generalizzata, secondo la credenza che facciano perdere peso.

«Mangiare tanti alimenti proteici non porta alcun vantaggio nel lungo termine né sulla qualità della dieta e non aiuta nell’obiettivo di perdere peso», dichiara Ruggeri, che invita piuttosto a concentrarsi su un altro aspetto: «Facciamo tanta attenzione alla qualità dei prodotti, ma molto spesso non alla loro sicurezza – chiarisce la dottoressa –. Non facciamo caso alla provenienza di una merce, talvolta per difficoltà economiche, o non stiamo attenti, per esempio, a lavarci le mani dopo aver utilizzato le uova».

Fra le paure alimentari ci sono anche elementi indipendenti dal nostro comportamento in cucina, come i pesticidi e gli antibiotici per la carne. Ma su questo l’esperta rassicura: «Fortunatamente le leggi italiane ci tutelano molto – replica al timore Ruggeri –. Diverso il discorso per quei prodotti che vengono da paesi fuori dall’Unione Europea e che hanno controlli meno severi dei nostri. Ad esempio, le spezie comprate su internet, provenienti da paesi orientali, potrebbero contenere metalli pesanti. Quindi, ripeto, occorre fare attenzione alla provenienza di un prodotto e alla sua conservazione nel negozio. E poi non cadere nelle trappole delle false intolleranze che, nel caso, riguardano soltanto il glutine e il lattosio. E mai fidarsi delle pseudo scienze e dei nutrizionisti di turno che, in una dieta, iniziano a togliere tutto».

Misure di insicurezza A ogni modo, la paura del cibo resta un fatto, come confermano numeri e percentuali. «Gli ultimi dati disponibili di Eurobarometro sulla sicurezza alimentare, un’indagine basata su interviste fatte periodicamente a oltre 2 mila cittadini dell’Ue, sono in linea con le precedenti rilevazioni e indicano che gli europei temono per la sicurezza di quello che mangiano – conferma Ersilia Troiano, dietologa e presidente dell’ASAND, Associazione scientifica alimentazione, nutrizione e dietetica –. Nello specifico, nel panorama europeo, i più sensibili al tema sono proprio gli italiani: il 75% si dichiara infatti interessato al tema, contro una media UE del 70%. Ancora bassa, invece, in tutta Europa, Italia compresa, l’attenzione all’impatto ambientale degli alimenti, che incide sulle scelte solo per il 16%».

Un dato sul quale riflettere. Davanti al rischio percepito di additivi, antibiotici e residui di pesticidi, per citarne solo alcuni – che tuttavia trova, come abbiamo detto, nelle norme e dei relativi controlli una risposta che ne limita al massimo l’impatto sulla salute individuale e collettiva -, l’attenzione ambientale e, di conseguenza, la sostenibilità delle scelte di consumo di tutti i giorni è ancora molto, troppo bassa a dispetto dell’impatto, sempre più preoccupante, che ha sulla salute globale. «È dunque necessaria – conclude Troiano – una maggiore consapevolezza su come ognuno di noi possa contribuire a ridurre l’impatto ambientale dei consumi alimentari e su come le scelte quotidiane possano fare la differenza». Il punto è che la paura degli alimenti ha radici molto profonde e rispecchia la società del tempo. In quest’ottica, le questioni sul piatto riflettono ben altro che la semplice e meccanica assunzione di cibo.

Tag: cibo, glutine, neofobia

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1 Commento. Nuovo commento

  • Luca Pettinari
    5 Aprile, 2024 9:31 pm

    Mi dispiace che nel Nostro tempo contemporaneo, vi siano tradizioni millenarie scavalcate da una corsa al produrre abbondanza, al minor costo, a dispetto del comune buon senso, e di una sana coscienza. Vorrei potessimo fidarCi di Noi, di una società istruita e dove comunque le informazioni giuste arrivano, ma dove non Tutti le recepiscono e mettono in pratica. Tanti auguri alla Coop, che mentre svolge il Proprio ruolo, è da sempre impegnata nella tutela della comunità.. Luca P.

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