Alimentazione

“I consumatori, coproduttori del cibo”

mente e alimentazione

Il cibo è oggi protagonista di una narrazione che nasce dalle nostre insicurezze: è il grande ologramma del nostro tempo, che riflette i rapporti che abbiamo con noi stessi, con la salute, con l’ambiente e, soprattutto, con gli altri. I prodotti, infatti, non sono mai solo cose, ma rappresentazioni, che recano impressa l’immagine della società che li ha realizzati, delle sue aspettative, delle sue passioni, delle sue ossessioni, della sua identità, di quello che vuole e non vuole essere.  Da qui nascono le cosiddette tribù alimentari, una realtà che è sotto gli occhi di tutti e si produce anche con la nostra partecipazione e complicità.

Viviamo in un mondo scisso fra cibo-mania e cibo-fobia. Da una parte, non facciamo altro che seguire format di ricette e consigli su cosa mangiare, compulsiamo hit parade alimentari, seguiamo show cooking, assecondando tutta una serie di passioni che qualche volta confinano con le fissazioni. D’altra parte, però, esiste anche una paura del cibo dilagante, imperante, che è all’origine delle tribù alimentari, divise e anche nemiche tra loro. Si tratta, non dimentichiamolo, di un tema che tocca soprattutto noi cittadini dell’Occidente, una parte di mondo che ha come problema l’abbondanza e non più la scarsità, come succedeva ai nostri nonni. Quindi ci dividiamo in vegani, vegetariani, crudisti, nocarb e così via…a quante tribù del cibo siamo arrivati? 

Nel mio libro “Homo dieteticus”, dedicato a questo tema, ne calcolo almeno un centinaio, ma è una cifra che va aggiornata continuamente. Queste tribù alimentari, in parte, sono quello che resta delle antiche religioni: un tempo le nostre diete, i nostri digiuni, le nostre astinenze, avevano un’origine sacra. Oggi non più: in una società come la nostra, le religioni sono uscite dalla porta rientrando dalla finestra sotto forma di precettistica e di decalogo alimentare. Solo che non sono più religioni dell’anima, ma del corpo. 

Una volta la Chiesa se la prendeva con i grassi, ma non lo faceva per ragioni estetiche o dietetiche quanto per ragioni etiche, perché ingrassare diventava la metafora di una bulimia, di un’avidità che sottraeva cibo agli altri. Il punto era, appunto, non ingrassare a spese della collettività, del prossimo. Quando il profeta Amos, 700 anni prima di Cristo, se la prende con i grassi, non lo fa per obesofobia, ma per sollevare una questione morale.

Oggi invece cosa accade? L’etica si è trasformata in dietetica, che forse è la forma di etica più diffusa del nostro tempo, che a sua volta ha che fare con il ruolo che ha il cibo che, nella nostra società, è divenuto il collettore delle nostre paure, delle nostre domande, delle nostre aspirazioni e delle nostre preoccupazioni. Per cui, da una parte dilagano i cibi salvavita che diventano il toccasana, la pietra filosofale alimentare che risolve tutti i nostri problemi, e d’altra parte si diffondono le fobie che escludono dalla nostra alimentazione quelli che vengono ritenuti, volta per volta, i cibi killer.

La nostra società ha congedato dal suo orizzonte morale e religioso il demonio, ma demonizza continuamente il cibo, trasferendo le proprie paure sul rapporto con l’alimentazione. Per questo è importante, nella costruzione di una figura di un consumatore responsabile, di un consumatore a misura di questo tempo, la formazione. Tuttavia, abbiamo la tendenza a ridurre la cultura del cibo a educazione alimentare, che è importante ma che, se lasciata da sola, come i bambini non ancora autonomi fa disastri. La cosiddetta educazione alimentare è alla base di numerosi fraintendimenti e di molte delle derive dietetiche che oggi vanno per la maggiore, perché riduce un fatto umano, come l’alimentazione, a nutrizione. 

Mangiare non significa solo fare il calcolo delle proteine, delle calorie, dei grassi e dei carboidrati, ma ben altro: l’alimentazione umana è cultura, è convivialità, è condivisione e scambio, è memoria, è identità. Se dimentichiamo tutto questo, le campagne di educazione alimentare sono necessariamente destinate al fallimento. Un fatto confermato anche dagli endocrinologi che sono nel pool di ricerca del MedEatResearch, centro di ricerche sociali sulla dieta mediterranea che dirigo insieme ad Elisabetta Moro. Il problema è dunque generare una nuova cultura del cibo che tenga conto di tutte queste dimensioni, senza dimenticare che esso è condivisione, è piacere di stare insieme, è tempo che si dedica a sé e agli altri. È attenzione sociale.

Qui entra in campo la questione della sostenibilità: la sostenibilità o è sociale o non è. Se sganciamo, separiamo la questione sociale dalla questione ambientale ed ecologica, riduciamo la sostenibilità a giardinaggio, e questo va assolutamente evitato. Ecco perché un’organizzazione come la Coop oggi ha un compito formativo gigantesco, che non può essere lasciato solo alle agenzie formative tradizionali come la famiglia e la scuola, che pure è più importante più dell’università da questo punto di vista. Infatti, la cultura del cibo va insegnata nei primi anni dell’età scolare, e forse oggi potrebbe diventare la punta più avanzata dell’educazione civica: perché insegna un buon uso, non esclusivo ma inclusivo, dell’identità, e diventa uno dei nuovi obiettivi di una militanza post ideologica, dove il consumatore non è più un semplice consumatore, ma – proprio perché è stato accompagnato, istruito, formato o in certi casi, riformato – diventa un coproduttore del cibo che mangia. 

Insomma, mangiare è un atto politico a tutti gli effetti. Perché, quando ci mettiamo a tavola e decidiamo cosa mettere o cosa togliere dal nostro piatto, stiamo compiendo un’azione dalle imponenti ricadute ambientali, sociali, affettive, psicologiche, di ogni tipo. Ecco perché mi piace molto l’espressione “Consumatori Coop”, queste due Co, di Consumatore e di Coop, intese in questo modo possono diventare  il nuovo algoritmo di un consumo responsabile..

Tag: etica, consumatori, Sostenibilità, cibo

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Spiace abbinare il termine Coproduttore ad aziende puramente commerciali che dell’etica hanno fatto concetti astratti .
    Come per il termine Sovranità Alimentare ,accapparato dal Ministero dell’agricoltura il termine Coproduttore è unicamente affiancabile all’agricoltura contadina ,sana,pulita,sociale che produce Cibo buono per le popolazioni e rispetta il territorio.
    I canali della grande distribuzione hanno responsabilità enormi circa impoverimento culturale legato al cibo ed alla produzione dello stesso. Sconti ,offerte tre per uno, sono le politiche legate al marketing sfrenato di questi decenni.
    Prezzi indegni hanno portato l’agricoltura a forme di produzioni esasperate dove il comprimere i costi è l’unica soluzione per non fallire. Possiamo parlare di agricoltura industriale . Possiamo parlare di risorse,pubbliche, che attraverso questi canali sono dirottare per sostenete questi circuiti commerciali.
    Poi possiamo parlare di malattie legate a tutto ciò.

    Rispondi
  • Claudia baroncini
    17 Agosto, 2023 8:41 am

    Mi è piaciuto questo articolo, perché propone un punto di vista innovativo sul consumo di cibo. Grazie

    Rispondi

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